• 19 Aprile 2024 14:30

È la vita che va aperta

DiDaniele Lugli

Mar 18, 2024

Le righe che seguono terminavano la relazione di Daniele Lugli al Congresso del Movimento Nonviolento tenuto a Brescia nel 2010. Si leggono di filato e sono un dono, indipendentemente dalla conoscenza di ciò che le precede in quella relazione. Chi però fosse interessato può cliccare sul nome dell’autore e ritrovare, a ritroso, i post delle ultime tre settimane tratti sempre dalla relazione bresciana.

L’apertura non è cosa facile dopo anni di chiusura mentale, sociale, politica, esaltata in nome di una miserabile identità data dalla nascita in un luogo piuttosto che in un altro.

Non richiamo le note considerazioni sul tema dell’identità di Amartya Sen, Zygmunt Bauman e altri, spesso felicemente anticipate dal nostro Langer. Non ci sono ricette sicure e indolori per la convivenza. Le varie soluzioni apprestate denunciano ovunque i loro limiti. Siamo certi però che vi sono provvedimenti che aggravano la situazione. Così è certamente per la formazione di una sorta di diritto speciale che riguarda gli immigrati sospendendo addirittura garanzie costituzionali. È una situazione denunciata dai costituzionalisti in un congresso dello scorso anno con un intervento di particolare vigore dell’amico, già obiettore di coscienza e ora docente universitario Andrea Pugiotto, intitolato “Purché se ne vadano!”. Così è certo che rendere la vita e l’inserimento più difficile agli immigrati non ne impedisce l’arrivo, può stimolare qualche partenza, sicuramente induce a comportamenti ai margini della legge, se non francamente illegali. La condizione dei Centri di accoglienza e per i richiedenti asilo, o dei Centri di identificazione ed espulsione, viene periodicamente in rilievo per scontri, evasioni, digiuni, morti. Sono polveriere disseminate nel Paese.

Le galere sono piene come non mai e in particolare di immigrati. Non mi proverò neppure ad affrontare questo tema se non per ricordare l’ovvia maggior probabilità di finire in carcere per un reato e di restarvi: il 60% dei detenuti stranieri è in attesa di processo, contro il 40% degli italiani, difficile, se non impossibile, è il ricorso a misure alternative ecc. La relazione, se non l’equiparazione, immigrazione/criminalità è data per scontata nel dibattito politico, nella divulgazione mediatica, nella lamentazione popolare. Le ricerche mostrano non esservi relazione causale tra forte presenza degli immigrati e tassi di criminalità ma non arrivano a scalfire questa convinzione, alimentata dall’utilità di un capro espiatorio sul quale scaricare le nostre difficoltà generali e locali. Certo politiche migratorie che restringono gli ingressi, le permanenze, il rinnovo dei permessi e costringono a una condizione di irregolarità, bollata come criminale, condizioni di marginalità abitativa e sociale possono convincere, almeno una parte, che la scelta criminale è più allettante e accessibile di un irraggiungibile inserimento lavorativo regolare. Così, ad esempio, gli immigrati sono subentrati agli italiani in diverse attività criminali, come il traffico di stupefacenti, soprattutto nello spaccio.

Le cose potrebbero andare diversamente. Putnam, il teorico del capitale sociale, aprendo il Festival dell’Economia a Trento ha parlato della ricchezza di una società multietnica e pluralista, ma anche di quanto lenta e faticosa sia la sua costruzione. Per favorire l’integrazione – e trarne i maggiori benefici – è necessario decostruire l’identità, cosa che gli Stati Uniti fanno da sempre per effetto delle diverse ondate migratorie, e costruire un “nuovo senso di noi”, di identità comune e di appartenenza.

Si tratta dunque di un continuo processo di apertura personale e collettiva, di liberazione se si preferisce. Di questo processo il nostro Movimento vuole essere, consapevole dei suoi limiti, strumento.

Sette riforme indica Morin come necessarie: politica, economica, sociale, del pensiero, dell’educazione, della vita, della morale.

L’apertura va portata nella politica, restituendole la sua generosa funzione di costruzione della città per i figli e i nipoti e non occasione di potere e arricchimento personale, aprendo alla comprensione di civiltà differenti e al loro apporto alla città comune.

Va a riformare un’economia in evidente crisi dopo l’ubriacatura finanziaria e il suo svincolo dai bisogni profondi e dalle possibilità di sviluppo delle persone.

Così sono necessarie profonde riforme sociali per rimediare a inaccettabili diseguaglianze di ricchezza e potere.

È un sistema intero di pensiero che va aperto, al di là delle estreme specializzazioni che impediscono di cogliere la complessità dei processi. Il confronto costante e impegnato vi è essenziale. La stessa espressione “pensiero unico” è negazione di pensiero.

La centralità di processi educativi che mettano le persone nella condizione di esprimere e confrontare pareri competenti, il contrario dell’imperante retorica populista.

È la vita che va aperta, a dimensioni che non conosciamo o abbiamo dimenticato.

Il settimo campo indicato da Edgar Morin è quello della morale.

“Un fine che ha bisogno di mezzi ingiusti non è un fine giusto”. Sembra Gandhi ma è Marx, il Marx citato e amato da Camus. In questa riforma morale si colloca l’avvertimento di Chiaromonte: “Sarebbe tempo d’avvedersi che un individuo il quale non si riconosca sottomesso a un ordine che lo trascende e trascende con lui ogni altra cosa creata, un individuo il quale non riconosca come evidenza prima, che più importante (oltre che infinitamente più forte) di lui è il legame fra lui e gli altri – la comunità – mentre più importante di lui medesimo e della comunità è il legame suo e d’ogni singola cosa con l’insieme delle cose – Natura o Cosmo che lo si voglia chiamare – sarebbe tempo, diciamo, di avvedersi che tale individuo è puramente e semplicemente un mostro”.

Da questo stadio non siamo sicuri di essere usciti, ed è comunque molto facile tornarvi. Fa piacere che nei giorni scorsi, a Rimini, si sia tenuto un convegno dal significativo tema “Dalla città dell’individuo alla città delle persone”.

Sembra appropriato il richiamo alla solidarietà della quale ci parla Franco Riva: “La città sente spesso l’affanno, la solitudine, l’abbandono: avverte, cioè, il disagio del suo non essere ancora, fino in fondo, una città solidale. Eppure, nelle sue articolazioni e nei suoi snodi, nei suoi servizi e nelle sue abitazioni, nella sua pianificazione, la città allude a quella solidarietà che ispira e sorregge la sua configurazione. Il carattere universale della solidarietà, quale fondamentale dell’umano, si mette in gioco nella città. La solidarietà è un modo di dire la comunità di comunità che fanno, insieme, la città degli uomini”.

Di Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941, Lido di Spina 2923), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948