Per le vie di Roma nel 1965

Per le vie di Roma nel 1965

Il 16 aprile 1965 c’è una marcia per le vie di Roma: ripudio delle guerre, di qualsiasi specie e per qualsiasi ragione, contro ogni azione armata – sia guerra o guerriglia – che porti alla distruzione degli avversari.

La prima “marcia specifica”, la dice Piero Pinna. L’ha proposta il GAN, il piccolo Gruppo di Azione diretta Nonviolenta, nato nell’agosto del ’63 al Seminario internazionale sulle tecniche della nonviolenza, di Perugia. Inizialmente di sei persone è un po’ cresciuto, tenendo manifestazioni di piazza sull’obiezione di coscienza e la libertà di manifestazione, incontrando denunce e processi. Gruppetti si sono formati a Ferrara, Firenze, Milano, Napoli, Perugia, Rovigo. Capitini ha accolto con entusiasmo la proposta.

Il percorso lungo è stato contrattato con la Questura dall’avvocato Giacomo Rosapepe. Conclude lui con Capitini l’iniziativa. È il venerdì di Pasqua, ci sono processioni e problemi di traffico. Si parte da Piazza Navona e poi Via Zanardelli, Piazza Cavour, Via Ulpiano, Via Crescenzio, Piazza Risorgimento, Via Ottaviano, Viale Angelico, Viale Mazzini, Piazza Mazzini, Viale Mazzini, Piazza Montegrappa, Ponte Risorgimento, Piazza Belle Arti, Lungotevere Navi per concludere al Lungotevere Arnaldo da Brescia, al cippo che ricorda Giacomo Matteotti.

Contro tutte le guerre. La nostra Marcia del Venerdì santo. La prima manifestazione del genere in Italia, titola Azione nonviolenta di aprile maggio la descrizione dell’iniziativa. Ne siamo soddisfatti. Molte persone, la giornata è bella, assistono al corteo, leggono i nostri cartelli sulla pace e l’obiezione di coscienza, prendono volentieri i volantini, qualcuno si aggiunge.

Il Tempo aveva previsto: “Se la ‘marcia’ avesse luogo, è facile immaginare come andrebbe a finire: che agli ingenui amatori della pace si affiancherebbero ben nutrite schiere di ‘comandati in servizio’ di partiti e movimenti che hanno ben altre mire e altre mete… Per un giorno di meditativa e vera pace dedicata, tradizionalmente, alla visita dei Santi Sepolcri, una bella fetta di Roma sarà bloccata da una sfilata di dubbia nascita e di più equivoca realizzazione”.

Il rigore nell’invito rivolto non ha consentito “equivoca realizzazione”. E Il Tempo quindi commenta così, a iniziativa attuata: “96 marciatori in tutto, ai quali si è aggiunto qualche passante non assillato da impegni urgenti… il danno arrecato al traffico è stato molto relativo”. Per Il Messaggero sono “circa quattrocento partecipanti… Il traffico è rimasto parzialmente bloccato e si sono verificati intasamenti ed ingorghi, che, nonostante tutta la loro buona volontà, i vigili non sono riusciti a districare se non dopo sforzi inauditi”.

L’Avanti! scrive dell’“ordinatissimo svolgimento della Marcia con l’adesione di numerosi gruppi pacifisti di diversa ispirazione ideologica. I partecipanti, è bene dirlo subito, non erano molti, ma erano pacifisti convinti… colpivano l’attenzione dei cittadini raccolti ai margini del lunghissimo percorso – che hanno più volte manifestato la loro simpatia ai manifestanti – soprattutto i cartelli, tutti ispirati alla più recisa condanna della guerra e richiamanti il pensiero di tutti coloro che hanno lavorato per l’ideale della pace, da Gandhi a Giovanni XXIII”.

Il giornalista Pietro Buttitta regge con me lo striscione di apertura al centro del quale cammina Aldo Capitini. Saremo tra i trecento e i quattrocento. Pinna, sempre preciso, pubblica l’elenco delle adesioni all’iniziativa, tradottesi in gran parte in effettiva partecipazione. Sono circa 170 nominativi. Una metà sono di romani. Ritrovo quelli delle città dove si è segnalata una presenza del GAN: Ferrara 8, ma mancano almeno Felloni e Gallini e forse qualche altro partecipante che non ricordo, Firenze pure 8, Milano 6, Napoli 12, Perugia 4 (contando Pinna, più ferrarese però). Rovigo 1, il caro Bellettato. Sono anche riportati i testi di alcuni cartelli. Quelli del gruppo ferrarese sono i migliori, per contenuti e resa grafica.

Ritrovo su Azione nonviolenta le parole di Aldo e ne risento la voce. “Siamo venuti in questo luogo, dove ebbe inizio il martirio di Giacomo Matteotti, per due ragioni connesse con il nostro lavoro e con la nostra speranza. Una è che Matteotti nei primi mesi del 1915 condusse una campagna chiarissima contro la guerra auspicando che il proletariato italiano desse al mondo l’esempio della lotta nonviolenta per la neutralità; l’altra ragione è che egli veramente pagò con la sua vita la fedeltà assoluta al metodo democratico. Quando Matteotti si opponeva alla guerra non era ancora accaduta la strage di Hiroshima, non erano ancora attuati i campi nazisti di sterminio. Non si era ancora visto a che punto può arrivare la guerra, la violenza, il governo antidemocratico. Noi che l’abbiamo visto, possiamo facilmente prevedere che domani sarebbe anche peggio. Ne sono segni l’estendersi della tortura usata sui prigionieri; l’accumularsi nei magazzini di armi chimiche e batteriologiche; la riluttanza dei governi alle trattative. E allora noi ancor più ci convinciamo che bisogna mutare dalla radice il metodo di lotta, realizzando un metodo che non distrugga gli avversari, che non sospenda per nessuna ragione lo sviluppo della democrazia e del dialogo, un metodo che sia mezzo e fine nello stesso tempo, perché chi ama, non si domanda il perché della vita; un metodo che, malgrado tutto, ci unisca sempre più alla sacra realtà di tutti. In questi giorni in cui la pace comincia ad essere straziata dal mostro della guerra, noi chiediamo la sospensione immediata di tutte le operazioni militari, l’inizio del disarmo, una scuola della pace. Se dallo spazio lontano vengono oggi segnali, dall’intimo della coscienza viene più forte la suprema persuasione di non uccidere”.

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