Oltre gli interessi di parte, la sinistra umanitaria dei camalli di Genova

Oltre gli interessi di parte, la sinistra umanitaria dei camalli di Genova

C’è una notizia che viene da Genova di grande rilevanza per la direzione che il mondo politico oppositivo all’attuale compagine al potere potrebbe darsi. Sull’esempio di quanto accaduto al porto di Le Havre, i camalli si sono opposti all’ormeggio di una nave saudita carica di armi, impedendone un ulteriore rifornimento, consapevoli che quegli strumenti di morte colpiranno il popolo yemenita.

Non è solo la maturità politica di chi riesce ad assumersi, coi gesti della propria quotidianità, la responsabilità delle sorti del pianeta e dell’umanità che vi abita. Ma anche, soprattutto, la visione veramente rivoluzionaria di chi riesce a superare il concetto di politica come pars, rappresentanza di idee e interessi di parte, e di restituirla al suo senso più profondo e necessario: lo strumento plurale finalizzato al benessere di chi abita la polis, ovvero l’essere umano.

Tempo fa mi capitò di intervistare Susanna Camusso, allora segretario della CGIL, sul tema dell’obiezione di coscienza. Le chiedevo se il più importante sindacato italiano fosse pronto ad impegnarsi in un percorso politico e culturale che, in applicazione all’art.11 della Costituzione, si ponesse l’obiettivo di riconvertire le aziende produttrici di armi. Mi rispose che il sindacato si occupa degli interessi dei lavoratori e che chiudere la fabbriche che producono armi farebbe perdere il lavoro a tanti operai.

Come darle torto? Se il contesto è quello della politica come arena del conflitto fra le parti, l’argomentazione non fa una piega. Il fatto è che, così facendo, non si è davvero oppositivi al sistema che genera lo sfruttamento dell’operaio, anzi, su un piano più generale, se ne diventa persino complici, perché si accetta di giocare con le regole che il sistema impone: la legge dell’interesse particolare; che è tra l’altro il totem ideologico sul quale è costruita l’ascesa politica delle nuove destre, da “American first” a “Prima gli italiani”.

Il sindacato dei portuali di Genova, invece, scardina questa logica e, così facendo, riscrive il campo di intervento sindacale e politico: non sciopero per il tornaconto della mia categoria, ma in virtù di un principio di solidarietà umana che diventa valore politico: il rifiuto della guerra e, sul piano particolare, il rifiuto di farsene strumento.

C’è in questa lotta la visionaria consapevolezza che la legge dell’interesse, che nell’immediato sembra protegga la mia posizione, è la stessa che domani (ieri e sempre) contrarrà i miei diritti di lavoratore, determinerà la scissione tra ciò che faccio e ciò che sono, annacquerà la mia umanità fino a farmi dimenticare che ho una precisa responsabilità politica nel mio vivere civile e nel mio agire professionale.

Questa visione, unitaria e solidale con chiunque nel mondo lotti per salvaguardare la dignità umana, che rifiuta le regole del gioco imposte dai dominatori, è probabilmente il modo migliore di dare forma all’azione politica di sinistra nei prossimi anni.

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