L’Afghanistan ha bisogno di pace

L’Afghanistan ha bisogno di pace

Con un pensiero riconoscente e commosso a Gino Strada che quella terra ha profondamente conosciuto e amato, raccolgo notizie sulle donne e i bambini afghani.

È una realtà in rapida trasformazione. Pochi giorni fa gli Stati Uniti si aspettavano che i talebani impiegassero tre mesi per arrivare a Kabul. Mentre scrivo (è il 15 agosto) apprendo che già si trovano nelle Università e negli aeroporti della capitale, e al momento della pubblicazione di queste righe le cose saranno probabilmente ancora diverse.

L’esperienza afghana conferma quanto la guerra sia inutile e dannosa. Il sito web indipendente iCasualities.org ha stimato 2.450 soldati americani morti (e altri 1.144 tra le forze alleate) e circa 20mila i feriti. Tra gli afghani: 66mila morti tra le forze di polizia, 51mila talebani, oltre 47mila civili. Hanno perso la vita, nei vent’anni di guerra, anche 444 operatori umanitari e 72 giornalisti. Impressionante anche il costo della guerra: secondo il report pubblicato dal Watson Institute for International and Public Affairs della Brown University, gli Stati Uniti, da quando hanno invaso l’Afghanistan, hanno speso 2,26 trilioni di dollari (un trilione equivale a un miliardo di miliardi), senza contare l’assistenza per i veterani di guerra e gli interessi sui prestiti ricevuti.

Il rapido rovesciamento del potere mentre i Paesi occidentali – Stati Uniti in testa – ritirano le loro truppe riporta la vita degli abitanti a peggio di vent’anni fa, per la crudezza delle violenze che si susseguono e per lo spegnersi di una speranza di cambiamento che qualche generazione ha cullato e in parte sperimentato, ad esempio con la maggiore autonomia e scolarizzazione delle donne e in generale dei giovani. Per primi vengono coloro che con gli alleati hanno collaborato e stanno già sperimentando le terribili ritorsioni dei vincitori. Gli Stati Uniti hanno annunciato l’operazione “Allies Refuge” per trarre in salvo i collaboratori: 700 dovrebbero essere ospitati in una base militare in Virginia, ma altri 18mila, con famiglia a carico, hanno chiesto aiuto.

Intanto molte voci si alzano a livello internazionale per denunciare le violenze e il loro particolare accanimento contro donne e bambini. La realtà è drammatica, scoraggiante. (Stavo per scrivere disarmante, e quanto sarebbe straordinario se lo fosse davvero).

Il bilancio umano delle ostilità è immenso – dice Shabia Mantoo, portavoce di UNHCR, l’Alto Comissariato Onu per i rifugiati. – Senza una riduzione della violenza, l’Afghanistan registrerà il più alto numero di vittime civili degli ultimi anni”. Alla fine del 2020 2,9 milioni di afghani erano già sfollati all’interno del paese in cerca di luoghi più sicuri. Dall’inizio dell’anno se ne contano all’incirca altri 400mila, 250mila dalla fine di maggio e, di essi, circa l’80% sono donne e bambini. Tanti si sono rifugiati a Kabul pensando di mettersi al riparo. Vivono in condizioni di fortuna, senza cibo né servizi igienici, con i rischi sanitari che si aggiungono a quelli della violenza diretta.

“Un afghano su tre è oggi gravemente insicuro dal punto di vista alimentare e circa 2 milioni di bambini hanno bisogno di cure nutrizionali”, ha detto il portavoce del Programma alimentare mondiale (Pam), Tomson Phiri. “Il paese è stato colpito da un secondo episodio di siccità in quattro anni e si prevede un raccolto inferiore alla media. Temiamo che un’ondata di fame si stia avvicinando rapidamente“.

In un comunicato del 10 agosto scorso l’Unicef scioccato riportava, in tre giorni, 27 bambini uccisi e 136 feriti. “Questi non sono numeri. Ognuna di queste morti e ogni caso di sofferenza fisica è una tragedia personale. Questi bambini sono figlie e figli molto amati e desiderati, fratelli e sorelle, cugini e amici. Tutti loro sono bambini il cui diritto alla protezione, secondo il diritto umanitario internazionale, è stato ignorato dalle parti in guerra. (…) L’Unicef è anche profondamente preoccupato per le notizie secondo cui i bambini vengono sempre più spesso reclutati nel conflitto dai gruppi armati. Molti altri bambini e bambine sono profondamente traumatizzati perché testimoni di atrocità commesse contro le loro famiglie e altri della comunità. I bambini non dovrebbero pagare con la loro infanzia il peggioramento del conflitto. Solo una completa fine delle ostilità può proteggere i bambini dell’Afghanistan. Finché il conflitto infuria, il diritto dei bambini a crescere bene è compromesso; il loro futuro è messo in pericolo e il loro contributo alle prospettive della loro nazione diminuisce. Tutti i bambini, compresi quelli con disabilità, hanno bisogno di protezione e pace ora. L’Unicef chiede a tutti coloro che sono impegnati negli sforzi di mediazione di far rispettare alle parti in guerra i loro obblighi internazionali nei confronti dei bambini”.

Anche secondo Christopher Nyamandi, Direttore di Save the Children in Afghanistan “questo è un disastro umanitario che si sta consumando davanti agli occhi del mondo. Le famiglie che già vivono a Kabul hanno portato il cibo che potevano risparmiare per aiutare gli sfollati, ma non ce n’è abbastanza. E altre famiglie arrivano ogni ora. Cominceremo molto presto a vedere bambini che soffrono la fame o addirittura scivolare nella malnutrizione. La gente sta bevendo acqua da contenitori sporchi ed è costretta a vivere in condizioni non igieniche. Siamo a un passo da un’epidemia”.

I talebani dichiarano di voler governare rispettando i perdenti e nel pieno rispetto dei diritti umani, consentendo la scuola alle bambine anche dopo i 10 anni e non imponendo il burqa alle donne. Intanto però si sono già registrati casi di decapitazione a carico di funzionari governativi, e non dimentichiamo l’attacco dell’8 maggio scorso fuori dalla scuola superiore Sayed ul-Shuhuda di Kabul che ha provocato più di 300 vittime civili tra le studentesse, di cui 85 uccise. Nessun gruppo ne ha rivendicato la responsabilità, ma è difficile non pensare a gruppi “religiosi” – più o meno compatti politicamente – che hanno sempre avversato la scolarizzazione femminile.

Di recente la Commissione europea ha annunciato lo stop ai rimpatri coatti di cittadini afghani e con straordinario tempismo un gruppo di Paesi si è opposto – Austria, Danimarca, Belgio, Grecia, Paesi Bassi e Germania – evidentemente ritenendo l’Afghanistan un posticino tranquillo dove ritornare. Sono stati costretti a fare marcia indietro vista la rapida avanzata dei talebani. Se da queste parti il problema è l’accoglienza, altrove i crucci sono decisamente peggiori.

 

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