Sarah Hegazy. Un anno dopo la bandiera arcobaleno

Sarah Hegazy. Un anno dopo la bandiera arcobaleno

Mentre scrivo è la Giornata mondiale del rifugiato. Per la rubrica traduco dall’inglese un articolo di Sarah Hegazy, 28 anni, attivista omosessuale.

Sarah è stata imprigionata in Egitto la sera del 23 settembre 2017 per avere innalzato una bandiera arcobaleno al concerto dei Mashrou’ Leila, un popolarissimo gruppo libanese il cui cantante è anch’egli dichiaratamente gay. Torturata, rilasciata a gennaio 2018 e infine esiliata in Canada, ha denunciato le violenze da cui non si è mai ripresa. Si è tolta la vita il 14 giugno 2020 lasciando poche parole su un biglietto: “Ai miei fratelli, ho provato a sopravvivere ma ho fallito. Ai miei amici, l’esperienza è stata dura e io ero troppo debole per lottare. Al mondo, sei stato davvero crudele, ma io ti perdono”.
L’articolo “Un anno dopo la bandiera arcobaleno” è stato pubblicato su “Mada Masr”, in arabo nel settembre 2018 e di nuovo in inglese pochi giorni dopo la morte di Sarah.

Gli Islamisti e lo Stato egiziano competono quanto a estremismo, ignoranza e odio, proprio come nella violenza. Gli Islamisti puniscono quelli che si discostano da loro con la morte, e il regime con il carcere.
Tutto questo si potrebbe descrivere come una gara a chi è più religioso. Parlo di religione non come insieme di pratiche spirituali, ma come orgoglio e senso di superiorità che derivano semplicemente dal fatto di appartenere a un certo sistema o dal portare avanti determinati rituali.
Il regime ha i suoi strumenti – i media, le moschee – per dire alla società egiziana, ritenuta “intrinsecamente religiosa”: noi proteggiamo la religione e la moralità, perciò non c’è nessun bisogno che gli Islamisti entrino in competizione con noi!
Lo Stato, e il regime al potere in particolare, è puritano. Quando sono stata arrestata e portata via dalla mia casa, di fronte alla mia famiglia, un ufficiale mi ha chiesto se ero religiosa, perché non portavo il velo e se ero vergine.
L’ufficiale mi ha bendata sull’auto che mi conduceva in un luogo a me sconosciuto. Sono stata condotta giù per una scala, non sapendo dove mi stavano portando. C’era solo la voce di un uomo che diceva: “Portatela ad Al Basha”, e un odore disgustoso, e i gemiti di persone in pena. Mi hanno fatta sedere su una sedia, con le mani legate e un pezzo di stoffa nella gola per ragioni che non riuscivo a capire. Non potevo vedere nessuno, e nessuno parlava con me. Poco dopo, ho avuto le convulsioni e ho perso coscienza non so per quanto tempo.
Era elettricità. Mi avevano torturata con l’elettricità. Mi hanno minacciata di fare del male a mia madre se ne avessi parlato con qualcuno – mia madre è morta più avanti, dopo il mio rilascio.
L’elettroshock non era abbastanza. Gli uomini della stazione di polizia di Sayeda Zeinab hanno incitato le altre detenute ad assalirmi, fisicamente, sessualmente e verbalmente.
Le torture non finirono lì. Sono proseguite nella prigione femminile di Qanater, dove mi hanno messa in isolamento per giorni e giorni, prima di trasferirmi in una cella con altre due donne con le quali mi era proibito parlare.
Non ho potuto camminare all’aria aperta per tutto il tempo della mia detenzione. Ho perso la capacità di guardare qualcuno negli occhi.
L’interrogatorio in Procura è stata una dimostrazione di ignoranza. Mi è stato chiesto di esibire le prove che l’Organizzazione Mondiale della Salute non considera l’omosessualità una malattia. Il mio avvocato Mohamed Fouad effettivamente ha contattato l’OMS, che ha prodotto una memoria dove affermava che l’omosessualità non è una patologia. La mia avvocata Hoda Nasrallah ha interpellato le Nazioni Unite, e anch’esse hanno scritto una memoria da cui risultava che il rispetto per le preferenze sessuali è un diritto umano.
Ahmed Alaa ed io ne abbiamo discusso in Procura.
Le sue domande erano naif – mi ha chiesto se il comunismo e l’omosessualità sono la stessa cosa. Mi ha chiesto, in modo sarcastico, che cosa trattiene gli omosessuali dal fare sesso con bambini o animali. Non sapeva che la pedofilia è un reato, e anche fare sesso con gli animali lo è.
Non deve sorprendere che il suo pensiero sia così limitato. Probabilmente considera Mohamed Shaarawy un grande sceicco e Mostafa Mahmoud un fine giurista. Probabilmente pensa che il mondo stia cospirando contro l’Egitto, e che l’omosessualità sia una religione che cerchiamo di inculcare nella gente. Non ha stimoli di pensiero che vadano oltre la sua famiglia, gli esponenti della sua religione, la scuola e i media.

Dopo

Ho cominciato ad avere paura di tutti. Anche dopo il mio rilascio, continuavo ad avere paura delle persone, familiari, amici, passanti. Il terrore aveva preso il sopravvento.
Sono stata colpita da una severa depressione e da un disturbo post-traumatico da stress, e ho sviluppato gravi sintomi ansiosi e attacchi di panico. Sono stata curata con l’elettroshock, che mi ha causato problemi di memoria. Poi ho dovuto lasciare il mio paese per il timore di essere arrestata una seconda volta. Mentre ero in esilio ho perso mia madre. È arrivato un altro ciclo di elettroshock, questa volta a Toronto, e ho tentato per due volte il suicidio. Balbettavo, ero terrorizzata. Non riuscivo ad uscire dalla mia stanza. La mia memoria si è deteriorata ulteriormente. Evitavo di parlare della prigione, evitavo di incontrare persone o di apparire sui media, perché molto probabilmente avrei perso il filo e mi sarei sentita persa, sopraffatta dal desiderio di silenzio. Tutto questo mentre perdevo le speranze nella terapia e nella possibilità di guarire.
Questa è la violenza che mi ha prodotto lo Stato, con la benedizione di una società “intrinsecamente religiosa”.
Non c’è differenza tra un estremista religioso dalla lunga barba che uccide per elevarsi agli occhi del suo dio, e per questo si assume il compito di ammazzare tutti quelli che sono diversi da lui, e un uomo sbarbato e ben vestito, con un cellulare di ultimo modello e un’automobile elegante, che crede di elevarsi agli occhi del suo dio svolgendo il compito assegnato: torturare e imprigionare e incitare odio contro tutti coloro che sono diversi.
Chi è diverso, chi non è un sunnita eterosessuale che sostiene il regime attualmente al potere, è una persona da perseguitare, da bandire, o da uccidere.
La società ha applaudito il regime quando ha arrestato me e Ahmed Alaa, il giovane che ha perso tutto per avere innalzato una bandiera arcobaleno.
I Fratelli Musulmani, i Salafisti e gli estremisti hanno finalmente trovato un accordo con il potere: l’accordo su di noi. Condividevano la violenza, l’odio, il pregiudizio e la persecuzione. Probabilmente gli islamisti e il regime sono le due facce della stessa medaglia.
Non abbiamo trovato aiuto tranne che dalla società civile, che ha continuato ad impegnarsi a dispetto delle restrizioni dello stato.
Non dimenticherò mai il team dei miei difensori: Mostafa Fouad, Hoda Nasrallah, Amro Mohamed, Ahmed Othman, Doaa Mostafa, Ramadan Mohamed, Hazem Salah Eldin, Mostafa Mahmoud, Hanafiy Mohamed e altri.
Gli sforzi della società civile, anche dopo il mio rilascio, non si possono rappresentare o apprezzare a sufficienza con qualche parola su un giornale, ma è tutto quello che ho. Perciò chiedo perdono agli avvocati e a tutti gli attivisti per la mia incapacità ad esprimere gratitudine se non con parole di ringraziamento.
Un anno dopo il concerto di Mashrou’ Leila, e dopo che ai musicisti è stato impedito di tornare ad esibirsi in Egitto, dopo un anno di campagna contro l’omosessualità nel mio paese e un anno dopo che ho dichiarato la mia diversità — “Sì, sono omosessuale” — non ho dimenticato i miei nemici.
Non ho dimenticato l’ingiustizia che ha scavato un buco nero nella mia anima e l’ha lasciata sanguinante – un abisso che i medici ancora non sono riusciti a guarire.

 

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