La pace comincia dall’eguaglianza

La pace comincia dall’eguaglianza

Speriamo e invochiamo, nel giorno di Hiroshima, e della Trasfigurazione sul Tabor, ricordata oggi dai cristiani, che la tregua Israele-Palestina sappia durare e trasformarsi. La tregua fa parte della guerra, come ricaricare l’arma fa parte dello sparare. Per essere preludio della pace, la tregua deve essere posare l’arma e sostituirla con lo scambio di parole ragionevoli, tese a costruire l’incontro mediano dei diritti delle due parti e dei reciproci doveri. Il primo diritto e dovere è la vita fisica di entrambi, e le condizioni per vivere, e il secondo pari al primo è la dignità, la libertà di ciascuno.

Fondamento della pace è la giustizia. È l’equilibrio delle possibilità e dei diritti. Quando il rapporto è fortemente squilibrato, può esserci tregua, ma non pace. La “pace di potenza” (come la “pax romana”) non è pace ma dominio e sottomissione, cioè violenza statica, strutturale: lo insegnano bene Norberto Bobbio, Raymond Aron, Johan Galtung. Peggiore di questa è solo la pace di sterminio.

La “pace armata”, quella che cento anni fa partorì la prima guerra mondiale, vergogna imperdonabile della nostra superba “civiltà”, e seme delle peggiori violenze del Novecento, fino alla criminale minaccia atomica sospesa sul mondo, quella non era pace.

Non c’è pace in un rapporto fortemente asimmetrico. Nessuno può negare che tale sia ora, dal 1948, e specialmente dal 1967, il rapporto storico-politico-militare-economico-territoriale-giuridico fra Israele e Palestina. C’era già un popolo, già umiliato dal colonialismo europeo, in quella “terra senza popolo”. Chi vuole giustamente essere equi-vicino a Israele e Palestina, non può ignorare tale forte asimmetria – parti uguali fra diseguali non è giustizia – ma deve favorire il reciproco riconoscimento e rispetto.

Ogni violenza – insegna Helder Camara – comincia dalla diseguaglianza umiliante: l’oppressione, materiale, civile, morale, il dominio, l’offesa alla comune dignità, è la prima violenza. L’oppresso giustamente si ribella, ma quando ingiustamente (anche a proprio danno) si affida alla violenza, non si libera, non ottiene giustizia, ma prosegue la violenza, ne diventa responsabile. A questo punto il primo violento, il dominatore, reprime la ribellione con la propria maggiore potenza e fa culminare la violenza, se ne fa il maggiore responsabile. Così, entrambe le parti sono vittime della propria e della reciproca violenza, incatenate dalla propria cecità. Ma la parte più debole è quella che paga con la più grande sofferenza. Chi crede di aver vinto ha seminato odio nel futuro contro se stesso. Dov’è il diritto e la ragione? Sono uccisi insieme alle vittime, insopportabilmente troppe.

Non si può negare che la maggiore responsabilità della tragedia, e il maggiore dovere di fare pace, è del più forte. È giusto dire questa verità, è giusto dare riconoscimento e aiuto al più debole, ma è sbagliato fare il tifo per l’uno o per l’altro nella gara violenta.

Entrambe le parti, anche se violente, vogliono figurare di essere la parte oppressa e minacciata, segno (omaggio del vizio alla virtù) che riconoscono nell’oppresso la parte più giusta, che soffre ingiustizia, che merita solidarietà. Ma non possono darsi ragione da sole. Occorre una istanza terza, morale, giuridica, politica, che frena la violenza in tutti e fa prevalere il diritto, almeno lo dichiara (73 risoluzioni dell’Onu disobbedite da Israele), quando non può applicarlo.

Inutile risalire indietro fino a Caino a cercare la prima violenza. Ad ogni fase della storia si ripete il ciclo violento oppressione-ribellione-repressione. Ognuna delle tre violenze pretende giustificarsi come difesa, come liberazione. Ormai la violenza si può sradicare solamente a valle, nel presente: il maggior merito è di chi comincia a fare pace, oltre la tregua. Il miglior difensore e liberatore di sé e di tutti è chi interrompe la catena: chi al dominio violento e repressivo sostituisce patti leali di parità, e di rispetto del territorio vitale; chi alla ribellione violenta sostituisce la resistenza nonviolenta e non-armata all’altrui dominio. In Palestina questa realtà esiste (Giulia Valentini, “La resistenza nonviolenta palestinese”) perciò va riconosciuta e incoraggiata, dai media, dall’opinione informata, come dalla politica. In Israele crescono qualificate voci interne che si dissociano dalla politica di occupazione e discriminazione. La pace comincia dal rinnegare la propria violenza, senza cercare di giustificarla (e assolutamente mai glorificarla!). La pace comincia dall’eguaglianza.

Lo stesso maledetto meccanismo distruttore dell’umano è analizzato da Pat Parfoort: in un rapporto M/m (Maggiore-minore), inevitabilmente il minore vorrà accrescere la sua potenza per pareggiare e superare il Maggiore: la escalation distruttiva si avvia così. Nessun pre-potente è al sicuro. La superiorità di potenza è illusione stolta, è ignoranza della storia. La pace sta nell’eguaglianza: non una impensabile eguaglianza matematica, ma una reale equi-valenza: una parità di valore, di dignità, di diritti e doveri, di condizioni vitali. In questa parità – tendenza sincera sempre in corso di attuazione – ognuno davvero difende e afferma se stesso nell’atto di difendere e affermare l’altro.

L’antica sapienza vale anche nelle contese politiche: siamo fatti gli uni per gli altri. Non viviamo noi se non facciamo vivere l’altro. È il senso positivo dell’universale legge del “non uccidere”. Ogni arma omicida disumanizza e abbatte chi la usa, chi la predispone, chi confida in essa come idolo morto e mortifero, invece di confidare nella vocazione al bene di ogni cuore umano, e di incoraggiarla deponendo odio e disprezzo dal proprio cuore.

Questa non è politica e realismo? È l’unica politica realistica.

Enrico Peyretti, 6 agosto 2014

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