Attacco alla Corte e ai diritti umani

Il caso Demirtas, con l’ordine di scarcerazione e la reazione negativa del governo turco alla sentenza, sottopongono la Corte europea per i diritti umani a nuove, pericolose tensioni.

La Corte ha accolto il ricorso dell’uomo politico turco, già segretario del partito di opposizione Hdp, in carcere da due anni con vaghe accuse di terrorismo: Demirtas, ha detto in sostanza la Corte, è prigioniero per motivi politici e va quindi scarcerato.

Il governo di Ankara ha replicato duramente, sostenendo che i giudici di Strasburgo “hanno preso posizione a favore del terrorismo”, visto che il  presidente Recep Tayyp Erdogan giudica Selahattin Demirtas amico del Pkk, il Partito dei lavoratori curdi, considerato da Ankara un movimento terrorista. La cosa più grave è che Erdogan ha definito “non vincolante per la Turchia” la decisione della Corte di Strasburgo.

 

La sentenza è invece vincolante ed eseguibile secondo i trattati sottoscritti dalla Turchia e dagli altri 46 paesi del Consiglio d’Europa che sostengono la Corte, istituita nel 1959 per esercitare il controllo giurisdizionale sul rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, approvata nel 1950. La  Corte non ha però gli strumenti per imporre l’esecuzione delle sue decisioni, perciò ogni caso di parziale o totale ribellione da parte dei singoli Stati è un atto che mina la stabilita e credibilità della Corte stessa e, di conseguenza, della stessa Convenzione sui diritti umani.

Il no della Turchia è dunque molto pericoloso, perché costituisce un precedente relativo a un caso abnorme – la detenzione di un oppositore politico, oltretutto in carcere con una decina di parlamentari (ormai ex) dello stesso partito – e perché arriva in un periodo assai delicato per la Corte di Strasburgo, sottoposta a forti scossoni dalla temperie politica che sta investendo l’Europa, con lo stato di diritto vacillante in più di un paese. I diritti umani non sono più di moda e anzi suscitano crescenti insofferenze.

Anche in Italia non sono mancati i segnali di fastidio per alcune recenti condanne subite a Strasburgo. Poco tempo fa il giudizio dato dai giudici europei sull’ultimo periodo di detenzione inflitto a Bernardo Provenzano ha provocato reazioni stizzite sia nel mondo politico sia nei media. Secondo la Corte il duro trattamento previsto dal 41 bis era incompatibile con le condizioni di un uomo ormai molto malato e al termine della vita, ma più di un ministro e alcuni commentatori hanno respinto tale giudizio, considerato troppo garantista rispetto a un capomafia responsabile di numerosi delitti e altri gravissimi crimini. Non sono mancati sbrigative valutazioni sulla stessa Corte, bollata da qualcuno come inutile carrozzone.

Negli anni scorsi anche le sentenze sulle violenze al G8 di Genova del 2001 erano state accettate con difficoltà, per i duri giudizi espressi dalla Corte sulla condotta delle nostre forze di polizia e sul mancato intervento riparativo delle istituzioni. Una parte essenziale dei dispositivi delle sentenze – la rimozione dai ranghi di polizia dei condannati – non è stata eseguita, perché giudicata non vincolante, alla stregua di quanto sostiene oggi il presidente Erdogan nel caso Demirtas.

Stiamo per celebrare i settant’anni della Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta il 10 dicembre 1948, ma non sarà una festa. Sentenza scomoda dopo sentenza scomoda, la Corte di Strasburgo sta emergendo come baluardo nella tutela dei diritti fondamentali, come a dire un bersaglio preferenziale per il risorgente nazionalismo, motore rombante delle democrazie illiberali in costruzione.

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