Nasrin Sotoudeh, provvisoriamente libera

Nasrin Sotoudeh, provvisoriamente libera

È domenica mattina e mi sveglio con una bella notizia che si aggiunge a quelle made in USA: è stata liberata, sia pure provvisoriamente, Nasrin Sotoudeh, 57 anni, avvocata e attivista per i diritti umani tra le più note e apprezzate in Iran.

A lei e al regista iraniano Jafar Panahi il Parlamento Europeo ha assegnato il Premio Sakharov per la pace 2012. Entrambi erano stati condannati nel 2010, lui a 6 anni di prigione e a non dirigere film né lasciare il paese per i successivi vent’anni, lei a 11 anni di prigione con l’accusa di “cospirazione” contro la “sicurezza dello Stato” e a non esercitare la sua professione di avvocato per diversi anni (10 o 20 secondo le fonti). Nasrin venne rilasciata nel 2013 dopo 50 giorni di sciopero della fame contro le condizioni di detenzione e i maltrattamenti riservati ai suoi familiari. Il premio di 50mila Euro, che ad Amnesty International risulta non sia mai stato riscosso da Nasrin, è stato valutato dal giudice iraniano come denaro per “sostenere le sue attività contro la sicurezza nazionale e per il rovesciamento dello Stato”.

Nel 2016 Nasrin Sotoudeh è stata condannata in contumacia a 5 anni di reclusione ma lo ha saputo solo nella primavera 2018, quando la condanna è stata eseguita. Mentre era in carcere si sono aggiunte altre 7 imputazioni, quindi la condanna del marzo 2019, a 33 anni e 148 frustate. Le nuove accuse sono di “incitamento alla corruzione e alla prostituzione”,impegnarsi apertamente in atti peccaminosi… apparire in pubblico senza un hijab”, irrompere l’ordine pubblico” e “disturbare l’opinione pubblica” per avere difeso le donne che nel 2018 hanno protestato pacificamente contro l’obbligo del velo, e poi “formazione di un gruppo con lo scopo di interrompere la sicurezza nazionale“, “diffusione di propaganda contro il sistema” e “raccolta e collusione per commettere crimini contro la sicurezza nazionale” per avere creato con Shirin Ebadi, giurista iraniana Nobel per la Pace 2003, il Centro per difensori dei diritti umani”, e per avere aderito alla campagna “Step by Step per l’abolizione della pena di morte”. Le veniva inoltre contestata la pubblicazione di notizie su Shaparak Shajarizadeh, da lei difesa, condannata per avere protestato pacificamente contro l’obbligo del velo. La stessa insistenza di Nasrin per scegliersi un avvocato indipendente – invece di uno dei 20 selezionati dal capo del potere giudiziario – è stata valutata come un atto criminale.

La liberazione provvisoria interviene ora, dopo che per 6 settimane Nasrin Sotoudeh ha intrapreso un nuovo sciopero della fame ed è stata costretta a interromperlo per problemi cardiaci. Protestava contro le condizioni dei detenuti delle carceri iraniane, ancor più gravi alla luce della pandemia. Effettivamente da febbraio risulta che l’Iran abbia rilasciato temporaneamente oltre 100mila detenuti per diminuire la diffusione del coronavirus nelle carceri, ma tra questi manca la maggior parte delle persone che sono arbitrariamente detenute in Iran – doppia cittadinanza, stranieri, difensori dei diritti umani, avvocati, ambientalisti e altri prigionieri di coscienza –, come ha osservato all’inizio di ottobre l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

L’8 marzo 2020 è stata pubblicata una lettera dal carcere di Evin nella quale Nasrin racconta la detenzione.

Attualmente sono nel reparto femminile, che è composto da tre stanze e quaranta detenute. La maggior parte è stata arrestata per motivi politici. Le occupanti del reparto femminile del carcere di Evin sono attiviste dei diritti umani, attiviste dei diritti delle donne, attiviste civili e ambientali, appartenenti alle minoranze religiose e mistiche, componenti di movimenti sindacali e donne con doppia cittadinanza che sono accusate di spionaggio.

Passo le mie giornate ad esercitarmi, a dedicarmi all’artigianato, a leggere e a fare discussioni di gruppo, oltre a occuparmi delle mie faccende personali. Le domeniche sono giorni di visita e se non mi è vietato farmi visitare, posso vedere la mia famiglia.

In carcere, a volte offro a chi è interessato lezioni private sulle questioni dei diritti umani, ma, soprattutto, mi preoccupo di imparare e di insegnare agli altri la funzione delle commissioni per la verità e la riconciliazione in altri paesi”.

Non si ferma la determinazione di questa donna straordinaria a ricercare forme nonviolente per trasformare il proprio Paese. Più oltre si interroga su che cosa non ha funzionato. “Continuo a guardare indietro e a rivedere il percorso che abbiamo fatto. Dove abbiamo sbagliato? Perché non ci siamo riusciti? Perché il nostro governo non è riuscito a governare come si deve? Perché non abbiamo saputo resistere in modo efficace e pacifico?”. Le sue parole mi riecheggiano lo scritto “Attraverso due terzi del secolo” di Aldo Capitini, quando si rammaricava di non essere riuscito, con altri, a formare in Italia una resistenza nonviolenta capace di fermare l’avanzata del fascismo. Nasrin Sotoudeh nelle ultime righe scriveva: “mentre un virus mortale infetta il mio Paese, tendo la mano e come cittadina, con voce gentile, chiedo al governo di porre fine alla sua animosità verso il mondo, di guardare il mondo con gli occhi della pace e di fidarsi della vita e degli esseri umani”. Un appello analogo rivolge agli attivisti per i diritti umani in tutto il mondo, a tutti i cittadini iraniani e in particolare a quelli americani. E chissà che non si apra uno scenario diverso.

 

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