Women Wage Peace. Le donne fanno la pace in Israele e Palestina

Women Wage Peace. Le donne fanno la pace in Israele e Palestina

La convocazione è stata pubblicata online il 15 maggio scorso: «Le donne fanno la pace. Uniamoci in una catena umana silenziosa.

Insieme chiediamo la fine della violenza e della lotta. Basta odio, basta paura, basta perdite di vite umane. Questo momento è per noi! Donne arabe ed ebree, religiose e laiche; donne e uomini, giovani e anziani – da tutto lo spettro politico – ci daremo la mano per creare una catena umana di speranza». Seguono le indicazioni per il parcheggio, l’elenco delle adesioni e qualche indirizzo social per tenersi aggiornati.

Alla manifestazione indetta per il 19 maggio scorso alla porta di Jaffa, a Gerusalemme, migliaia di persone vestite di bianco venute da tutto il paese si sono prese per mano formando una catena umana per chiedere la pace in Israele e Palestina. In Italia è passata quasi inosservata, solo il quotidiano Avvenire ne ha dato notizia insieme a qualche testata o agenzia di stampa online. Eppure gli attivisti per la pace in quei territori sono una presenza organizzata da molti, molti anni, e forse l’indifferenza della comunità internazionale ha un ruolo nel mantenimento delle ostilità.

La catena umana del 19 maggio era organizzata dall’associazione Women Wage Peace, Le donne fanno la pace. Come si legge sul sito, «è un vasto movimento dal basso fondato nell’estate 2014 a seguito dell’Operazione Margine di Protezione. Vi aderiscono decine di migliaia di membri appartenenti alle frange politiche di destra, centro e sinistra, ebrei e arabi, religiosi e laici, dal centro del paese alle periferie, donne dai kibbutz e dagli insediamenti, e tutti quelli che si riconoscono nella richiesta di un mutuo accordo nonviolento condiviso da entrambe le parti».

Nei primi anni, tra il 2014 e il 2017, sono state molte le prese di posizione di Women Wage Peace (WWP). Nel 2015 tremila donne hanno circondato il parlamento israeliano (la Knesset). In una tenda fuori dalla residenza del primo ministro, poi, per 50 giorni centinaia di donne hanno digiunato e migliaia hanno presenziato per dimostrare il loro sostegno. Con la Marcia della Speranza del 2016 trentamila donne e uomini, israeliani e palestinesi, ebrei e arabi hanno marciato per un periodo di due settimane dal nord fino a Gerusalemme, sostenuti da contemporanei eventi di solidarietà in tutto il mondo. Dopodiché di fronte alla Knesset per due mesi hanno chiesto l’adozione di un accordo politico. E nel 2017 si sono susseguiti il Comitato elettorale delle donne per la pace e la sicurezza presso la Knesset, il treno della pace con mille donne in viaggio verso Beit Shean, la scritta umana “Ready for Peace” (pronti per la pace) in occasione della visita di Trump in Israele e un nuovo “Viaggio per la pace” di due settimane, dai quattro angoli del paese, con decine di migliaia di partecipanti.

Negli ultimi anni WWP ha svolto un lavoro soprattutto culturale – mostre, proiezioni cinematografiche, tavole rotonde, convegni – per far crescere la consapevolezza dell’opinione pubblica, avviare una discussione ampia sulla possibilità di una soluzione politica, creare opportunità di dialogo tra individui e gruppi in contesti formali e informali.

Il 15 maggio 2021 l’associazione ha pubblicato una dichiarazione contro l’assurdità della violenza e della guerra, che in un passaggio recita: “Come molti di voi, anche noi siamo vicine alla disperazione. Ma come donne determinate a costruire la pace, rifiutiamo di rinunciare alla speranza, o ai nostri obiettivi, o all’alleanza con tutti i segmenti della popolazione israeliana. Oggi, più che mai, scegliamo di agire per porre fine alla violenza, agli spargimenti di sangue, alla distruzione e alla devastazione. Stiamo continuando a lavorare per una coesistenza pacifica, e per l’avvio di negoziazioni che conducano a un accordo politico, alla pace e alla prosperità. Saremo in diversi luoghi chiave del paese con i nostri cartelli per ricordare le recenti operazioni militari che non hanno portato assolutamente a niente, e dimostrare l’assurdità di attendere soluzioni dall’intervento militare per risolvere problemi sociali e politici”.

Le donne di WWP credono davvero che una pace duratura sia possibile. Anche di fronte alle violenze che si sono verificate nelle città miste, la co-direttrice Braudo intervistata da insideover.com ha evidenziato trattarsi dell’intervento di frange estremiste enfatizzate dai media, a fronte di una reazione equilibrata dalla maggioranza della popolazione.

Con il pensiero alla nostra campagna “Un’altra difesa è possibile” mi è piaciuto scoprire che WWP nel 2018 ha proposto al Parlamento israeliano l’adozione di una legge che preveda una sorta di Gabinetto per la pace, in grado di elaborare alternative politiche all’intervento militare nelle situazioni di crisi e svolgere un lavoro di ricerca costante (in inglese sul Jerusalem Post del 12 agosto 2020).

Le donne di WWP si sono interrogate intorno al modo in cui si assumono decisioni in situazioni di crisi, soprattutto dopo aver letto un report pubblicato nel 2017 da Israele sull’operazione militare del 2014 da cui l’associazione è nata, una delle campagne militari più sanguinose degli ultimi decenni in quelle terre. Il report arriva a conclusioni schiaccianti; non c’era stata alcuna discussione prima dei combattimenti per determinare gli obiettivi e la politica di Israele nei confronti di Gaza, né erano state prese in considerazione alternative non militari.

Tami Yakira e Yael Admi, attiviste di WWP, ne hanno scritto in una pubblicazione gratuita. “Non possiamo più continuare così. Non pensiamo che i decisori siano dei demoni o abbiano cattive intenzioni, ma il destino dei nostri bambini è nelle loro mani. Se non c’è un meccanismo ordinato per decidere, questo è semplicemente irresponsabile”.

Admi è un’ingegnere informatico con un dottorato in filosofia, Yakira un’avvocata per i diritti dei lavoratori. Insieme hanno fatto ricerca per quasi due anni coinvolgendo qualcosa come 50 esperti di politica, sicurezza, diplomazia, diritto, economia e psicologia, incluse persone che sono state coinvolte nei processi decisionali con Yitzhak Rabin e poi con il primo ministro Ehud Barak, e hanno organizzato due conferenze. Quindi hanno steso una lista di proposte diplomatiche serie che non erano mai state discusse prima. Il risultato di questa ricerca è in una pubblicazione riassuntiva di quasi 400 pagine che getta le basi per la proposta di una Political Alternatives First Legislation. La proposta di legge richiede che in Parlamento sia previsto un tempo per la discussione di alternative politiche all’intervento militare e siano allocate risorse per esaminare e sviluppare quelle opzioni. La proposta di legge prevede un maggior coinvolgimento delle donne nei processi decisionali, in applicazione della risoluzione 1325 del Consiglio delle Nazioni Unite assunta nel 2000, ratificata da Israele nel 2005 ma non ancora applicata. Specifica inoltre che ci sarà un monitoraggio e una reportistica sul lavoro del Comitato per gli Affari Esteri e per la Difesa del Parlamento israeliano.

I paralleli con il pacifismo italiano non finiscono qui. Alla prima Marcia Perugia-Assisi associamo la canzone “Dove vola l’avvoltoio”. Anche la Marcia della Speranza indetta da WWP è legata a una canzone. È stata scritta da Yael Deckelbaum, cantautrice israeliana pluri premiata e attivista per la pace, e si intitola “Prayer of the Mothers”, preghiera delle madri. L’hanno cantata insieme migliaia di donne israeliane e palestinesi camminando unite per un futuro di pace, e ancora risuona per milioni di persone in tutto il mondo.

 

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