Mura un’ora al giorno

Mura un’ora al giorno

Un tempo sulle mura corricchiavo per un’ora. Ora passeggicchio. Faccio metà strada. Di solito sempre le stessa. Dal torrione di Porta Mare fino a Porta Po, avanti e indietro. Circa sei chilometri. Va bene così. Come noto la morte non supera i quattro chilometri l’ora. Almeno in passeggiata non mi coglie.

Andare piano ha qualche vantaggio. Incontri poche persone, mattina presto. Ci sono le solite. L’avvocata sempre di corsa, la condomina instancabile e qualche new entry: l’amico venuto dal sud, adepto di nordic walking. E poi le signore con cani o i cani con signore.

Anche uomini passeggiano con i cani, ma le donne di più. Camminano assieme, corrono assieme, li trascinano o sono trascinate, parlano loro e per loro. Una signora con un bel cane ne incontra un’altra con un compagno altrettanto fascinoso. Fa la voce da cane – la stessa che si usa quando si parla in luogo dei neonati – “Come ti chiami tesoro?”. La risposta arriva sulla stessa frequenza, ma non sento il nome. I cani sono imbarazzati, si annusano appena.

Camminando piano si vede meglio questo tratto di mura, con le torri di guardia, il cammino di ronda che li collega. Uno sguardo va alla porta degli Angeli, ora chiusa e indicata, chissà perché, come casa del boia. Quella era da tutt’altra parte: distrutta, credo, nel cosiddetto risanamento di San Romano, che perfezionò l’opera dei bombardamenti e dell’incendio del tribunale, alla vigilia della liberazione. Un’occhiata pure è per il torrione del Barco, che i veneziani non avrebbero espugnato.

Oggi però il mio sguardo è più verso l’interno, verso i luoghi che furono della Delizia di Belfiore. Nata fuori delle mura vi è ricompresa con l’addizione Erculea. Benvenuto Cellini, Lamentone e Tribolo, dagli eloquenti soprannomi, “a Ferrara; e quivi alloggiati a l’osteria di Piazza” vedono “il duca di Ferrara, il quale era ito a Belfiore a veder giostrare”. Dovrebbe essere il 1537. L’anno dopo a Roma Benvenuto è imprigionato con l’accusa di essersi impossessato di preziosi durante il sacco, Evade subito, ma è di nuovo incarcerato. Lo libera il cardinal Ippolito II, che poi lo porta con sé in Francia alla corte del re. Prima però a Ferrara.

“Il ditto Cardinale mi consegnò in Ferrara un suo palazzo, luogo bellissimo, dimandato Belfiore: confina con le mura della città:quivi mi fece acconciare da lavorare… e messomi a lavorare con quei dua mia giovani, tirai molto maravigliosamente innanzi quel boccale e quel bacino. Dove noi eramo alloggiati era l’aria cattiva, e per venire verso la state, tutti ci ammalammo un poco. In queste nostre indisposizione andavamo guardando il luogo dove noi eramo, il quale era grandissimo, e lasciato salvatico quasi un miglio di terreno scoperto, innel quale era tanti pagoni nostrali, che come uccei salvatici ivi covavano. Avvedutomi di questo, acconciai il mio scoppietto con certa polvere senza far romore; di poiappostavo di quei pagoni giovani, e ogni dua giorni io ne ammazzavo uno, il quale larghissimamente ci nutriva, ma di tanta virtú che tutte le malattie da noi si partirno”.

A Belfiore a Ferrara abbozza dunque la famosa saliera per il re di Francia. Dovrebbe essere a Vienna (Kunsthistorisches Museum). Mi sono rimesso a leggere La vita di Benvenuto Cellini L’ho fatto al liceo. Con Belfagor arcidiavolo è cavallo di battaglia del nostro professore. Se si vuole evitare che interroghi basta evocare uno di questi testi e chiedergli un passo. A memoria lui recita.

Il grande artista lamenta lo scarso riconoscimento del suo lavoro. Ercole e Ippolito non fanno eccezione, anzi. “Ferraresi son gente avarissime e piace loro la roba d’altrui in tutti e’ modi che la possino avere; cosí son tutti”.

Il pagamento delle opere d’arte mi conduce a un altro ricordo. Oggi nell’area di Belfiore sorgono due scuole superiori e le loro palestre. Ricordo bene: anni Sessanta, le realizza la Provincia, competente per l’edilizia di licei scientifici e istituti tecnici. Sono da poco un dipendente, addetto proprio alla pubblica istruzione. In quell’area, sulla sinistra di Ercole d’Este andando verso le mura si pensa di concentrare liceo scientifico Roiti, istituti per ragionieri Monti e per geometri Aleotti, da poco autonomo dall’altro. Roiti e Monti sono edificati, non l’Aleotti, lasciando così un po’ di verde prezioso. Quando faccio il classico, scientifico e tecnico gli sono adiacenti in via Borgoleoni, Ora, al posto delle scuole, c’è il Tribunale.

Mi piace l’applicazione della “legge del 2%”. Nelle opere pubbliche di nuova costruzione questa percentuale è riservata a opere d’arte da collocarvi. La legge c’è ancora, ma non si applica all’edilizia scolastica. Si fa il bando, si selezionano le opere proposte. Faccio da segretario alla commissione: l’assessore, Neno un amico caro, il progettista dell’opera ed Eugenio Riccomini. Per il liceo opere vincitrici ex aequo sono un bronzo di Dante Carpigiani – è del 1921 – e grandi terracotte, all’esterno e all’interno, di Sergio Zanni, amico di sempre. Il suo bozzetto è molto lodato, ma i commissari dubitano della realizzazione visto che il compenso è dimezzato. L’opera premiata per l’istituto tecnico è una scultura di Luciano de Vita. Uno di questi giorni torno a vederle. Adesso mi fanno pensare anche a Cellini.

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