• 21 Aprile 2024 0:43

L’immigrazione e la ferocia della politica

DiDaniele Lugli

Mar 4, 2024

Introducendo il XXIII Congresso del Movimento Nonviolento (Brescia, 2010) Daniele Lugli, presidente uscente, indicava la nonviolenza come chiave di volta per il superamento dei conflitti vicini e lontani. Tra i più vicini erano in risalto quelli legati alla gestione del fenomeno migratorio, non per caso quel congresso era intitolato “La nonviolenza per la città aperta”.

Proponiamo oggi un altro brano di quella relazione, consci che in questi quattordici anni le condizioni dei migranti che scelgono l’Italia, per viverci o per attraversarla, sono tutt’altro che migliorate. Nel brano che segue Daniele svelava il malinteso richiamo al federalismo e parlava di pratica del capro espiatorio per spiegare l’atteggiamento dei governi verso i migranti, mentre non sanno o non vogliono imprimere alla convivenza una direzione che non sia dettata dalla legge del mercato.

La prima parte dell’intervento al Congresso di Brescia si può rileggere a questo link.

Federazioni di Stati privilegiati, responsabili in gran parte di quelle situazioni, si richiudono come fortezze per contenere le ondate migratorie. Il risultato è quello di società fortemente stratificate: al loro interno, con super-ricchi e potenti e sacche crescenti di miseria, e nei rapporti tra Stati, con una morale che afferma il diritto del più forte. È l’esatto contrario dell’idea di progresso che ci aveva consegnato Condorcet: ridursi delle differenze all’interno degli Stati e tra le nazioni, e continuo innalzamento dell’etica personale. Le speranze suscitate dalla nomina di Obama a capo della potenza maggiore, se non spente, sono certo attenuate.

“La città degli uomini, con il suo modo di pensarla e di costruirla, è il nome che prende l’abitare che è comune dell’uomo sulla terra”, ci ricorda Franco Riva. Le nostre città cambiano rapidamente sotto i nostri occhi, come cambiano gli abitanti, le loro aspirazioni e le loro relazioni. È un mutamento forte. C’è chi lo considera antropologico. La sua direzione non mi appare con sicurezza positiva.

A questa realtà, ci è parso, costituisce una buona introduzione ripercorrere il “Tentativo di decalogo per una convivenza interetnica” di Alexander Langer del quale invidiamo lo sguardo. Questi mutamenti introducono problemi nuovi e complessità che possono disorientare e spaventare. Le situazioni complesse richiedono un pensiero ed un’azione ricchi e complessi per essere affrontate adeguatamente. Costano impegno e fatica. Non appaiono immediatamente remunerativi. Da ciò il ricorso a forme di pensiero elementari, ad azioni brutali che allontanano provvisoriamente la paura e sembrano offrire un preciso orientamento. L’esame attento dei problemi, la necessità di una comprensione delle modalità e delle cause, appaiono perdite di tempo di fronte all’emergenza. Le stesse procedure democratiche, le garanzie del diritto frutto di lotte e sacrifici dei nostri predecessori, sono avvertite come impedimenti all’agire efficace. Il successo delle forze politiche che si sono fatte imprenditrici del disorientamento e delle paure dei cittadini di fronte a mutamenti repentini e inusitati ha queste radici. Constatiamo che dove entra la paura non c’è posto per altro. Come un gas, occupa tutto l’ambiente nel quale si diffonde. Neutralizzarla è un compito difficile. Più facilmente trova uno sfogo distruttivo.

L’antica pratica del capro espiatorio è riproposta con poche varianti. Cambia il nome della popolazione immigrata che appare più minacciosa, mentre resta confermato il carattere sempre fastidioso e difficilmente trattabile degli zingari. Quanto alla religione, non vi è dubbio che la palma negativa spetti all’Islam. La città non conserva neppure più il ricordo della polis, del luogo cioè dove i cittadini esercitavano la loro capacità di autogoverno. Vota periodicamente per chi si propone come il migliore sceriffo, perché i cittadini (difficile continuare a chiamarli così) possano dedicarsi ai loro differenti affari di aristocratici, artigiani, iloti, schiavi, barbari, immigrati…

Questo modello, affermatosi in alcuni luoghi, ha avuto un’ampia diffusione.

Viene in risalto la miseria feroce della politica. Ne misuriamo quotidianamente gli effetti, né questa sciagura colpisce solo il nostro Paese. Da noi si ammanta del nobile nome di federalismo. Non c’entra con Cattaneo o con Spinelli e Rossi. È l’opposto di quello che pensavano: l’unione di popoli diversi. Si parte dalla città, dalla regione, dall’esperienza più vicina e concreta per unire in dimensione superiore in tutti i sensi. Oggi lo si bestemmia per richiudersi nel luogo, nell’etnia inventata. In altri Paesi sono in crescita spinte populiste e xenofobe. Sono tanto più inquietanti perché si manifestano in un momento di crisi dell’esperienza europea e della stessa idea di Europa.

Lo storico inglese Sassoon ci ricorda che il mercato interno europeo è più grande di quello statunitense, ma frammentato in decine di Stati divisi, secondo l’olandese Kohstamm, tra i piccoli e quelli che non sanno di esserlo. La Grande guerra civile europea, in due fasi (prima e seconda guerra mondiale) ha distrutto la supremazia del Vecchio continente. L’Europa, risollevata dalle macerie, rinunciando ad ambizioni militari, ha avviato l’esperimento più importante di integrazione regionale mai esistito. Attraversa ora una grave crisi. L’Europa deve ancora scegliere se rimanere una zona poco più che di libero scambio o costruire un vero Stato federale.

Questa indecisione pesa. Così, pur apprezzando gli aspetti positivi che nel diritto internazionale faticosamente avanzano, la debolezza dell’ONU è di tutta evidenza e particolarmente avvertita nel cosiddetto mondo della globalizzazione. Il diritto, a tutti i livelli, sia nel suo versante soggettivo (i diritti delle persone) che oggettivo (norme valide per tutti), appare soggetto a un attacco di poteri economici, politici, militari che si vogliono svincolati da ogni regola.

La foto è stata scattata il 4 settembre 2022 alla Festa dell’Ospitalità del Comune di Bertinoro (Forlì-Cesena)

 

Di Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941, Lido di Spina 2923), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948