• 5 Luglio 2022 2:48

Post “spiritoso”: carcere in Marocco, silenzio in Italia

DiDaniele Lugli

Ago 9, 2021
Ikram Nazih

L’attacco della Sura 108 “In verità ti abbiamo dato l’abbondanza” è stato parodiato “In verità ti abbiamo dato il whisky, e bevilo nel nome del tuo Signore, puro non mescolato con la Pepsi”. Lo scritto era stato rimosso dopo appena un quarto d’ora, ma un’associazione religiosa marocchina aveva fatto in tempo a denunciarlo alle autorità. Da ciò l’arresto appena giunta in Marocco e la condanna: trovo scritto tre anni e mezzo di carcere, più una pesante multa. La legge prevede fino a 2 anni di prigione per offesa alla religione islamica e fino 5 se commessa in pubblico o tramite social network. Il Marocco, anche sotto questo profilo, non è il peggiore degli stati islamici. C’è decisamente di peggio. Sono tentato di aggiornare i dati allora forniti. Non lo farò ora. Un interessante contributo sul tema è rintracciabile qui.

C’è un appello e al re è stato chiesto di graziarla. Il re spesso grazia migliaia di detenuti per la festa del sacrificio, 19-23 luglio, e per la ricorrenza della sua incoronazione, sempre il 23. La diplomazia italiana è al lavoro. Il 16 luglio anche la ministra Lamorgese, in visita in Marocco, ha parlato con membri del governo di Ikram Nazih, la studentessa ventitreenne, in carcere a Marrakesh dal 28 giugno. Il re del Marocco, considerato un riformatore e modernizzatore, è pur sempre discendente del Profeta e Comandante dei credenti. Il caso si presenta delicato. Il re non ha approfittato della data significativa per un provvedimento clemente. Bene se lo fa a ricorrenza passata. Meglio presto. A me colpisce particolarmente, se penso che la ragazza, incarcerata per un post di due anni fa, ha un anno meno di mia nipote. È una sentenza grave e abnorme per il Marocco. Nell’ultimo rapporto di Amnesty leggo dell’arresto di un attore per un video su Facebook, una presa in giro dei rituali islamici. Rilasciato subito, attende libero il processo, più volte rinviato. A sei mesi con multa, per avere postato online caricature di figure religiose, è la condanna di un altro.

Un deputato leghista, Massimiliano Capitanio, si è interessato della vicenda: “Le notizie che giungono dal Marocco sono di una gravità inaudita e impongono un intervento immediato e risolutivo. Dopo il tragico caso di Saman ci troviamo di fronte a un altro episodio che, se confermato, dimostra l’incompatibilità dell’estremismo islamico con la nostra democrazia”. Leggo inoltre titoli come “Sinistra muta su Ikram, l’italiana che ha offeso l’Islam”. E ancora: “è silenzio quasi assordante dell’intera sinistra (o quasi, tranne il deputato Pd Emanuele Fiano)”. Qualcuno potrebbe vederci un pizzico di strumentalizzazione. Certo la vicenda non ha avuto grande diffusione e risonanza. Ora c’è una petizione su Change.org per la liberazione di Ikram Nazih. È cittadina italiana e non si vedono mobilitazioni di concittadini. È pure marocchina e sono tanti i marocchini in Italia. Sanno farsi sentire, quando la cosa li interessa, come a Voghera. L’offesa all’Islam sembra essere per loro un tema spinoso, inaffrontabile. Schierarsi potrebbe avere conseguenze negative in Italia tra i correligionari e peggio in Marocco.

Mentre auguro il meglio a Ikram – e penso che qualcosa di più si dovrebbe fare per la sua liberazione – sento confermata l’inciviltà e dannosità della cosiddetta religione di Stato. L’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dice che appartiene all’individuo non certo allo Stato: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”. Gli Stati che non applicano questo principio non vogliono cittadini liberi, eguali, fraterni. Se lo Stato ha una religione è difficile per l’individuo averne un’altra o non averne affatto. È importante che anche i capi religiosi se ne convincano e che abbandonino le posizioni di comodo e i privilegi connessi all’essere religione di Stato o comunque privilegiata. Qualche segno c’è da noi, non solo da papa Francesco.

“Foi et religion dans une societé moderne” (Fede e religione in una società moderna) è un recente libro del cardinale Joseph De Kesel, arcivescovo di Bruxelles. Scrive il cardinale “Il cristianesimo in Occidente non è più la religione culturale. Questa cristianità non esiste più. La fine di questa cristianità non significa tuttavia la fine del cristianesimo. Si tratta della fine di una sua figura storica. Il cristianesimo e la Chiesa sono stati per secoli un fenomeno determinante nella costruzione della vita nella società. La loro posizione era inevitabilmente molto influente. Una posizione sicuramente confortevole. Ma da nessuna parte nel Nuovo Testamento ci viene detto che quella è la posizione ideale del cristianesimo, né che è la situazione che più gli si attaglia”.

Analoga è la considerazione del cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna: “C’è un mondo che è cambiato, la cristianità è tramontata… La Chiesa rischia di essere irrilevante anche se le statistiche sui credenti non sono tutto. Alcune scelte di papa Francesco sono importanti per i cattolici, e per tutti. La cristianità è finita, ripartiamo dall’essere evangelici, dal parlare con tutti, dal riprendere le relazioni con tutti. Essere una minoranza creativa che parla di futuro. Non difendiamo i bastioni, abbiamo tanto da lavorare per superare le difficoltà della Chiesa”.

Una religione che non difende i propri muniti bastioni, una religione aperta – come scriveva Capitini nell’opera subito messa all’Indice – merita rispetto e considerazione anche da parte di chi religioso non è. Vale anche per l’Islam, se capace di questa conversione. Un capo politico e religioso, discendente del Profeta e Comandante dei credenti, potrebbe dare un contributo prezioso, anche se si è fatto sfuggire una data buona.

 

Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948

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