• 26 Novembre 2022 11:07

I meccanismi della violenza nella guerra in Ucraina

DiCarlo Bellisai

Apr 20, 2022

Tento qui di fare, per altro in modo artigianale e senza alcuna pretesa scientifica, una succinta applicazione dei meccanismi della violenza secondo il metodo di Pat Patfoort (“Difendersi senza aggredire”- Pisa University Press) alla guerra in Ucraina. Per inciso i meccanismi della violenza sono tre: l’escalation, la catena della violenza, l’interiorizzazione della violenza. Secondo il modello dell’antropologa e mediatrice internazionale, la violenza si basa sul sistema Maggiore-minore: chi è in posizione Maggiore tiene sotto scacco chi è in posizione minore. Ma queste posizioni non sono fisse, bensì dinamiche.

 

  1. L’ESCALATION

 Cominciamo da Putin.

Putin è abituato ad essere in posizione Maggiore (M) in Russia, dove governa da oltre un ventennio, avendo modificato perfino la Costituzione allo scopo di poter essere rieletto. E’ abituato ad essere in M anche coi paesi ex sovietici nella sua orbita (Bielorussia, Georgia, Ossezia, senza scordare la Cecenia).

Putin si sente messo in posizione di minore (m) dall’allargamento della NATO agli ex-paesi satellite dell’est Europa, reagisce rialzandosi alla posizione M con l’annessione della Crimea nel 2014 e l’appoggio alla guerriglia separatista nel Dombass.

Putin si sente rimesso ancora in posizione m, perché gli Stati Uniti armano i battaglioni ucraini contro i separatisti filo-russi e si prospetta un allargamento della NATO all’Ucraina. Reagisce ancora rialzando la posta ed invadendo l’Ucraina, per tornare in posizione M.

Ora proviamo con Biden, tenendo conto che è al potere da poco tempo rispetto a Putin, ma che incarna la politica estera nordamericana che, qualunque sia il Presidente, ha l’obiettivo della supremazia mondiale.

Biden rappresenta da poco la M Maggiore degli USA, votati al dominio planetario dopo il crollo dell’URSS del 1991. In una repubblica presidenziale il presidente deve mantenere una posizione M.

Biden si sente messo in posizione m minore dall’appoggio della Russia ai separatisti del Dombass, perché lo percepisce come una potenziale aggressione alla NATO. Reagisce fornendo armi all’esercito ucraino, per ritornare in M.

Biden si sente di nuovo messo in m, quando l’esercito russo a fine febbraio 2022 invade l’Ucraina. Reagisce rimettendosi in M, con le sanzioni economiche alla Russia e l’invio di armi pesanti e droni al governo ucraino.

Il fenomeno che abbiamo descritto si chiama ESCALATION. Ciascuno dei contendenti non vuole essere messo in m e reagisce contro l’altro, per rimettersi in M. Il pericolo dell’escalation è che tende a perpetuarsi da sola, per inerzia, se nessuno dei contendenti ne esce, con l’impiego di armi sempre più distruttive.

 

  1. LA CATENA DELLA VIOLENZA

La violenza si propaga sia per via gerarchica, che per via culturale. Normalmente chi subisce violenza, se non può reagire direttamente con l’escalation, è portato a scaricare la carica di violenza accumulata su altri, che poi la scaricheranno ancora su altri, in una catena senza fine.

Le popolazioni dell’Ucraina sono all’apice e al termine di questa catena, in quanto parte dello scacchiere di Mosca o Washington. Sono le prime vittime, ma probabilmente non le ultime.

A Occidente ci sono i paesi aderenti alla NATO, tutti europei a parte la Turchia e gli Stati Uniti, dove prevale l’adesione ai principi dettati dal governo Biden: l’economia di guerra, che aumenta i già larghi profitti dei mercanti d’armi, facendo dimenticare gli impegni sul clima e sull’ambiente. Quindi la catena della violenza si propaga: chi dissente dall’invio di armi viene malamente apostrofato, talvolta intimidito, si creano tensioni e provocazioni.

A Oriente, nella Russia di Putin, non è neppure possibile manifestare il dissenso alla guerra senza venire incarcerati: qualunque opposizione viene sistematicamente repressa sul nascere. La catena della violenza si estende a tutta la popolazione: obbligata a tacere. Ma anche il governo ucraino è via via portato a non tollerare voci dissenzienti dalla logica bellica.

E altrove nel mondo? Possiamo immaginare che i migranti siriani, o africani, spesso rifiutati dai governi europei, si sentano messi in posizione minore, davanti all’accoglienza senza riserve verso i profughi ucraini. Lo avvertiranno come una discriminazione e anche loro saranno così coinvolti nella catena della violenza.

I bambini sono le prime vittime, sia perché muoiono sotto le macerie dei bombardamenti, sia perché diventano profughi, rifugiati in altre terre. Ma anche i bambini delle nostre scuole, dopo aver trascorso due anni e più nella pandemia, con lockdown, mascherine, distanziamenti, tamponi, vaccini, di fronte a una nuova emergenza stanno iniziando a domandarsi: ma in che pianeta ci hanno messo al mondo?

 

L’INTERIORIZZAZIONE DELLA VIOLENZA

Molte persone non riescono a reagire alla ferita subita, sia questa uno schiaffo o una parola sprezzante, così finiscono con l’interiorizzarla e aver paura cercando di nasconderla. In questo modo fanno male a se stesse, tenendosi dentro il proprio trauma che, prima o poi, risalterà fuori.

I soldati ucraini e russi che sono morti in questa guerra, poveri ragazzi, vite bruciate. Che cosa interiorizzeranno le vedove e gli orfani, se non violenza? Le popolazioni civili ucraine che non sono morte durante i bombardamenti russi, ma che erano lì vicino, hanno subito una ferita più profonda di una scheggia di bomba, una ferita che si porteranno dietro. E i pacifisti russi come faranno a gestire i soprusi che subiscono quotidianamente, se non interiorizzando almeno in parte quella carica di violenza?

E noi stessi, oppositori alla guerra, antimilitaristi e disarmisti d’Europa: si, ci agitiamo, scriviamo, parliamo, mandiamo lettere, organizziamo marce, cerchiamo di scuotere un mondo ammutolito, ma neppure noi siamo immuni dall’interiorizzazione della violenza. Avviene quando, nonostante tanti sforzi, ci ritroviamo a pensare d’essere impotenti davanti ad una situazione sulla quale possiamo influire solo in modo flebile: allora ci sentiamo depressi e in preda al conflitto interiore sull’utilità del fare o del non fare. Anche noi vittime della catena della violenza, rifiutando giustamente l’escalation, rischiamo però l’interiorizzazione.

 

ANDARE VERSO L’EQUIVALENZA

Per uscire dal sistema violento in cui viviamo, pur con differenze anche importanti in tutto il globo, occorre spostarsi dal sistema Maggiore-minore (M-m) a quello dell’EQUIVALENZA, dove si cerca di ritrovare l’equilibrio nei conflitti. Per riuscire ad andare verso il sistema dell’equivalenza, nel quale ogni essere ha lo stesso valore, occorre sviluppare gli strumenti dell’ascolto, dell’affermazione positiva, della critica costruttiva senza giudizio, dell’empatia con l’altra persona. Questo dovrebbe partire dalle scuole, dai bambini, per arrivare fino alle persone giovani, adulte e anziane, coinvolgendo l’intera società.

Ma la guerra in Ucraina continua e gli schieramenti sono chiari: USA e paesi NATO contro la Russia. Il che significa che siamo sull’orlo della terza guerra mondiale, una guerra che potrebbe facilmente sfociare in catastrofe nucleare. A questo pericolo tutti i popoli del mondo devono opporsi, in massa, in modo nonviolento. La guerra è l’apoteosi del modello Maggiore-minore, il luogo e il tempo in cui la violenza diventa orribilmente visibile. Ma quante violenze “invisibili”, psicologiche e culturali, sono state a lungo perpetrate per arrivare a questo? Non si potrà arrivare a costruire un mondo senza guerre, senza una trasformazione dell’intera società verso l’equivalenza.

 

Carlo Bellisai

Aprile 2022

 

 

Carlo Bellisai

Sono nato e vivo in Sardegna. Mi occupo dai primi anni Novanta di nonviolenza, insegno alla scuola primaria, scrivo poesie e racconti per bambini e raccolgo storie d’anziani. Sono fra i promotori delle attività della Casa per la pace di Ghilarza e del Movimento Nonviolento Sardegna.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.