Leopardi persuaso

Leopardi persuaso

“Il Leopardi persuaso di Aldo Capitini” è il titolo di un saggio di Daniele Taurino, in un libro recente dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici: “Il primo fonte della felicità umana. Leopardi e l’immaginazione.

Raccoglie una serie di scritti uniti da un filo particolarmente forte: “L’immaginazione pertanto è la sorgente della ragione, come del sentimento, delle passioni”. Daniele Taurino, amico della nonviolenza e mio, già ne “La via della Persuasione con Carlo Michelstaedter e Aldo Capitini” aveva legato i due e ora aggiunge Giacomo Leopardi.

Taurino non si limita ad indicare l’importanza di Leopardi nel pensiero e negli scritti di Capitini. Questo lo so anch’io. Ci ha fatto tesi e perfezionamento con Momigliano. Ha introdotto Binni agli studi sul poeta. Ha continuato tutta la vita il dialogo con lui. Per sinteticamente definire il proprio pensiero si è detto kantiano-leopardiano… Per Taurino Aldo vede in Giacomo quasi un fratello, che lo ha preceduto nella via della persuasione: “cerca gli individui, e li vede morire, non li trova più, sono i morti.” Leopardi “protesta per il passo della morte… È aperto al tu-tutti… protesta contro i colpi che la realtà dà loro”. Il persuaso conosce e accetta il limite, come ne L’infinito. C’è l’invalicabile siepe “che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. Si possono immaginare “interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete”, ma si può addirittura pensare la stessa realtà finalmente liberata, dal pensiero e dalla prassi della nonviolenza. È il passo che fa Capitini particolarmente ne “La compresenza dei morti e dei viventi”.

Di un Leopardi pensatore della rottura rivoluzionaria ha scritto pure Toni Negri in “Lenta ginestra”. È un saggio, credo, ristampato di recente. Lo conosco solo per le citazioni che trovo nel libro che ospita lo scritto di Taurino. Chissà se nei “mortali in social catena” stretti aveva intravvisto “la moltitudine”, alla quale affida la speranza di un’uscita dal ciclo di produzione e distruzione della natura, verso una comunità finalmente umana. Questa comunità Capitini la vede come comunità aperta, più che democratica, cioè omnicratica, del potere di tutti, fondato sull’esercizio dalla nonviolenza, la sola forza capace di liberare dal triplice condizionamento esercitato da Stato, Impresa, Natura con la sua aggiunta trasformatrice.

Anche per Capitini “più difficile si presenta il piano di investire con un’aggiunta la terza “istituzione”, il mondo della Natura con i suoi condizionamenti… Quella contrapposizione assoluta tra le due posizioni, della compresenza come salvezza degl’individui e della Natura come distruzione degl’individui (che essa produce, secondo il detto leopardiano: «madre in parto ed in voler matrigna»), si attenua se viene visto nella compresenza un dinamismo, alla cui punta estrema sta la trasformazione della Natura secondo la compresenza. Ciò che si può fare attualmente è anzitutto mantenere questa apertura, e riaffermare sempre la scelta della compresenza come superiore alla Natura, il valore dell’apertura agli esseri di contro al fatto che il pesce grande mangi il pesce piccolo”. Certo questo è Capitini e non Leopardi.

Di persuasione scrive però Leopardi. Ce ne sono due in conflitto tra loro. L’uomo conosce e sente la vanità di se stesso e delle cose e tuttavia “come se il mondo valesse pur qualcosa” finisce col comportarsi. È questa seconda persuasione a vincere “in dispetto della sua stessa persuasione”, fondata su esperienza e riflessione. Il ritorno delle illusioni viene infatti dalla natura. Il senso dell’animo vi è conformato. È lui, non l’intelletto, a governarci. Fortunatamente può essere creatore non di pure illusioni. In questo libro, e nel saggio in particolare di Taurino ritrovo anche il Leopardi che Sebastiano Timpanaro mi ha aiutato a leggere. Fondatore di una morale laica e senza miti l’ho sentito presto vicino e di sostegno quando, tredicenne, ho abbandonato fede e pratica religiosa. Ho potuto apprezzare un Leopardi non egocentrico apolitico ma evocatore di una potenzialità di liberazione, destinata a soccombere di fronte allo strapotere della natura, ma capace di darsi istituzioni migliori se rifiuta dogmi e compromessi. “Libertá vai sognando, e servo a un tempo vuoi di novo il pensiero, sol per cui risorgemmo della barbarie in parte, e per cui solo si cresce in civiltà, che sola in meglio guida i pubblici fati”. E Capitini scrive nel ’67 a Binni di essere “come Leopardi, un razionalista fin quanto si riesce a esserlo”. Ho appreso, anche da Capitini, che l’esperienza religiosa può non consistere nel credere a narrazioni leggendarie e nel dedicarsi a pratiche superstiziose, ma in un’apertura appassionata a tutti che è plurale di tu, ispiratrice di una prassi conseguente. Come – sempre all’amico Binni – scrive nel ’62 assolve un debito nei confronti di Leopardi cioè “muovere filosofia, religione politica per la finitezza degli esseri. Il Leopardi ha cantato dolorosamente il loro sparire di tutti, anche del passero; io ho cercato di guardare se veramente spariscono, e di muovere (come è del Novecento) la prassi”.

Nel ’49 Capitini scriveva “La rivolta contro il Dio potente e prepotente era stata espressa nella civiltà moderna in modo culminante dal Goethe e dal Leopardi… E il Leopardi faceva la sua protesta, non con baldanza ma con candore, contro ogni potere esterno, arbitrario, crudele. Bisognava che questa contrapposizione fosse sempre meno pura ribellione e sempre più fondazione di valori, assunzione di responsabilità, e da separazione tra l’uomo e Dio diventasse trasferimento di valore e di responsabilità: altrimenti l’uomo restava quello che era sotto il Dio arbitrario e in funzione di quello. Quindi: non fermarsi alla posizione laica di distacco dal vecchio Dio autoritario; portare nella posizione laica la religione liberata dall’elemento autoritario, e potenziata invece dell’elemento liberatore, creatore, di iniziativa, di darsi, di amore, nel suo dissidio con la limitatezza del mondo”.

È un percorso che Leopardi sembra indicare, da Silvia alla Ginestra, secondo Capitini. “Il conte Giacomo Leopardi che nasce, più di ogni altro poeta, entro la tradizione più tradizionalistica, la più nobilesca, clericale, paesana, filologica, esce dalla superiorità del suo palazzo in A Silvia dove Silvia e lui sono proprio sullo stesso piano, entro la giovinezza, la primavera, il canto, il comune destino e così si avvia alla Ginestra, ad affermare un vangelo ultrailluministico e ultrarisorgimentale, di una socialità prometeica e innocente”.

Ricordo di aver dedicato una irriverente, fantasiosa ricostruzione della composizione di A Silvia da parte del poeta “mezzanamente riscaldato dal vino”. Era nella prima o forse seconda notte bianca dell’estate ferrarese (la prima è stata nel 2002, poi imitata da molte città). Letta pubblicamente ebbe qualche apprezzamento. Cominciava più o meno così “Mamma, mamma Leopardi mi fa i versi!”. Effettivamente il signorino Giacomo, mentre gli altri bimbi facevano il dottore, con le coetanee faceva il poeta. Si comprende facilmente non essere una gran perdita se non la ritrovo. Non posso che raccomandare invece di leggere Leopardi, Capitini e pure l’ottimo Taurino. Intanto fa bene ascoltare la lettura che conclude il giovane favoloso.


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