Sul caso Riace, dei mezzi e dei fini

Sul caso Riace, dei mezzi e dei fini

La condanna di Mimmo Lucano pone molte questioni, chiama in gioco principi di legalità e umanità;

ma per gli amici della nonviolenza c’è una domanda, diretta e immediata, alla quale bisogna rispondere: il fine giustifica i mezzi? o i mezzi sono tanto importanti quanto il fine? Abbiamo imparato, leggendo Gandhi, che i mezzi contano anche più del fine, perché sono i mezzi scelti che determinano la qualità del fine perseguito. Si può derogare utilizzando mezzi corrotti a fin di bene? Nel caso di Riace siamo di fronte ad atti illegali o a una forma di disobbedienza civile?

Basito, come tanti, dalla pesantezza della condanna a 13 anni e 2 mesi, emessa dal Tribunale di Locri nei confronti dell’ex Sindaco Mimmo Lucano e altri, ho cercato di capire meglio andando direttamente alla fonte. Ho letto le carte del processo, le 129 pagine dell’ordinanza del Giudice per le indagini preliminari con i capi di imputazione, ho ascoltato le ragioni del Procuratore, del Pubblico Ministero, della Difesa.

Leggerò anche le motivazioni della sentenza, quando saranno pubblicate, per capire perché siano state raddoppiate le condanne chieste dall’accusa e perché non siano state applicate nemmeno le attenuanti generiche. Poi ci sarà l’appello e infine la Cassazione. Fino alla sentenza definitiva a Lucano va riconosciuta la presunzione di innocenza. Le sentenze si rispettano ma si possono discutere, e non è difficile pensare che in questa sentenza ci sia stato accanimento, forse una vendetta, un regolamento di conti in atto, un voler penalizzare il diritto al soccorso che costituisce il fondamento stesso dei diritti universali della persona.

Tuttavia bisogna attenersi ai fatti processuali. E i fatti emersi sono pesanti.

I reati contestati vanno dall’abuso d’ufficio alla truffa, dalla concussione al peculato, dalla turbativa d’asta alla falsità ideologica, fino ai delitti contro la pubblica amministrazione e il patrimonio e alla truffa aggravata a danno dell’Unione europea; il tutto con l’aggravante dell’associazione a delinquere.

Il Tribunale ha riconosciuto una lunga serie di irregolarità per piegare l’afflusso di fondi pubblici ai progetti di accoglienza a Riace, indebite rendicontazioni SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), CAS (centri di accoglienza straordinaria) e MSNA (minori stranieri non accompagnati), tramite associazioni e cooperative appositamente costituite, a volte anche in totale assenza di documentazione attestante i costi sostenuti, false fatturazioni, false prestazioni lavorative.

Per gli anni dal 2014 al 2017 il Tribunale ha calcolato un danno patrimoniale per lo Stato di oltre 10 milioni di euro.

La stessa difesa di Lucano ha ammesso che sono stati fatti errori di carattere amministrativo, ma che eventualmente riguardano il Tar o la Corte dei conti e non hanno rilevanza penale.

Se ci troviamo di fronte a reati penali o illeciti amministrativi, lo stabiliranno i prossimi gradi del giudizio, così come se si tratta di errori o di truffe. La buona fede non si nega a nessuno, ma i fatti vanno accertati.

Non spetta a me giudicare i singoli comportamenti. I protagonisti della vicenda sanno in coscienza come e perché hanno agito così, e i giudici accerteranno le responsabilità personali.

Le domande che qui mi pongo sono:

  • per realizzare un fine buono (il sistema di accoglienza a Riace), è lecito agire in modo fraudolento (falsificare la documentazione)?
  • dichiarare il falso per ottenere i fondi necessari ad un buon progetto, è una forma di disobbedienza civile?

La disobbedienza civile è tale se dichiarata apertamente, se c’è un’assunzione di responsabilità, e se ha un progetto di miglioramento della legge violata.

Nei dibattiti di questi giorni sono stati fatti paragoni con don Lorenzo Milani o Danilo Dolci.

A me pare in modo improprio. Don Milani fu processato per un reato d’opinione: aveva semplicemente espresso la sua verità sull’obiezione di coscienza. Accettò il processo, si difese da solo con la sua lettera ai Giudici “L’obbedienza non è più un virtù” e non volle nessuna manifestazione di solidarietà né prima né dopo il processo. Alla fine fu assolto.

Danilo Dolci, con lo sciopero alla rovescia, occupò le terre alla luce del sole, in difesa dell’articolo 4 della Costituzione, per dare lavoro ai contadini. Fu condannato a 50 giorni che scontò in carcere.

Il caso di Lucano mi pare francamente diverso. È un Sindaco che non ha intascato per se stesso nemmeno un euro, ma ha firmato delibere, bilanci, rendicontazioni non corrispondenti al vero per ottenere le risorse necessarie a mantenere in vita un progetto sempre più costoso.

Non voglio, qui, aprire la discussione sul vasto tema della legislazione italiana su immigrazione e accoglienza, che certamente è inadeguata, arretrata e va modificata. Così come non voglio discutere del modello messo in piedi a Riace, che certamente ha rappresentato un’eccellenza e ha dimostrato le grandi potenzialità di una politica dell’accoglienza e dell’inclusione.

Quello di cui è necessario discutere è la necessaria coerenza tra mezzi (progetti di inclusione sociale) e fini (riconoscere i diritti di tutti). L’aspetto politico del processo di Locri chiama in causa le contraddizioni delle politiche migratorie e umanitarie, tra responsabilità e solidarietà. In questo senso siamo tutti coinvolti.

“Fare bene il bene” è un monito saggio. C’è un solo dovere che va applicato sempre “senza se e senza ma”, ed è quello di salvare vite umane; per tutto il resto è sempre meglio porsi “tanti se e tanti ma”, anche sui metodi della nonviolenza, soprattutto quando c’è di mezzo il bene comune.

Mao Valpiana

P.S. 1 – Tra i tanti articoli usciti dopo la condanna, uno su tutti vale la pena di essere letto, pubblicato su Vita.it con il titolo “Riace, dalla narrazione degli eroi alla responsabilità collettiva” di Massimo Iiritano

P.S. 2 – Tra le tante raccolte di firme, appelli, dichiarazioni, manifestazioni che sono state organizzate in questi giorni, una che mi pare utile e concreta è la raccolta fondi lanciata da Eugenio Mazzarella su Avvenire.it

“… una cosa però possiamo fare: aiutare Mimmo Lucano a sostenerne il fardello, la croce morale che gli è stata inflitta, dal lato pratico della aggiuntiva sanzione economica della restituzione dei cinquecentomila euro di fondi europei che, a dire della sentenza, sarebbero stati impiegati in modo improprio o francamente illegittimo. Lanciamo per questo un appello a una raccolta di fondi per mettere in condizione Mimmo Lucano di sostenere il peso economico abnorme di questa sanzione”.

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