Transcend: il trauma della complessità

Transcend: il trauma della complessità

Carlo Bellisai scrive per noi alcune considerazioni riguardanti il 2° seminario sul metodo “Transcend” in Sardegna.

Dal 24 al 27 luglio 2014 s’è tenuto alla Casa per la Pace di Ghilarza, in Sardegna, il 2° seminario estivo sul metodo Transcend di J. Galtung, tenuto anche quest’estate dalla formatrice dell’Istituto Galtung e dell’Università per la pace on-line Erika Degortes.

Se la scorsa estate il tema centrale era il conflitto, quest’estate il focus è stato posto sul trauma. Alla base del metodo Transcend sta infatti l’equazione PACE = EQUITA’ x ARMONIA fratto TRAUMA x CONFLITTO.

Se l’equità è cooperazione per un beneficio comune, l’armonia è data dalla risonanza e dall’empatia nelle relazioni; il trauma è la violenza subita e la necessità di pulire la ferita. Il conflitto è la contrapposizione causata dalle diversità di bisogni, opinioni, punti di vista e per affrontarlo occorre essere come dei medici nei confronti di un paziente: diagnosi, prognosi e terapia sono le metafore proposte. Le mappe concettuali del metodo sono date da una continua sovrapposizione di livelli, spesso sintetizzate in triadi: corpo-mente-spirito (livello individuale) hanno una loro corrispondenza in natura-struttura-cultura (livello collettivo) e vanno entrambi declinati sull’asse passato-presente –futuro. D’altra parte lo stesso conflitto è dato dal triangolo comportamento-attitudine-contraddizione e la soluzione, o processo di trascendenza del conflitto è data dalle tre C di concretezza-creatività-costruzione. Fin qui le basi, ma poi occorre capire quali bisogni fondamentali possano esser lesi: di sopravvivenza, di libertà, d’identità, di benessere. Se si persegue una soluzione costruttiva è quindi necessario fare una mappatura del conflitto, distinguendo fra gli obiettivi (legittimi e illegittimi), i mezzi (legittimi e illegittimi) e i valori delle parti in causa. Sarà quindi necessario legittimare gli obiettivi, i mezzi e i valori utili a creare ponti fra gli antagonisti.

Il focus sul trauma tarda un po’ ad arrivare, a causa della necessità di dare una continuità e di integrare i nuovi partecipanti Erika propone un veloce e robusto “ripasso”. Ma quando arriva, il seminario prende più vita. Va detto anzitutto che il trauma ha una dimensione sociale e investe corpo mente e spirito, sia della vittima che del carnefice e procura in entrambi un (pur diverso) senso di colpa, sia verso se stessi che verso gli altri. Il sentimento di perdono, o il bisogno di sincerità e verità possono innescare fra gli attori in conflitto un processo di riconciliazione. Si tratta di un processo non semplice, perché la riconciliazione non può limitarsi ad un aspetto giuridico e nemmeno culturale. Certo deve chiarificare il passato, ma deve essere un processo profondo, spirituale, capace di attivare un vero rinnovamento e reinnamoramento verso la vita, per essere davvero rigenerante per tutte le parti e portare ad un futuro in cui la parola pace sia solida come il pane.

Così come l’altra volta aveva utilizzato le fiabe per lavorare sul conflitto, stavolta Erika ci ha proposto dei film per approcciarci al trauma. I primi due film proposti erano “I Tenembaum” di W. Anderson e “Lars e una ragazza tutta sua” di N. Oliver, rispettivamente nei giorni di venerdì e sabato. Attraverso la visione del film dovevamo fare la mappatura dei personaggi in conflitto, descrivere il tipo di conflitto e identificare il trauma all’origine dello stesso. E’ stato un lavoro molto interessante, svolto in sottogruppi e con successiva esposizione e discussione in plenaria. Ancora il dopocena del sabato, per dare più succo alle idee sviluppate, abbiamo visto il bellissimo film “In my country”, incentrato sul tribunale di riconciliazione in Sudafrica voluto da Mandela e da Tutu.

L’ultimo esercizio in sottogruppi sulla mappatura del trauma e degli obiettivi e mezzi delle parti in conflitto si è svolto sulla base di alcuni articoli incentrati su problemi di attualità politico-sociale (immigrazione, Grecia, Angola), ma purtroppo non ha avuto una sua completezza in plenaria per mancanza di tempo. Nonostante questa conclusione un po’ veloce (con il difficile compito di proseguire via mail) il seminario è stato nell’insieme interessante, innovativo, abbastanza attivo ed intenso.

Mi resta tuttavia questa sensazione d’incompiutezza, assieme a quella di piacevolezza. Sarà forse che il vero trauma per i partecipanti sia stato quello di ritrovarsi davanti alla complessità del metodo Transcend? Quanti seminari occorreranno ancora per poter cominciare a padroneggiare il metodo e ad usare i suoi strumenti nelle situazioni concrete di ogni giorno? O quanto dovremmo fare noi stessi per dare continuità dal basso a tutte le iniziative di formazione? Domande aperte per una riflessione comune, anche in vista della possibile organizzazione di un terzo seminario.

Carlo Bellisai

Foto tratta da Galtung-Institut

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