In morte di Grazia Honegger Fresco

In morte di Grazia Honegger Fresco

Il ricordo di Tiziana Valpiana.

Come per tutte le grandi persone riesce particolarmente difficile nel cordoglio della perdita riassumere tutti i motivi per cui Grazia mancherà a ciascuno di noi e, probabilmente, per motivi diversi.

Conosciuta dai più come una delle ultime allieve dirette di Maria Montessori e per la sua vita al servizio dei bambini e dell’idea montessoriana, per i nonviolenti Grazia Fresco è la giovinetta che, pur sulla scia degli insegnamenti materni e paterni a una vita attenta alla natura e alla giustizia, lascia la casa romana per raggiungere in Sicilia Danilo Dolci e le sue lotte sociali e politiche. È lì che conosce Emilio Honegger, giovane svizzero attirato a Trappeto dal messaggio nonviolento incarnato, che diventerà compagno di tutta la vita.

La sua lunga e instancabile vita operosa, a partire dalla ricerca e osservazione di bambini e bambine che fanno il loro “lavoro culturale”, come lo chiama Montessori, ha spaziato in moltissimi campi, sempre attenta all’educazione e alla scienza, al rispetto della natura e del creato, dei ritmi e dei tempi.

Le parole e gli incontri con Grazia Fresco hanno formato, guidato, ispirato molti e non solo nel campo strettamente pedagogico ma in quella che Montessori ha chiamato ‘educazione cosmica’. Chi ha avuto la fortuna di incontrarla o di leggere i suoi numerosissimi libri di pedagogia e umanità, avrà colto la sua grandissima competenza educativa, ma anche la sua capacità di spiegare in modo profondo l’educazione come fondamento della Pace.

Femminista, antimilitarista, pacifista, con semplicità che solo una grande profondità di pensiero consente, ha saputo tenere insieme l’infinitamente piccolo con la complessità e l’universalità.

La gratitudine, la stima, l’affetto che ha suscitato sono così grandi e trasversali che oggi pare difficile percepire il vuoto, realizzare l’assenza.

Ci ha insegnato che l’importante è un buon inizio… oggi siamo tutti chiamati a condividere con gli altri quello che da Grazia abbiamo imparato.

Tiziana Valpiana


NdR: In memoria di Grazia Honegger Fresco e dei suoi primi approcci con la nonviolenza, pubblichiamo un suo articolo del 2016, scritto per la rivista A, nel quale ripercorre – attraverso la memoria di Lamberto Borghi – la sua prima esperienza al “Borgo di Dio” con Danilo Dolci e i primi contatti intellettuali con la pedagogia di Gandhi e di Capitini.

Ci parlava di Gandhi e di Capitini

di Grazia Honegger Fresco

Ventenne, l’autrice visse in Sicilia l’esperienza di Danilo Dolci, con Lamberto Borghi. Che la indirizzò a occuparsi di pedagogia.

Lamberto: l’incontrai la prima volta a Trappeto nel “Borgo di Dio”, fondato da Danilo Dolci. Allora, primi anni Cinquanta insegnava all’Università di Palermo. Piccolo, occhi chiari vivissimi, ascoltatore attento e silenzioso, quando parlava con quella sua mitezza, quasi a doversi scusare, rivelava una lucidità e un vigore di grande efficacia. Da pochi anni era rientrato negli Stati Uniti, dove si era rifugiato giusto in tempo per salvarsi dall’orrore nazista. Portava con sè i valori della libertà e della democrazia alla scuola del Dewey e, insieme, quelli della nonviolenza – tessuto indispensabile alla formazione umana – con le voci di Gandhi e di Capitini, che noi giovani, appena usciti dal fascismo e dalla guerra, non conoscevamo nemmeno. Al “Borgo di Dio” Lamberto arrivava di domenica mattina con un gruppo di suoi studenti, quasi tutti maschi e due giovani studentesse. Mangiavano di gusto la pasta con le sarde che Vincenzina, moglie di Danilo, sapeva cucinare con un sapore memorabile. Loro portavano un soffice pane bianco di città che i bambini divoravano come un dolce, rispetto al pane rustico che c’era di solito (comunque tanto più saporito). Dopo il pranzo si discuteva del presente e del futuro che si presentava davvero difficile per la gente del posto: con quali modi, con quali mezzi…Trappeto era allora un paesino di pescatori, con casette attaccate le une accanto alle altre che si fronteggiavano su un’unica strada sassosa che era anche la fogna comune. Dentro, una sola stanza e il pavimento di terra battuta. A pochi chilometri da Palermo: niente scuola, niente medico, niente farmacia e nemmeno acqua se non quella reperita in qualche pozzo. In compenso giravano silenziosi uomini a cavallo, scoppola in te-sta e fucile a canne mozze in spalla e, ovviamente, i carabinieri. Danilo, memore di quel luogo dove era stato da ragazzo con suo padre capostazione, vi era tornato da qualche anno. Un giorno un bambino di pochi mesi morì di fame per mancanza di latte materno: un fatto intollerabile, tanto che subito dopo Danilo fece per questo un digiuno di protesta di vari giorni. La cosa si seppe, attirando giovani per fare insieme, per partecipare. “Borgo di Dio”, sulla collina in alto davanti a un mare stupendo – il golfo di Castellammare – nacque da tutto questo.

E Danilo raccontava di Gandhi

Lamberto, amico di Capitini e di Calogero, era in sintonia con le scelte di Danilo e vi guidava i suoi studenti – tutti ben vestiti, figli dell’agiata borghesia siciliana – perché toccassero con mano una realtà così vicina a loro: non avevano la più pallida idea di che cosa fosse la vita di quei pescatori (mangiavano un’aringa secca con un ‘intera pagnotta) e delle loro donne, misere ma molto dignitose nei loro scialli neri). La domenica al “Borgo” salivano anche alcuni pescatori: guardavano e ascoltavano le parole di Danilo che con calma spiegava loro che si poteva lavorare in modo diverso, che si potevano fare scioperi “alla rovescia”, ad esempio andando a lavorare dove era loro proibito. (Cosa che poi fece, subendo un arresto e un clamoroso processo in cui fu assolto). Danilo raccontava di Gandhi che ogni giorno dedicava del proprio tempo a fi lare, che digiunava quando gli Inglesi lo mettevano in carcere e che inventò la “marcia del sale” per rendere indipendente l’India. Per loro metteva qualcuno dei non molti dischi che aveva portanto con sé dal Nord: Bach e Vivaldi soprattutto (le “Stagioni” erano molto apprezzate dai pescatori). A volte con Lamberto venivano giovani musicisti (violino, flauto, violoncello) – forse studenti del Conservatorio – a suonare per i pescatori, le donne – queste più rare – e i bambini. Brani non troppo lunghi che riconoscevano con piacere e per i quali si animavano, scoprendo forse che c’era qualcosa di cui si poteva non avere paura. Con la stessa serietà seguivano le parole di Danilo o del “professore”.

Grande riconoscenza

Fu in una di quelle domeniche che Lamberto mi chiese quali intenzioni avessi per il futuro (mi occupavo dei bambini, dei malanni e delle medicine che potevo far arrivare da amici lontani). Alle mie spiegazioni, dopo uno dei suoi silenzi, mi disse che, prima di una scelta definitiva, mi sarebbe stato utile frequentare uno stage di Fraternitè Mondiale, destinato a giovani provenienti da vari paesi europei. Seguii il suo consiglio: fu un’esperienza di tale apertura che indirizzò positivamente il mio entusiasmo di ventenne verso altre ricerche e studi che mi portarono lontano dalla Sicilia. Gliene serbai sempre grande riconoscenza.Lo rincontrai poi molte volte a Firenze dove ero in rapporti frequenti con i CEMEA – i Centri di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva – che in Toscana proponevano forme concrete di educazione nuova, secondo gli ideali di democrazia e di laicità di Wallon, Dewey e altri a loro prossimi. Il rispetto dell’altro, la cura dell’ambiente, l’assenza di ogni forma di giudizio e di emulazione che essi praticavano, ben collimavano con l’esperienza quotidiana del mio lavoro con bambini piccoli e grandi che si ispirava a Montessori. Molti di coloro che facevano parte dei CEMEA erano allievi diretti di Borghi come Gastone Tassinari e Marcello Trentanove. Fu con loro, negli anni – se non erro – in cui Lamberto fu presidente dei CEMEA italiani che il diverso, dirompente modo di concepire il rapporto adulto – bambino si incontrò – direi, naturalmente – con gli psichiatri e gli infermieri interessati alle proposte di Franco Basaglia. In fondo, non c’era molta differenza – diceva Lamberto – tra il clima carcerario, quello dell’ospedale psichiatrico o del manicomio e la violenza rivestita di falso bene con cui si trattavano sotto tante forme i bambini. Nella sostanza la logica di potere è la stessa: ecco un’idea forte che poteva innescare un grande cambiamento..In noi giovani accendeva l’immaginazione. Mi piaceva ascoltarlo e parlare con lui: la sua pacatezza nel parlare anche su argomenti forti era di per sé una grande scuola.Solo una volta ci fu tra noi un disaccordo a propo-sito delle classi omogenee per età che i CEMEA adottavano nelle colonie di vacanza e che a suo avviso meglio rispondevano ai bisogni dei bambini e invece la modalità Montessori che ogni giorno verificavo in classi eterogenee – 3-6 / 6-7/ 8- 11 – da cui derivava una ricchezza di rapporti che era ulteriore fattore di diversità e fonte di aiuto reciproco a vantaggio di tutti. Discutemmo, ma qui restammo sulle nostre reciproche posizioni.

Per una scuola educativa pubblica, libera e laica

Lamberto è stato un grande maestro, al centro dell’auspicato rinnovamento della scuola italiana negli anni del boom e poco oltre, mentre il paese si addormentava nell’euforia del nuovo benessere, nell’imitazione acritica dei modelli di vita americani e lentamente scivolava nella palude democristiana. La scuola è tuttora ferma su vecchissimi modelli, ma la parola di Lamberto emerge tuttora validissima da vari suoi scritti. In particolare dalle annate, tutte preziose, di “Scuola e Città” a difesa di una scuola educativa pubblica, libera e laica. Ho due suoi libri a me cari: uno donatomi con dedica da lui stesso con la frase che riporto agli inizi: riunisce gli Atti del Convegno organizzato in suo onore dal Magistero fiorentino nel1986 con numerosi e variegati contributi (Le Monnier 1987); l’altro è un testo curato da Goffredo Fofi – anche lui lo conobbe a Palermo negli anni ‘50 – intitolato La città e la scuola (Eleutera 2000). che offre una bella sintesi del suo pensiero e insieme alcuni “medaglioni” di studiosi ed educatori – Andrea Caffi , Gramsci, Dewey, Korczac e Capitini. Quest’ultimo, così poco noto, particolarmente efficace.Ringrazio vivamente gli amici di “A”, per avermi spinto a scrivere questo modesto ricordo di una persona davvero unica e amico indimenticabile.

Grazia Honegger Fresco

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