Sovranisti e populisti. Ricominciare da Ventotene

Sovranisti e populisti. Ricominciare da Ventotene

C’è un testo che ha i miei anni. Li porta molto bene. Lui. L’hanno scritto in tre – Eugenio Colorni, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli – su un’isola dove erano confinati. È il manifesto di Ventotene, il progetto di un’Europa possibile e necessaria.

Consiglio di leggerlo. Era l’estate del ’41, molto preoccupante, per l’Italia, l’Europa, il mondo. Può aiutarci ad affrontare i tempi orribili nei quali siamo entrati.

 

I sovranisti

Ecco con quanta precisione individua il servizio perfetto alla reazione che i sovranisti-populisti avrebbero fornito a guerra finita. È un servizio che continua sotto i nostri occhi: “Le forze reazionarie hanno uomini e quadri abili ed educati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati, si proclameranno amanti della libertà, della pace, del benessere generale, delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuate dietro i movimenti popolari, e li abbiano paralizzati, deviati, convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovranno fare i conti. Il punto sul quale esse cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico”.

Che il patriottismo sia l’estremo rifugio delle canaglie già, nel 1775, ce l’aveva detto Samuel Johnson. Nel patriottismo c’è tuttavia un po’ d’amore, sia pure distorto, verso il paese in cui si vive, verso chi condivide lo stresso spazio e lo stesso tempo. Niente di ciò negli attuali sovranisti: solo odio e rancore verso chi è indicato come diverso e nemico. È il solo modo di sentirsi dei “nostri”.

 

Stati sovrani e guerra

L’esito di stati sovrani, incapaci di riconoscimento e convivenza, non poteva – e non può – essere altro che la guerra all’esterno e l’oppressione all’interno. Gli autori ne stanno facendo diretta esperienza mentre scrivono. Lo vediamo anche oggi: “La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio di ciascuno di essi, poiché ciascuno si sente minacciato dalla potenza degli altri e considera suo «spazio vitale» territori sempre più vasti, che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza, senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquetarsi che nella egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti. In conseguenza di ciò, lo stato, da tutelatore della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi tenuti a servizio, con tutte le facoltà per renderne massima l’efficienza bellica.

Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani”.

La pur pessima Unione Europea ci ha fin qui evitato i più pesanti coinvolgimenti. Riemergono le divisioni tra Stati e la crisi dell’Europa, sola speranza di contribuire alla pace e alla giustizia affrontando questioni come l’immigrazione, che non possono essere lasciate a impotenti e prepotenti stati nazionali.

 

Solidarietà e benessere

Eppure, e i nostri autori già lo vedevano nel ’41, concrete sono le possibilità di benessere generale a partire dal nostro continente: “La potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità, con la tecnica moderna, permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l’alloggio e il vestiario, col minimo di conforto necessario per conservare il senso della dignità umana. La solidarietà umana verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica, non dovrà, per ciò, manifestarsi con le forme caritative sempre avvilenti e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori”.

C’era dunque pure il reddito di cittadinanza, di inclusione (o come lo si voglia chiamare) per evitare “contratti di lavoro iugulatori”. Ci sono proposte al Parlamento europeo di una garanzia dell’UE in questa direzione. Nel Manifesto si pensava pure di affiancare a scuola e sanità pubbliche la fornitura di vitto, alloggio e vestiario. Ernesto Rossi ha sviluppato quella proposta scrivendo, nello stesso periodo, Abolire la miseria. Il compito di fornire questa base materiale minima della dignità umana sarebbe stato assegnato all’esercito del lavoro, due anni di servizio civile di ragazze e ragazzi a coronamento di percorsi di studio in una scuola profondamente riformata. Un modo serio di diventare cittadini in luogo del servizio militare o del modesto servizio civile che si proclama universale. La dimensione europea sarebbe certo ideale.

 

Avevamo cominciato bene    

Rileggiamo i primi articoli della nostra costituzione e fermiamoci sull’11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. È il ripudio dell’ottuso sovranismo per una prospettiva più ampia, la sola che può dare speranza. Lo diceva bene Calamandrei: “Come gli architetti nel costruire parte di un edificio che dovrà esser compiuto nell’avvenire lasciano nella parete destinata a servire d’appoggio certe pietre sporgenti che essi chiamano ammorsature, cosi è concepibile che nella Costituzione italiana siano inserite, in direzione della federazione non ancor nata, cosiffatte ammorsature giuridiche, che potranno domani servire di raccordo e di collegamento con una più vasta costruzione internazionale: offerte unilaterali che mostreranno fin d’ora la nostra buona volontà, e che, funzionando oggi da invito e da esempio, potranno domani, quando il nostro richiamo sarà compreso, trasformarsi in intese e, via via, in aggregati sempre più solidi e più spaziosi “.

L’aggregato più solido e spazioso è l’Europa. Non possiamo rinunciarvi per rinchiuderci in spazi nazionali asfittici e pericolanti, in balia di potenze economiche, politiche e militari che vediamo all’opera contro tutti i principi che abbiamo condiviso nella carta del Diritti fondamentali dell’Unione Europea: dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia.

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