E se l’Europa morisse?

E se l’Europa morisse?

Matteo Salvini, in un’intervista col settimanale tedesco Der Spiegel, non ha esitato a evocare l’epilogo più estremo: “Nel giro di un anno si deciderà se esisterà ancora un’Europa unita oppure no”.

L’uscita del nostro ministro degli Interni, autentica guida politica del governo Conte, va presa sul serio, perché lo sgretolamento dell’Europa è è probabilmente già in corso. La questione migratoria – che non è una reale emergenza demografica – sta diventando politicamente esplosiva: alla spina del Gruppo di Visegrad, in aperto dissidio col resto dell’Unione, si aggiungono le posizioni centrifughe di paesi come l’Italia e l’Austria; trovare una sintesi sta diventando impossibile e già Angela Merkel ha cominciato a parlare di accordi bilaterali fra stati anziché di decisioni collettive.

Altrettanto esplosivi sono i contenziosi  legati alle politiche di bilancio restrittive imposte da Bruxelles, vissute da molte cancellerie come una forma di commissariamento di fatto (caso greco docet).

L’Unione a 27 è assai poco omogenea sotto molteplici profili e la coesione politica diventa più difficile via via che cresce il peso elettorale delle forze cosiddette sovraniste, finora attente a non proporsi  l’uscita unilaterale dall’Unione ma destinate a entrare in conflitto con Bruxelles al primo vento di crisi economico-finanziaria.

L’annunciata fine del “quantitative easing” – l’intervento della BCE sui mercati finanziari per tenere bassi i tassi di interesse – potrebbe il prossimo gennaio essere il banco di prova decisivo.

Sarà possibile tenere l’Europa unita? E soprattutto: ne vale la pena? Sono domande decisive e che assillano tutti, non solo la destra sovranista. L’Unione attuale – è stato detto mille volte – è parte di un sistema economico dominato dagli interessi della grande finanza e ha dimostrato in più occasioni – vedi il trattamento riservato alla Grecia in questi anni – d’essere più vicina, ideologicamente parlando, all’ortodossia neoliberale che al sogno democratico e federalista nato sull’isola di Ventotene.

La fine dell’Unione, in questo senso, potrebbe non essere il peggiore dei mali, sempre che non consideriamo quale fu il principale motore dell’europeismo: il desiderio di pace, l’urgenza di superare i nazionalismi che nel corso del ‘900 trasformarono il territorio europeo in un campo di battaglia, decimandone la popolazione.

Abbandonare l’idea d’Europa, subire la fine dell’Unione come un male in qualche modo necessario, implicherebbe un’enorme spinta all’espansione dei nazionalismi, oggi camuffati a malapena sotto la patina di una parola nuova, sovranismo.

L’Unione europea negli ultimi anni ha fatto purtroppo scelte autolesioniste, dagli errori compiuti con l’euro alla rigida applicazione dei dogmi dell’ideologia neoliberale, ma il suo disfacimento avrebbe effetti politici, culturali e anche psicologi disastrosi (il ritorno dei confini, dei conflitti fra stati, la sensazione di vivere una regressione rovinosa).

Stiamo vivendo una fase drammatica, forse sottovalutata delle opinioni pubbliche dei vari stati del continente: l’Unione così com’è – litigiosa, paralizzata dalla dogmatica neoliberale e incapace di reagire alle folate di vento del neonazionalismo – sembra avviata verso l’implosione. I leader politici europei – vedi Salvini allo Spiegel – stanno cominciando a parlarne.

Per evitare simile scenario servirebbe una piccola-grande rivoluzione, in breve il rilancio dell’ideale fondativo: un’Europa democratica e federalista, molto diversa dall’Unione attuale. La verità è che al punto in cui siamo solo i cittadini europei possono salvare l’Europa. Ma ne sono (ne siamo) consapevoli? E lo vogliono (lo vogliamo) davvero?

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