A futura memoria. Annotazioni disarmate nell’epoca della “guerra” al virus

A futura memoria. Annotazioni disarmate nell’epoca della “guerra” al virus

Come in un taccuino personale ho annotato sulla mia pagina Facebook, quasi quotidianamente, pensieri suscitati dell’evoluzione dell’epidemia da coronavirus. Che ne punteggiano alcune ricadute sociali e culturali, provando a decostruirne le metafore belliche che l’accompagnano. Le raccolgo qui, come personale diario della quarantena e piste di lavoro alla sua fine

27 febbraio

Una cosa è certa in questa faccenda dell’epidemia da coronavirus: la conferma, ancora una volta, che la difesa dalle vere minacce alla sicurezza collettiva non è costituita dalla difesa militare.
Tagliare le risorse per la sanità, la ricerca, il welfare, l’istruzione ed aumentare, per contro, le spese militari – come fatto da tutti i governi degli ultimi vent’anni – non aumenta, ma riduce drasticamente, le difese di tutti.

28 febbraio

Sapremo domani se lunedì riapriranno le scuole e le istituzioni culturali.
Sappiamo già oggi che se non riapriamo subito la mente non ne usciremo.
La resilienza di un sistema complesso necessita di apertura, intelligenza e coraggio, non di chiusura, stupidità e paura.

29 febbraio

Mentre in Italia continuano precauzionalmente le scuole chiuse contro l’epidemia di Covid-19, ad Idlib in Siria le scuole vengono deliberatamente aperte dai bombardamenti. Con dentro i bambini, come denuncia Save the Children.
Non c’è virus più devastante della guerra, ma nessun governo ricerca il vaccino del disarmo.
Che consentirebbe anche di liberare enormi risorse per combattere le altre epidemie.

1 marzo

“Mancano 56 mila medici, 50 mila infermieri e sono stati soppressi 758 reparti in 5 anni. Per la ricerca solo lo 0,2% degli investimenti. Così la politica ha dissanguato il sistema sanitario nazionale che ora viene chiamato alla guerra…”
Questo l’incipit di un pezzo de L’Espresso sulla sanità pubblica italiana che sta gestendo l’emergenza del Covid-19.
Intanto, mentre accadeva questo, quegli stessi governi hanno investito 25 miliardi all’anno nella spesa pubblica militare. Per acquistare cacciabombardieri nucleari, portaerei e sofisticati sistemi d’arma, preparandosi – invece – ad altre guerre.
A quelle che non salvano vite.

4 marzo

L’ Europa che – Italia in testa – cerca di difendere ogni vita dalla minaccia del coronavirus è la stessa che – Grecia in testa – spara e respinge i profughi che scappano dalla guerra in Siria.
No, c’è qualcosa che non torna in questa umanità differenziata.

5 marzo

Per una malintesa idea di sicurezza, negli ultimi dieci anni il finanziamento pubblico al Servizio sanitario nazionale è stato decurtato di oltre 37 miliardi, mentre la spesa pubblica militare è schizzata a 25 miliardi annui con un aumento – nello stesso periodo – di oltre il 20%.
Adesso, per evitare che il sistema sanitario sia definitivamente travolto dal picco del coronavirus, si è costretti – per la prima volta nella storia della Repubblica – a chiudere per settimane le scuole e le università. Ossia sospendere un altro fondamentale presidio di sicurezza, civile e culturale.
Lo psicodramma collettivo che stiamo vivendo ci aiuterà ad uscire – una volta per tutte – dal malinteso della sicurezza che fa chiudere reparti ospedalieri ed acquistare cacciabombardieri?

7 marzo

Quando tutto questo sarà finito, chi evade il fisco si ricordi di pagare sempre le tasse. E di ringraziare chi le paga sempre. Perché i servizi pubblici si stanno prendendo cura anche di lui.
Quando tutto questo sarà finito, chi ha privatizzato pezzi di sanità e di servizi pubblici essenziali torni sui suoi passi. Perché non c’è emergenza nazionale che non sia gestita essenzialmente dal servizio pubblico.
Quando tutto questo sarà finito, chi ad ogni occasione insulta i lavoratori pubblici chieda scusa a medici, infermieri, operatori sanitari e a tutti coloro che stanno lavorando per la tenuta del sistema. Perché senza la loro abnegazione il sistema sarebbe già travolto.

8 marzo/1

E così anche Reggio Emilia è entrata ufficialmente in “zona rossa”, ossia in zona di emergenza sanitaria. Adesso facciamo che diventi zona di maggiore responsabilità e consapevolezza, non di panico e di isteria.
Proviamo a trasformare questo momento di crisi per ciascuno in una fase di crescita per tutti.
Il come ci staremo dentro definirà il come ne usciremo.

8 marzo/2

Ma fra coloro che tra ieri sera e stanotte sono fuggiti dalla “zona rossa”, assaltando i treni appena diffusa la notizia del possibile blocco, quanti sono quelli che vogliono chiudere porti e frontiere a chi cerca di fuggire dalle zone di guerra, rosse di sangue?

9 marzo

Mettiamola così, per capirci: quello in corso non è un colpo di stato militare, ma un grande esperimento sociale di solidarietà nei confronti dei più fragili. So che siamo disabituati a questo, ma impegniamoci per non farlo fallire.
Stare il più possibile a casa e, comunque, lontani dei luoghi affollati, riduce il rischio di contagio nei confronti di coloro che hanno meno probabilità di farcela. Stante anche la situazione di crisi del Servizio sanitario nazionale.
L’altro non è un untore o un nemico. Ma una persona di cui prendersi cura, seguendo le prescrizioni di emergenza. Nessuno può farlo al posto nostro, cioè di ciascuno di noi. Reciproca/mente.

11 marzo

Tra le tante giuste misure eccezionali ed urgenti, ce n’è una che ancora il governo non ha preso per fronteggiare l’epidemia di coronavirus: interrompere immediatamente il programma di acquisto dei caccia F35, per risparmiare 14 miliardi di euro da investire nella difesa dalle vere minacce.
#iostoacasa, ma vorrei che rimanessero a casa anche i nostri soldi promessi all’industria bellica internazionale. Che oggi servono alla sanità pubblica italiana.

12 marzo

Mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara la pandemia e l’Italia chiude (quasi) tutto per combattere questa guerra contro il coronavirus, la NATO conferma ed esegue la più grande esercitazione militare dalla fine della seconda guerra mondiale, facendo sbarcare in Europa 20.000 soldati statunitensi, che giocano a fare la guerra vera, con costi inauditi. Una follia che rischia la diffusione planetaria del virus.
Serve altro per capire che lo strumento militare è del tutto inadeguato e fuori dal tempo rispetto ai bisogni veri dell’umanità?

13 marzo

È in momenti come questo che si apprezza maggiormente il senso di sicurezza dato dal vivere in una regione che registra la presenza di ben dieci ospedali pubblici considerati tra i migliori al mondo – compreso quello della tua città – secondo la ricerca di Newsweek.
Ricordate anche questo agli amici che alle ultime elezioni hanno votato per quello che voleva fare della nostra Sanità pubblica come in Lombardia e in Veneto.

14 marzo

Che cosa ci sta insegnando questa epidemia nata in Cina, che ha attraversato l’Asia e l’Europa ed è giunta in America?
Molte cose. Tra le quali la conferma della teoria della complessità del sistema nel quale viviamo, per cui “il battito d’ali di una farfalla in Brasile provoca un tornado in Texas”, secondo la celeberrima formula del meteorologo Edward Lorenz.
Che non serve erigere muri, alzare barriere, tracciare confini, chiudere i porti, perché il pianeta è naturalmente e strutturalmente interconnesso. Irriducibilmente aperto, nonostante le nostre chiusure mentali.
Che siamo tutti sulla stessa barca e nessuno può salvarsi da solo, indipendentemente dalla ricchezza, dalla religione, dalla nazionalità e dal potere personali. La vita di ciascuno dipende anche dal comportamento responsabile degli altri.
Che abitiamo un sistema fragile, delicato, in equilibrio instabile e precario ed è più saggio investire le risorse di tutti per la difesa della vita, dell’umanità e dell’ecosistema, anziché per la preparazione delle guerre.
Che la società esiste – non solo l’individuo – e resiste e con essa la solidarietà, l’empatia, il prendersi cura reciproco, la responsabilità nei confronti degli altri, nonostante decenni in cui ci viene stoltamente insegnato il contrario.
E molti altri insegnamenti, da non dimenticare di nuovo quando tutto questo sarà finito. Fino alla prossima crisi globale. Quella ecologica.

15 marzo

La responsabile risposta di gran parte del Paese alle prescrizioni governative, che intimano di stare e casa, e la contemporanea ricerca di forme alternative di relazione – i flash mob musicali dai balconi, le videolezioni, la messa a disposizione di cultura gratuita in rete, i festival letterari sui social, la spesa di condominio ecc. – mi fa tornare in mente il cosiddetto “dilemma del porcospino” descritto da Schopenhauer nei Parerga e paralipomena:
“Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche. Il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno: di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. Finché non ebbero trovato una giusta distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione”
Ecco, questa mi pare la nostra condizione odierna: la ricerca della giusta distanza, nelle condizioni date. Che ci avvicina anche a comprendere la condizione di chi nel tempo normale è comunque costretto suo malgrado, per altre ragioni, a stare a casa.
Meglio fare tesoro di questa pausa d’introspezione e di socialità alternativa che prepara il prossimo avvicinamento reciproco.

16 marzo

Una delle cose che mi colpisce maggiormente in questi giorni è l’abuso del linguaggio bellico nella narrazione del contrasto all’epidemia, per la quale è in corso una “guerra” dove i nostri “soldati”, medici ed infermieri, sono in “trincea” per “combattere” l’insidioso “nemico”…
E tuttavia questa colonizzazione bellica dell’immaginario non mi stupisce eccessivamente, visto che l’eccezionale impegno economico del decreto “Cura Italia” del governo corrisponde sostanzialmente a quei 25 miliardi che, ogni anno, sommando le diverse voci, viene “investito” in spese militari.
Se, nel tempo, si fosse speso di meno per preparare – e fare – le guerre e di più per la ricerca e la sanità pubblica, forse oggi non saremmo costretti ad utilizzare così tante metafore belliche

17 marzo

Laddove non potè l’epidemia potè la stupidità umana, per esempio di quegli statunitensi che – appresa finalmente dal governo la gravità del contagio – si misero in fila ad acquistare armi e munizioni.
O per sparare al virus o per spararsi tra loro, agevolandogli il compito. Tertium non datur.

18 marzo

La Lombardia, fortezza leghista che ha privatizzato tutto il privatizzabile della Sanità, da oggi è invasa da centinaia di medici e infermieri cinesi ai quali ha chiesto aiuto per la gestione dell’epidemia. Extracomunitari e comunisti.
Una vera nemesi cinese.

19 marzo

E dunque, da oggi in Emilia Romagna – e probabilmente presto nel resto del Paese – anche i parchi sono chiusi.
In questi anni abbiamo fatto seminari e formazioni sul fenomeno del ritiro sociale tra gli adolescenti, gli hikikomori, e sulla capacità di resilienza che molti di loro sanno sviluppare, anche attraverso internet, pur rimanendo chiusi in casa. Ecco, oggi che siamo tutti obbligati al ritiro sociale possiamo sia capire meglio la vita degli hikikomori, sia apprendere da loro qualche strategia di sopravvivenza.
Nessuno è così fragile da non avere alcuna competenza da offrire agli altri. Al momento giusto, quando tutti ci sentiamo fragili.

20 marzo

Scriveva Seneca nel De brevitate vitae che “soli omnium otiosi sunt qui sapientiae vacant, soli vivunt”, ossia “soli fra tutti, sono gli oziosi quelli che dedicano il tempo alla saggezza, solo essi vivono”.
Ecco, mi torna in mente questa antica sapienza sull’otium filosofico in questi giorni in cui quasi tutti sono costretti a casa. E’ necessario recuperare una modalità meno performante e produttiva, ma più intima e profonda, nella propria vita, per sopravvivere. Anche alla noia.
E se sapremo farlo (anche con qualche tolleranza nei confronti di chi – suo malgrado – è costretto ad uscire per andare al lavoro o a fare due passi intorno a casa perché ha la pressione alta), potremo civilmente auto-disciplinarci e sconfiggere l’epidemia. Arricchendoci intimamente.
Senza bisogno dell’esercito per strada a controllarci.

21 marzo

Uno degli effetti collaterali di questa emergenza è l’avvio di alcune esperienze di riconversione industriale, in Italia e nel resto del mondo, per la produzione di ventilatori polmonari. Questo dimostra che la riconversione veloce della produzione, che conserva i posti di lavoro – se si vuole – è possibile.
E tuttavia c’è un’altra ben più grave e persistente epidemia che genera centinaia di migliaia di morti ogni anno, che diventano milioni in alcuni anni (per esempio 60 milioni dal 1939 al 1945) ed è la guerra, per combattere la quale è necessaria anche la massiccia riconversione civile dell’industria bellica.
Eppure questo non avviene mai da nessuna parte. Anzi l’industria delle armi, anche in questo momento, continua tranquillamente a produrre e vendere – e gli Stati e i privati a comprare – i suoi strumenti di morte.
In Italia, per esempio, come spiega Giorgio Beretta in un ottimo articolo, ci sono 231 aziende che producono armi ed una sola che produce ventilatori artificiali. Mentre l’epidemia avanza. Forse questo è il momento di invertire il rapporto. Definitivamente.

22 marzo

Secondo uno studio della SIMA-Società italiana di medicina ambientale, l’inquinamento agevola la diffusione del Covid-19 perché le polveri sottili agiscono come vettori. Questa sarebbe una delle concause del fatto che, dopo la Cina, la pianura padana è diventata l’area più contaminata del pianeta.
Da oggi tutte le attività non essenziali sono ferme e le relative fabbriche pure. Questo tutela, finalmente, anche i lavoratori dal rischio di contagio e dovrebbe fermare l’epidemia.
Come importante effetto collaterale decongestiona l’ambiente e ripulisce l’area che respiriamo, che produceva già – direttamente e indirettamente – 50.000 morti all’anno. E in un sistema complesso l’effetto retroagisce sempre sulla causa.
Nessuno può illudersi di rimanere sano in un ecosistema malato. Quando sarà passata l’epidemia non dimentichiamolo. Non ricadiamo nell’illusione.

24 marzo

C’è una contraddizione fondamentale nel fatto che nel dpcm del 23 marzo non sia prevista la chiusura delle aziende che producono armamenti, oltre a quello di esporre al contagio i lavoratori di una produzione affatto essenziale: si blocca – giustamente – il Paese per salvare quante più vite possibili, mentre si consente di proseguire la produzione bellica che produce strumenti per distruggere quante più vite possibili.
Una contraddizione insanabile. Anzi, una follia, come rileva anche il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres:
“La furia del virus illustra la follia della guerra.
È questo il motivo per cui oggi chiedo un immediato cessate il fuoco globale in tutti gli angoli del mondo.
È ora di fermare i conflitti armati e concentrarsi, tutti, sulla vera battaglia delle nostre vite.”
Anche le armi prodotte in Italia sono strumento essenziale di questa follia.

25 marzo/1

Forse, a voler ben ascoltare, ha anche qualcosa da dire alla condizione umana questo virus che abbatte confini e muri e impone limiti individuali e collettivi.
Ci obbliga a ribaltate repentinamente le nostre categorie culturali che si fondavano – invece – sull’abbattimento di ogni limite, anche naturale, e sull’innalzamento dei muri, per segnare confini.
Ma solo a voler ben ascoltare. Cosa di cui non sono affatto certo.

25 marzo/2

C’è uno stridore assordante tra la corsa a strappare ogni vita all’epidemia in corso, costruendo ospedali in fretta e furia, e la vendita di armi europee che da cinque anni alimentano la guerra in Yemen, con bombe che distruggono anche ospedali, consegnando alla morte vittime civili e innocenti.
Per questo aderisco alla campagna #stoparmingsaudi #stopbombimgyemen #stopwaryemen.

27 marzo

I cittadini chiusi in casa – ed in particolare i più giovani – stanno affrontando la situazione di quarantena prolungata con grande responsabilità ed empatia nei confronti delle persone più fragili e tanta creatività e fantasia nel reinventare strumenti di comunicazione e gestione del tempo. L’esatto contrario delle metafore belliche dalle quali continua ad essere ossessivamente colonizzato il linguaggio giornalistico nel descrivere l’impegno collettivo contro l’epidemia.
E poiché abitiamo il linguaggio e il linguaggio costruisce il mondo che abitiamo, è come se fossimo costretti non solo a non uscire di casa, ma – sopratutto – a non uscire dalla stantia logica di guerra inculcata in testa.
Dalla prima è necessario, per il momento, non uscirne. Dalla seconda è urgente farlo. Sempre.

27 marzo/2

C’è un apprendimento fondamentale
al quale nessuno può sfuggire,
in questo tempo dilatato:
è quello della pazienza.
Che avevamo colpevolmente dimenticato.

28 marzo

Ai tanti giusti ringraziamenti che ieri sera il presidente Mattarella ha fatto a chi è impegnato, in vario modo, contro l’epidemia, ne vorrei aggiungere uno che mi pare altrettanto doveroso: alle studentesse ed agli studenti per il grande impegno mentale ed emotivo al quale sono sottoposti, le limitazioni che stanno gestendo con consapevolezza, la responsabilità che stanno mettendo in campo, la cooperazione solidale che stanno sperimentando con creatività.
Dalle mie figlie ai loro compagni di scuola di tutto il Paese, c’è una generazione che – pur con tutte le fatiche – sta trasformando questo momento di crisi in una opportunità di crescita.
Ci stanno dando una grande lezione, un formidabile insegnamento, che noi adulti dovremmo sforzarci di apprendere.

29 marzo

E dopo cinesi, cubani, venezuelani e russi, arrivarono in Lombardia anche medici e infermieri albanesi, che si aggiunsero a quelli delle ong.
Insomma un’invasione continua di “extracomunitari” e “buonisti”, ai quali hanno spalancato porte ed aeroporti. Anziché chiudere i porti.
Da annotare a futura memoria.

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