Libertà come dovere

Libertà come dovere

La libertà di parola, la “parresia”, libertà ebraica-greca-evangelica-illuminista, qualità di ogni cultura e spiritualità umana che cerca una verità della vita, questa libertà è il nostro tesoro, il nostro orgoglio, e soprattutto il nostro dovere, più ancora che un diritto.

È un diritto di tutti, anche di chi non lo rispetta perché offende la propria dignità umana nel colpire la vita altrui. È un diritto che è stato offeso e deve essere difeso. Ma difeso in uno spirito opposto alla vendetta, che è la logica degli assassini di Parigi.

Ovviamente non esiste alcuna scusa né alcuna possibile comprensione per costoro. Alla universale deprecazione, condanna, solidarietà con le vittime e col giornalismo, vogliamo aggiungere questa sensibilità alla libertà come dovere.

L’età dei diritti è il tempo storico e civile di cui siamo figli, il tempo storico che amiamo e difendiamo. Lavoriamo per il suo sviluppo quando cerchiamo di integrare il senso dei diritti con la coscienza dei doveri. Lo facciamo alla scuola di Mazzini, di Gandhi, di Simone Weil, di ogni grande e viva coscienza, e della coscienza evangelica.

Rivendichiamo la libertà come dovere, non solo come diritto. La libertà non è sconfinata, non è totalitaria. La libertà ha la sua misura e il suo valore nella giustizia, nel diritto e nella libertà dell’altro. La libertà dell’altro non è solo un limite alla mia libertà, ma una componente essenziale: nessuno è davvero libero se non siamo tutti liberi. Non è libertà quella che ci si prende a spese degli altri.

Non è libertà vendicare un’offesa con un’offesa, una violenza con una violenza. Neppure è libertà giusta, ma licenza violenta, che muove violenza, il disprezzare l’islam con una “satira senza limiti” (di cui è stato oggi rivendicato un presunto diritto), causa prossima del crimine di Parigi. Chi si sente offeso si fa simile e peggiore degli offensori col restituire un male peggiore.

L’Occidente che vuol essere civile e libero non dovrà ripetere la stoltezza di rispondere al terrorismo con la guerra, che ne è gemella e nuova matrice. La vera risposta al terrorismo è la difesa civile dei valori civili.

Gli assassini di Parigi, credendo di vendicare una bestemmia, hanno bestemmiato nel massimo dei modi, gridando il nome grande di Dio nell’atto di uccidere figli di Dio. In realtà, non difendevano Dio, ma di Dio si servivano per rendere sacro, assoluto, il loro odio. Quell’omicidio è una bestemmia, e la loro bestemmia è omicidio. Hanno sparato bestemmie come hanno sparato pallottole. Dovranno render conto a Dio, offeso nelle vittime, e non solo alla società umana.

maurobiani.it

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 È già successo nelle guerre di religione, in cui l’Europa bestemmiò usando un falso dio armato e omicida, diviso e contrapposto. Uscendo da quelle guerre sfiancata e dissanguata, coperta di peccato religioso, l’Europa cominciò ad impiantare la convivenza su basi umane, laiche: basi che non strumentalizzano Dio per sacralizzare i poteri politici, ma nemmeno bandiscono la libertà interiore degli animi di accogliere da Dio uno spirito alto di bontà e di giustizia, e di esprimerne pubblica gratitudine, senza offesa per alcuna altra aperta concezione di vita.

Oggi l’Europa, col fenomeno in sé positivo dell’incontro dei popoli e delle civiltà, di umanità plurale coabitante, rischia nuove guerre di religione, sia ad opera di un islam violento, che non è l’islam dei musulmani buoni, spirituali, poveri, religiosi e giusti, sia ad opera di una religione atea occidentalista, orgogliosa di sé, con pretesa di superiorità: quella superiorità su base razzista, militare, economica, con cui l’Europa peggiore ha offeso il resto del mondo per secoli, fino a ieri e oggi.

Su giornali di destra si legge oggi l’accusa offensiva e falsa all’islam come tale, non ai suoi violenti interpreti, che sono imitatori dei violenti crociati cristiani e dei violenti colonizzatori. Si torna a citare Oriana Fallaci, per la quale la sola civiltà giusta è la nostra, superiore, e l’integrazione è impossibile. Dall’impossibile integrazione e dialogo umano nasce solo la guerra tra culture, che è un crimine come quello di Parigi.

Un direttore capace di diffamare scrive che “Allah è il capo dei terroristi”: che ragione c’è, e quale calcolo, nell’aggiungere violenza mentale alla violenza armata omicida? nel rinfocolare la provocazione sconsiderata?

Altri giornali, di una laicità razionale, danno spazio a voci musulmane serie, civili, morali.

Ora la libertà di stampa e di espressione viene rivendicata senza distinguerla dal disprezzo irridente e sommario di una tradizione umana degna, come l’islam. Il disprezzo non è critica e non è libertà. Nulla giustifica la strage di Parigi contro il Charlie Hebdo. Ma neppure si può giustificare totalmente la provocazione insistente verso soggetti già agitati e disponibili alla violenza, e l’offesa verso musulmani umili, religiosi, che non rispondono con la violenza. Ricordiamo che vignette, parole e idee razziste, di scherno per i popoli aggrediti, per le donne merce di conquista, per i resistenti massacrati, correvano anche sui giornali del colonialismo italiano, e non era libertà, non era diritto, ma una caduta della civiltà, male seme di male.

La reazione all’offesa è stata criminale, intollerabile, ma l’offesa all’islam e al profeta – non solo ai musulmani violenti – c’è stata, non doveva esserci. Se, per condannare i crociati, alcuni infamano Cristo, noi cristiani siamo offesi con lui: noi non dobbiamo vendicarci, e quelli non dovevano offendere. Se un cristiano risponde con violenza, fa male, ma quelli pure avrebbero fatto male provocandolo.

Enrico Peyretti, 8 gennaio 2015

(immagine di Lucille Clerc)

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