• 26 Giugno 2022 1:38

A Guido Bianchini

DiDaniele Lugli

Mag 23, 2022

Un piccolo libro, non un libro piccolo, mi riporta a ricordi ormai lontani. I primi, forse i più netti, risalgono a 60 anni fa. “Guido Bianchini, un maestro dell’operaismo”, l’ha curato Giovanni Giovannelli, con un altro che conosco solo di nome. Giovanni è per me Giangi, il fratellino di Enzo, un amico morto ventenne in un incidente stradale. Giangi ha trovato in Guido un maestro importante. Così è stato per altri che nel libro portano la loro testimonianza.

Per me Guido, incontrato nel ’61 o nel ’62, è il marito di Licia, infaticabile organizzatrice della minoritaria corrente di sinistra dei socialisti ferraresi. Io faccio parte della minoranza della maggioranza: sono lombardiano. Ho occasione di collaborare con lei in diverse circostanze in particolare con l’Arci. Mi presenta, elogiandomi, a Lami che è il riferimento per la corrente di sinistra in regione. Una mattina all’Arci c’è Toni Negri. È venuto per un piccolo incontro su invito credo di Licia, che non è presente. Ci siamo in tre o quattro giovani. Ci dice che va a leggere e commentare il Capitale nelle sezioni del Psi. Mi propongo di emularlo. Incontro, non posso dire conosco, anche il marito di Licia. Lo ricordo taciturno. Non sarà più così. Una sera all’Ostello – ci vado con Carlo e Ranieri: il padre albergatore ci parla di Silvano Balboni – una ragazza di Torino mi dice di Panzeri e dei Quaderni Rossi.

Il 1963 è un anno cruciale. A primavera ci sono le elezioni. Mi affidano un comune da curare. Il segretario comunale mi vieta il centro e la frazione più rilevante: “Lì abbiamo i voti!”. Mi accanisco nelle frazioni minori e nelle località sperdute con comizi e propaganda porta a porta. Il partito perde voti nel centro e nella frazione privilegiata. Aumenta dove ho fatto campagna elettorale e ho riaperto sezioni chiuse da anni. Nell’estate mi sposo e vado a Perugia da Capitini. Nell’autunno c’è il congresso del partito. La divisione tra maggioranza e minoranza appare inconciliabile. Nel dibattito ferrarese né Licia né Guido appaiono, ma evidentemente lavorano. Alla scissione Guido sarà, pur brevemente, segretario ferrarese del neonato Psiup. Carlo è tra gli scissionisti, Ranieri è passato al PCI. Io penso di scegliere la politica come professione. Dovrei andare a Padova per contribuire a frenare l’uscita dal partito. Pongo alcune condizioni per decidere. Vengono tutte accolte. Lo assicura un telegramma firmato Pippo. È Tristano Codignola, che conosco e stimo. Decido però di non andare. A Ferrara è tornato Beniamino, siamo amici dal ginnasio. Debbo a lui la lettura de “Il mondo”. È diversamente radicale. Ha studiato a Padova. Ha fatto amicizie importanti che conosco, Gianni De Michelis, e che non conosco, Luciano Ferrari Bravo. È questo il suo contatto con Guido Bianchini di cui è subito amico. Nel frattempo esco dal Psi non condividendo l’unificazione con il Psdi. Approdo allo Psiup. Ricordo una conversazione con Guido, che non frequento, in un incontro casuale. Altri procurati ce ne saranno per qualche considerazione sul Capitale, il frammento sulle macchine ad esempio. Mi chiede chi apprezzi nel Partito. Foa e Ferraris, dico. Non disapprova.

Siamo al ’68. A Ferrara è degli studenti medi, non degli universitari. Nelle scuole occupate Potere Operaio è il più attivo e con le idee più chiare. Direi che ci sono i giovani migliori. Due scrivono in questo libro, Beppe divenuto un manager di grande capacità in Sanità, Gaetano sindacalista e sindaco a Ferrara. Con Guido ho pochi incontri che ricordo abbastanza. Un pomeriggio da Massimo, vorrebbe che parlassimo di strutturalismo. Dico che non so nulla. Sono disposto ad ascoltare. Ma anche a Guido il tema non sembra interessare. Prepara un risotto allo champagne. Mi sono ripromesso di farlo anch’io finora senza esito. Parliamo della Scuola di Francoforte. Credo di essere preparato. Guido ne sa di più. Una volta gli parlo di una rivista appena uscita, Fabbrica e Stato. Mi sembra giusto avere entrambi i contesti presenti. “E ti in meso a mediar, vero” mi dice. Io ribatto che i nodi che si manifestano nelle lotte di fabbrica non si risolvono a livello di fabbrica. Scuote le spalle sorridendo. In altra occasione su una questione precisa, che non ricordo, mi ha detto più bruscamente: “No star sempre in meso a mediar, come il casso tra i due cojoni”.

In biblioteca uno storico amico presenta un libro di Mario Isnenghi sulla prima guerra mondiale. Non l’ha letto con adeguata attenzione. L’autore è inaspettatamente presente. Il dibattito è faticoso. Guido interviene con grande capacità analizzando la guerra dal punto di vista di contadini e operai condotti al macello. Mostra pure una grande conoscenza dei dati. È un tema sul quale mi credo preparato. Ancora una volta Guido mi meraviglia. Una volta gli dico della mia perplessità su Operai e capitale. Su quel che mi pare di capire non sono d’accordo. Molto non capisco probabilmente. Mi dice di rileggerlo, ma che c’è di meglio. Non lo rileggo né gli richiedo indicazioni.

La notizia dell’arresto, con Toni Negri e altri mi colpisce. Organizzo un incontro alla Facoltà di Magistero con Beniamino, avvocato suo e di altri con lui arrestati. Mi prendo pure la responsabilità di un comizio pubblico nel quale parla, direi, Gambino. Dell’apporto di Guido all’operaismo non so dire. Alla fino ho capito che quello che ti vogliono fare pagare deve essere gratuito: l’abitare, il, mangiare, il vestire, lo studiare, lo svago. Intanto debbono esserlo i servizi pubblici. Io ero e sono d’accordo. Quando ne ho avuto la possibilità ho agito in questa direzione. Quello che appare gratuito, a partire dal lavoro domestico, deve invece essere pagato. Mi pare ragionevole. Non ho mai accettato pratiche diffuse e teorizzate: espropri proletari o, con meno enfasi, pigliaggi. Tanto meno violenza praticata ed esaltata, che pure c’è stata.

“Volevamo gli operai. Sono venuti gli studenti”, dice Guido perplesso. Solo una volta sono a casa sua e di Licia. Ha numeri di Quaderni Piacentini che non ho. “Li vuoi? Prendili”. L’ultima volta direi è stato in una bella festa su un’aia. Balla ed è contento. È un’iniziativa di Amnesty. Mi invita un’amica comune, la moglie del responsabile dei servizi funerari Ferrara e della rivista Antigone, sulla quale Guido scrive. Lo ricordo così dopo il carcere e l’esilio, con un sorriso.

 

Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948

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