La “res publica” ha bisogno di un poco di profezia

La “res publica” ha bisogno di un poco di profezia

L’invito dell’amico Zamorani allo sguardo verso la Ferrara del prossimo decennio mi ha riportato la cara memoria di Mario Miegge.

Mi dona una copia del suo libro appena uscito, “Il sogno del re di Babilonia. Profezia e storia da Thomas Müntzer a Isaac Newton” e vi annota A Daniele il quale, da Capitini e poi per conto suo, ha imparato che la “res publica” ha bisogno di un poco di profezia Mario. Non ho la capacità di leggere segni e sogni come quel Daniele là. Per guardare avanti ho però bisogno di capire come stanno le cose ora nella mia città. Mi pare più o meno come nelle altre. Cioè male. Attingo a una mia relazione al congresso del Movimento nonviolento del 2010 a Brescia, “La nonviolenza per la città aperta”. Può sembrare strano riferirsi a considerazioni del passato per pensare al futuro quando il mutamento è profondo e veloce. Va però considerato che ero più intelligente di nove anni rispetto ad adesso.

Mario Miegge

La città cambia rapidamente, nelle costruzioni, negli spazi, nel loro uso. Cambia l’abitato e cambiano gli abitanti, le loro aspirazioni e le loro relazioni. Sono loro a fare di un abitato una città. La direzione del mutamento non mi appare con sicurezza positiva. Mutamenti portano problemi nuovi e complessità, che disorientano e spaventano. Affrontarli adeguatamente costa impegno e fatica. Da ciò il ricorso a forme di pensiero elementari, ad azioni brutali, che allontanano provvisoriamente la paura e sembrano offrire un orientamento preciso. Il successo delle forze politiche, che si sono fatte imprenditrici del disorientamento e delle paure, ha queste radici. Dove entra la paura non c’è posto per altro, salvo che per il rancore e l’odio. Come un gas, di puzza ammorbante, occupa tutto l’ambiente nel quale si diffonde. Posso solo sperare che, in dieci anni, si dissolva, senza bisogno che guerre, sempre vicine, ci coinvolgano più direttamente.

La crisi economica che da almeno un decennio non ci lascia ha accelerato un processo che ha radici più profonde. Le istituzioni democratiche, ad ogni livello, locale, nazionale, sopranazionale non hanno saputo rispondere. Le accidentate democrazie sono parse sempre più occidentali, cioè al tramonto. Con molta precisione ce ne aveva avvertito negli anni settanta Mario Luzi “Muore ignominiosamente la repubblica”. Siamo passati da un regime partitocratico, attraverso una sorta di sultanato temperato, alla situazione presente, che evito di definire per tenere lo sguardo al futuro e non passare dall’escatologia alla scatologia.

Eppure istituzioni democratiche ed efficienti, a partire dal Comune, sono essenziali per una convivenza civile. Speranze di una democrazia più compiuta e avanzata non sono mancate nella nostra città nell’immediato dopoguerra. Il mio pensiero va all’esperienza dei Centri di Orientamento Sociale, a Silvano Balboni, stretto collaboratore di Capitini. Qualcosa in questa direzione mi pare esistere anche ora e possa crescere. Solo così, forse, non si voterà in futuro per eleggere lo sceriffo migliore, perché poi i cittadini possano dedicarsi serenamente ai loro differenti affari di casta o clan.

Non considero i supercittadini di un sopramondo. Decidono delle nostre vite, per nostra ignavia e incapacità. Senza tener conto dunque di abissali differenze di ricchezza e potere e della frammentazione in sottogruppi della cittadinanza, ci sono cittadini A, che hanno riconosciuti i diritti affermati nelle carte fondamentali, altri B semi-cittadini, precariamente in regola, C i visibilissimi clandestini – alla lettera: i nascosti di giorno (clam e dies) – prodotti dalla negazione del fondamentale diritto alla libertà di movimento. Ci si avvia a considerare pure la categorie D, non persone, schiavi, a tempo o per sempre.

Noi vecchi possiamo ripetere con Guglielmo d’Orange “Non c’è alcun bisogno di speranza per intraprendere, né di successo per perseverare”, ma qualcuno la speranza è bene che ce l’abbia. La speranza è come una strada di campagna, che si forma perché la gente inizia a percorrerla. Giovani, mi pare, hanno iniziato a formarla. Li ho visti anche a Ferrara. Come Greta di Stoccolma e Simone di Roma ripetono “Non mi sta bene che no”. Non sta bene a loro, non sta bene a noi, un’aria che l’inquinamento e l’odio verso i più deboli hanno reso irrespirabile. Confido che molti non aspirino ad essere sempre più stupidi e cattivi. Così dovrebbe almeno bastare.

Auguro ai più giovani di essere quello che a noi non è riuscito. Cittadini che sanno come la quotidiana costruzione di relazioni tra pari e di democrazia vissuta sia il modo giusto per essere padroni in casa propria, in una casa “che è mezzo ad ospitare” (Capitini). Non facile dopo anni di chiusura mentale, sociale, politica, esaltata in nome di una miserabile identità data dalla nascita in un luogo piuttosto che in un altro. Mi piace pensare la mia città come città aperta, una città europea aperta al mondo. Una città è aperta nella misura in cui sono aperti i cittadini che la abitano. Sono cioè consapevoli dei mutamenti e vogliono indirizzarli in modo costruttivo. Affrontano la complessità del vivere in comune costruendo luoghi di conoscenza, scambio, incremento reciproco. Una città aperta richiede crescita nell’impegno e competenza dei cittadini, disponibilità degli amministratori a condividere il potere loro attribuito. Entrambe le condizioni si verificano molto raramente. Una città aperta non ha bisogno di un capitano.

È necessariamente partecipe delle sette riforme indicate da Morin per affrontare il cambiamento: riforma politica, economica, sociale, del pensiero, dell’educazione, della vita, della morale. L’apertura va portata nella politica, restituendole la sua generosa funzione di costruzione della città per i figli e i nipoti e non occasione di potere e arricchimento personale, aprendo alla comprensione di civiltà differenti ed al loro apporto alla città comune. Va a riformare un’economia in evidente crisi, dopo l’ubriacatura finanziaria e il suo svincolo dai bisogni profondi e dalle possibilità di sviluppo delle persone. Così sono necessarie profonde riforme sociali per rimediare a inaccettabili diseguaglianze di ricchezza e potere. È un sistema intero di pensiero che va aperto, al di là delle estreme specializzazioni, che impediscono di cogliere la complessità dei processi. Il confronto costante ed impegnato vi è essenziale. La stessa espressione “pensiero unico” è negazione di pensiero. La centralità di processi educativi che mettano le persone nella condizione di esprimere e confrontare pareri competenti, il contrario dell’imperante retorica populista. È la vita che va aperta, a dimensioni che non conosciamo o abbiamo dimenticato.

In una realtà comunale, dove le relazioni sono più prossime, tutti questi aspetti possono tradursi in limitati e concreti progetti da perseguire e realizzare. È una traccia di programma per il prossimo decennio. Centrali vi sono i processi educativi – dall’infanzia, all’università, alla ricerca, alla formazione permanente – e l’abbandono delle pratiche più diffuse e dannose: un esempio l’uso dell’automobile in città come Ferrara dove le distanze si misurano non in chilometri, ma in ettometri e decametri.

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