La guerra dei vent’anni

La guerra dei vent’anni

L’11 settembre prossimo, esattamente venti anni dopo l’attentato delle torri gemelle, termina la guerra in Afghanistan. È una data scelta per farne memoria.

Col passare del tempo è divenuta infatti sempre più lontana e dimenticata, non da chi vi è direttamente coinvolto. Che guerra è? Si può farne un bilancio? Insegna qualcosa?

Che guerra è?

È una guerra autorizzata dall’ONU. Il giorno dopo gli attentati il Consiglio di sicurezza approva all’unanimità la risoluzione 1368, il diritto di “legittima difesa individuale e collettiva” degli Stati Uniti. Seguono altre risoluzioni a garanzia della legalità dell’intervento militare.

È una guerra fulminea. Il 7 ottobre 2001 inizia con i bombardamenti la “legittima difesa” degli Usa, cioè Enduring Freedom (Libertà Duratura). Obiettivi la fine del regime dei talebani e la distruzione dei campi di addestramento di al-Qāʿida di Osama bin Laden. In novembre il regime è rovesciato e la presidenza assunta dall’elegante Hamid Karzai.

È una guerra lunghissima. Quella del Vietnam, che ricordo infinita, è durata la metà. Una risoluzione dell’Onu del dicembre è alla base della missione ISAF (International Security Assistance Force) relativa all’area di Kabul poi estesa a tutto il territorio con una risoluzione del 2003. L’ISAF collabora con il governo afgano e con l’Assistance Mission dell’ONU (UNAMA).

È una guerra impegnativa. Centomila militari di 50 Paesi: i militari degli Stati Uniti (68.000), sono affiancati da quelli del Regno Unito (9.500), della Germania (4.318), dell’Italia (3.100), della Polonia (1.770 unità), della Spagna (1.606), della Georgia (1.561), della Romania (1.549 unità), dell’Australia (1.094), della Turchia (998) e da quelli degli altri paesi. Su 185.000 soldati conta l’Esercito nazionale afgano. 

È una guerra a scalare. Riduce effettivi sul campo e obiettivi. Di ritiro si parla a Lisbona in un vertice Nato: Dovrebbe essere entro il 2014 quando le forze afgane avranno, si presume, il pieno controllo. Le cose vanno diversamente. Isaf termina ma inizia la missione Sostegno Risoluto (Resolute Support Mission). Comincia il 1º gennaio 2015, sempre con la favorevole risoluzione dell’ONU, la 2189. I militari si riducono a 16mila, i paesi alleati a 41. Gli Stati Uniti d’America sono i più presenti con 8.475 militari, seguiti da Germania (1.300), Regno Unito (1.100), Italia (895), Georgia (870) e Romania (693), gli altri a seguire. Il contingente USA si riduce ulteriormente a 2mila cinquecento. Forse ora sono poco più di mille.

Si può farne un bilancio?

I morti: Secondo il Watson Institute della Brown University, la guerra afghana tra ottobre 2001 e ottobre 2018 ha causato oltre 210mila morti. Incerta l’attribuzione tra forze combattenti e no, tra antigovernative e filogovernative. I morti civili, secondo le stime di Unama, si contano in decine di migliaia. Sempre secondo l’Unama, agenzia dell’Onu, nei primi 6 mesi del 2019 le forze pro-governative (nazionali e internazionali) hanno ucciso più civili di quelle anti-governative, Talebani e Isis. Più sappiamo dei morti della coalizione: qualche migliaio. Gli italiani morti in combattimento sono 31, un’altra ventina per incidenti vari, stradali soprattutto.

I soldi. Le cifre ufficiali parlano di 900 miliardi, 7 e mezzo per l’Italia. Le stime portano a raddoppiare almeno l’importo. Si valuta in 2mila miliardi la spesa USA. L’Afghanistan è un paese poverissimo. Il reddito annuo medio afgano è di circa 600 dollari. La spesa militare ricordata, suddivisa tra gli abitanti del paese, 32 milioni, darebbe un gruzzolo di 62.500 dollari a testa. Fossero stati consegnati non come distruzione il quadro sarebbe diverso.

Ma in un bilancio bisogna anche considerare gli aspetti positivi. Il calo dell’analfabetismo dal

68% del 2001 al 62% attuale lo è certamente. Così pure il miglioramento della condizione femminile, almeno nelle città. Il resto è un disastro. Il ritorno al potere dei talebani si rimangerà probabilmente anche questi risultati.

Lo scenario è inquietante. Ritirate le truppe straniere si confrontano con i Talebani, islamisti radicali, narcotrafficanti, criminalità organizzata, comunità etniche, partiti politici tutti con le loro milizie. Il ruolo degli USA sarà assunto da Russia, Cina, Iran, Pakistan e India con i rispettivi protetti. Non sembra un gran guadagno per la pace.

Insegna qualcosa?

Una cosa che già dovremmo sapere. Anche superata la fase della vendetta, giustificata come legittima difesa, anche in una prospettiva di liberazione da un pessimo regime, la guerra dimostra la sua inutilità. Occorre ben altro. Le Nazioni Unite, nate per evitare “il flagello della guerra”, devono dotarsi di altri, più efficaci, strumenti in difesa dei diritti umani, individuali e collettivi. Che si possa lo hanno mostrato sul campo le Ong portando istruzione, sanità, aiuti umanitari. Se un nocciolo di persone, più coscienti della loro dignità e dei loro diritti, permane è anche per il loro contributo.

L’Afghanistan si conferma – come dice Alberto Negri – il “cimitero degli imperi”. Dopo inglesi e sovietici ha espulso pure gli americani. È una storia che si ripete. I Medi, i Persiani, i Greci, i Maurya, l’Impero Kusana, gli Unni bianchi, i Sasanidi, gli Arabi, i Mongoli, i Turchi al culmine della loro espansione l’hanno occupato e dovuto abbandonare.

La guerra dei vent’anni me ne richiama una di casa nostra, evocata nell’inno nazionale: Il suon d’ogni squilla I Vespri suonò. Sono i Vespri siciliani. Il 30 marzo 1282, le campane di Palermo chiamano all’insurrezione contro i Francesi di Carlo d’Angiò. Vent’anni dopo, 31 agosto 1302, a Caltabellotta è l’accordo di pace. La guerra riprende però 10 anni dopo e dura sessanta anni fino al 1372, trattato di Avignone. Ci auguriamo che non si esageri con i ricorsi storici.

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