L’Oscar ad una minoranza cinematografica

L’Oscar ad una minoranza cinematografica

Recensione film: Moonlight, Barry Jenkins, 2016, USA – di Irene De Togni

  1. Little: bambino, trova in Juan e Teresa una boccata d’aria fresca dalle oppressioni del bullismo e di una madre tossicodipendente.
  2. Chiron: adolescente, vittima delle violenze dei compagni di scuola e delle carezze del migliore amico, finisce in carcere per una risposta troppo aggressiva ad una provocazione troppo aggressiva.
  3. Black: adulto, una volta uscito dal carcere ha modo di riconciliarsi con la madre e con il migliore amico.

Moonlight mette in  scena infanzia, adolescenza ed età adulta di un afroamericano gay cresciuto fra i quartieri  popolari e le spiagge di Miami.  La sceneggiatura nasce dall’adattamento della pièce a forte componente autobiografica  di Tarell Alvin McCraney, In Moonlight Black Boys Look Blue. La divisione in tre atti  successivi non è dell’originale (nella pièce i tre momenti vengono mostrati simultaneamente  sulla scena) ma risulta dalla trasposizione cinematografica che ne fa Jenkins e, per quanto  contribuisca a ritmare la pellicola, rende forse un po’ didascalica l’associazione dei tre diversi  nomi alle tre tre fasi della vita di Chiron: il film riflette, infatti, sulle difficoltà per una  minoranza di costruirsi un’identità autonoma anche e soprattutto qualora questa si discosti da  quella etero definita del contesto socio-culturale coercitivo in cui la minoranza si trova  inserita.

Sul problema dell’identità Jenkins si era soffermato anche nella sua precedente (e  prima) pellicola, Medicine for Melancholy (2008), a partire dall’incontro fra le culture indie e  afroamericana. Anche in questo caso si tratta di dar voce alle minoranze fra le minoranze,  portando sullo schermo la storia di un ragazzo nero e omosessuale e facendo fare un passo  avanti alla pratica decostruttiva dello stereotipo: l’universo nero dipinto da Moonlight sembra  discostarsi da quello dell’immaginario cinematografico classico appiattito sulle sole  problematiche razziali e ne dà una rappresentazione decisamente più sfaccettata.

Come costruirsi, tuttavia, una propria identità (sia essa personale o cinematografica)  in uno spazio che sembra essere solo di altri? A dispiegare la poetica del film lo scambio di  battute riportato da Juan fra lui ed una vecchia signora che riprende il titolo della pièce –“In  moonlight, black boys look blue”. “You’re blue”. “That’s what I’m gonna call you: ‘Blue’.” – : lo spazio della notte (tema su cui è stata recentemente pubblicata una bella riflessione di  Michaël Foessel: La nuit: vivre sans témoin, Paris, Autrement, 2017) si offre a Chiron come  uno spazio nuovo, aperto alle possibilità di ridefinizione e reinvenzione ed illuminato da una  luce diversa da quella diurna degli spazi già codificati. Non è un caso che sia la luce notturna  ad accompagnare la maggior parte dei momenti significativi per la maturazione del  protagonista.

Allo stesso modo, per il regista lo spazio filmico è rappresentato soprattutto  dall’inventario di strumenti narrativi ed estetici che gli permettono di rivisitare in chiave black  cinema le situazioni più tradizionali: la ricerca di un’identità estetica traspare da ogni  dettaglio, dai toni lirici con cui è trattata una vicenda il più delle volte piuttosto cruda ad una  fotografia attentissima a valorizzare la particolarità cromatica dei suoi soggetti.

Parlando di black cinema, in un’intervista per il The Guardian Mia Mask (Contemporary  Black American Cinema : Race, Gender and Sexuality at the Movies, Londra, Routledge,  2014) sostiene che l’“African American cinema is a metaphor for black experience because it  is a history of the struggle for inclusion.” : Moonlight è infatti, allo stesso tempo, storia della  costruzione dell’identità di un individuo e metafora della storia di una minoranza cinematografica che si fa spazio a Hollywood.

Il miglior film agli Oscar di quest’anno è un film nero che non appiattisce l’universo  nero sul solo problema razziale, è un film LGBT che propone dei personaggi ancora poco  rappresentati sul grande schermo, ed è un film a basso costo che tuttavia non rinuncia alla  ricerca di un’identità estetica. Congratulazioni.

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