• 22 Luglio 2024 7:37

Elogio delle mani sporche

Diadmin

Set 2, 2021

Avere le mani sporche a volte è un fatto, a volte una metafora. A volte uno stato poco desiderabile e poco igienico, altre volte è cosa apprezzabile. Dipende, come sempre nella vita. Ci si sporca le mani per motivi diversi, rimestando nel torbido materiale o figurato, oppure col lavoro onesto, per scelta civile.

Sì, anche per scelta civile, quando ci si sporca senza paura di chinarsi e raccogliere nella polvere bisogni e problemi di gente che nella polvere vive suo malgrado, perché la miseria è privazione di molte cose necessarie per una vita decente, non solo cibo, ma anche diritti. E’ degrado che ferisce la dignità negli aspetti materiali e  immateriali. C’è tutt’attorno a noi un’umanità considerata di scarto a cui non è data la stessa possibilità che a tutti gli altri. Un’umanità che sta laggiù, in basso.

E’ storia vecchia, in gran parte figlia delle povertà e delle migrazioni di ieri e di oggi: chi emigra lo fa per necessità e di solito non viene accolto a braccia aperte. Lo hanno vissuto i nostri nonni in fuga da un’Italia invivibile e gli italiani del sud in fuga da un meridione troppo povero, in entrambi i casi male accolti là dove sono approdati. E’ destino di oggi di chi attraversa il Mediterraneo per disperazione e, se sopravvive, giunge nelle nostre città. Tutte persone accompagnate da problemi e bisogni che, oggi come ieri, qualcuno deve accogliere, gestire, tradurre in risposte.

Bisogni di casa e lavoro insieme a quelli di alfabetizzazione e scuola per i bambini, di integrazione resa possibile dalla cittadinanza, da relazioni e da amicizie tutte da costruire, da una comunità accogliente che ha memoria e non ha paura. I problemi sono tanti e complessi, sono molto concreti e di base, stanno laggiù in basso dove a raccoglierli è facile sporcarsi. Per lo più richiedono risposte semplici da dire e difficili da dare: uguaglianza, dignità, diritti, inclusione.

La povertà moltiplica i bisogni, le umanità umiliate e discriminate sono tante e spesso dimenticate, vite in basso di scarso interesse per chi ha la fortuna di stare di sopra. Sono accanto a noi, ma sono scomode come lo è ogni diversità, ci interrogano, insidiano la nostra voglia di tranquillità e la tentazione all’indifferenza.

Per fortuna tanti non ci stanno e non hanno paura di sporcarsi le mani, di incontrare vite scomode, ascoltare, mettersi al servizio, aiutare. Noi modenesi siamo fortunati: ci insegna la nostra storia di gente senza paura a prendersi responsabilità. Poverissimi e tra le macerie, dopo  la seconda guerra mondiale, non abbiamo avuto incertezze nell’accogliere chi era più povero ancora di noi, migliaia di bambini che dal sud ci hanno portato i treni organizzati per dare una possibilità a chi non ne aveva.

Ci sostiene l’esempio di concittadini speciali che hanno fatto “scuola di civiltà”. Un esempio emblematico: Sergio  Neri, educatore e pedagogista insofferente di un sistema sociale e scolastico che lasciava indietro tanti, soprattutto chi aveva un handicap o maggiori difficoltà di base. Da lui abbiamo sentito tante volte l’esortazione a raccogliere i problemi là dove stanno, cioè in basso, per elaborarli e trovare risposte “alte”, quindi adeguate ai bisogni, di qualità. Grazie a lui la nostra scuola ha aperto le porte ai disabili e al loro diritto di uguaglianza, con il necessario aiuto degli insegnanti di sostegno. E il tempo pieno scolastico, da lui fortemente voluto, è stata anche la duplice  risposta a bisogni sociali (specie delle donne sempre più proiettate nella vita lavorativa e in processi di autonomia) e di opportunità formative più ampie e per tutti.

“Sporcarsi le mani” è diventata un’espressione astratta che significa non avere timore a maneggiare problemi scomodi, ad incontrare persone difficili, a lavorare con relazioni complicate. Se il cibo è bisogno primario per vivere, le relazioni sono il bisogno che viene subito dopo, per vivere meglio con gli altri. Lavorarci richiede quindi una piccola “rivoluzione culturale”, molta umiltà e un progetto condiviso di cambiamento. Solo su queste basi si possono incontrare persone ai margini che di norma si preferisce dimenticare.

E su queste basi è possibile costruire quel tessuto di buone relazioni, di diritti e dignità che riscattano le persone e la loro umanità. E’ una scelta di campo sociale e culturale. E’ anche una sfida per i tanti –  persone e associazioni, operatori sociali e culturali –  che le mani se le sporcano volentieri e si chinano a raccogliere i problemi assortiti di chi vive ai margini, ponendosi l’obiettivo di aggiustare almeno un po’ questo mondo privo di giustizia.

Di admin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.