Avesse mai ragione il colonnello/generale?

Avesse mai ragione il colonnello/generale?

L’articolo 52 della Costituzione, quello della difesa della patria, si conclude così: L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica. Nell’uso comune informarsi è assumere notizie. Si è perso il significato originale di prendere forma, adeguarsi, usato dai costituenti.

Pare di comprendere che la difesa della patria, nella quale le forze armate hanno un ruolo, debba attuarsi in forme che rispettino la dignità e i diritti dei cittadini, riconosciuti nei vari articoli della Costituzione. La Repubblica, che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11), non potrebbe fare altrimenti nei confronti dei propri cittadini, siano o no sotto le armi. Ma lo fa? Conforme, direbbe forse un mio amico, veneto e obiettore.

La proposta di Aldo Moro nella prima Sottocommissione, 15 novembre del ’46, è Gli ordinamenti dell’esercito devono riflettere lo spirito democratico dello Stato italiano. La commissione licenzia il testo con una piccola modifica, Nell’ordinamento dell’esercito deve riflettersi lo spirito democratico dello stato italiano. Così Moro la motiva: “La norma è indispensabile dopo quanto è avvenuto in Italia e tende ad avvenire in ogni esercito: la norma ha lo scopo di garantire che lo spirito democratico del Paese entri nell’esercito compatibilmente con la struttura gerarchica dell’esercito stesso. Non è possibile che la gerarchia militare soffochi la dignità della persona umana come troppe volte è avvenuto attraverso i regolamenti di disciplina”.

In Assemblea vi sono varie richieste di soppressione. Azzi, partito con l’idea di togliere il comma perché superfluo, si converte sentendo altri sostenitori della soppressione per motivazioni del tutto diverse dalle sue. Ricorda la sua non lontana esperienza militare e barzellette fondate sul mancato rispetto e la discriminazione nei confronti del soldato semplice: «Quando parlate con me, fate silenzio!» o anche «La disciplina è quel vago sentimento di malessere che invade l’inferiore in presenza del superiore». Altri mantengono la proposta di sopprimere quell’ultimo comma.

Colitto: «… L’ordinamento dell’esercito è quello che è. E parlare di spirito democratico a proposito dell’ordinamento dell’esercito significa dire una cosa, me lo si consenta, vuota di senso, così come vuota di senso apparirebbe questa frase, se la si ripetesse a proposito dell’ordinamento della Magistratura, dei Ministeri, della polizia, ecc. …Che non si voglia introdurre nell’esercito lo spirito politico del Paese? Mai più! Se questo fosse, si dovrebbe a maggior ragione sopprimere questo capoverso. Perché, lo sappiamo tutti, l’esercito è fatto per difendere la Patria; e la Patria si difende sotto qualsiasi regime e con qualsiasi orientamento politico».

Rodi: «…in tutti i tempi, sol che la politica si infiltri nelle file dell’esercito, questo viene ad essere dominato da una forza estranea che turba essenzialmente le sue funzioni; ed anzi, poiché l’onorevole Gasparotto ha chiamato — riferendosi ad antiche parole — l’esercito ‘anima armata del popolo’ — è essenziale che quest’anima armata rimanga estranea ad influenze esterne… l’esercito ha le sue leggi speciali, ha la sua particolare fisionomia, ha le sue gerarchie ben stabilite; ha insomma tutte quelle forze che, unite insieme, pur se divise gerarchicamente, danno l’aspetto di ‘anima armata’ alla Nazione».

Sullo: «Se democrazia significa elezione alle cariche e governo della maggioranza, non capisco come lo spirito democratico possa stare nell’esercito o cosa possa significare… che il regolamento di disciplina debba essere modificato, chi è stato ufficiale in servizio permanente effettivo può saperlo meglio di me, che sono stato semplice ufficiale subalterno di complemento…. Questo comma o è superfluo o è pericoloso; se è superfluo, possiamo sopprimerlo; se è pericoloso, dobbiamo combatterlo».

Il 19 maggio del ’47 il comma è approvato, con il resto dell’articolo, nella sua attuale formulazione. È una novità che può dar da pensare. Così, apprendo dal bel libro di Amoreno Martellini

Fiori nei cannoni. Nonviolenza e antimilitarismo nell’Italia del Novecento, un generale rassicura i lettori del Messaggero nel dicembre del ’48. Camillo Caleffi, generale della riserva, scrive infatti, checché dica la Costituzione, «I due cardini disciplinari – l’obbedienza e la subordinazione – non saranno scossi». Aggiunge un bel chiarimento a proposito dell’obbedienza. «Definizione del concetto di obbedienza: volontaria, cosciente rinuncia a una parte della propria personalità davanti a un superiore». Ne tesse i meritati elogi: «La maggioranza trova nell’obbedienza una specie di riposo dello spirito, liberato dal tormento del dubbio e del gravame della responsabilità».

Camillo Caleffi, chi era costui? Cerco, ma non imparo molto. Nato ad Ancona nel 1881, nella guerra di Libia come Capitano tra il 1911 e il 1913, nel 1917 è allo Stato Maggiore al Servizio informazioni e diviene colonnello nel 1918. Dal 1927 al 1929 è in Bulgaria attaché militare a Sofia. Brigadiere generale nel ’42 è, nel ’47, generale della riserva. È a capo del Servizio informazioni (i servizi segreti dell’esercito assumeranno in seguito altre denominazioni) dal dicembre 1919 al febbraio 1921. Il 24 dicembre 1920 invia una circolare riservata ai comandi d’armata raccomandando alla loro benevolenza i Fasci di combattimento: «forze vive da contrapporre eventualmente agli elementi antinazionali e sovversivi». È consigliabile pertanto mantenere i contatti e seguirne l’attività. Un fior di democratico dunque che, un quarto di secolo dopo, non cambia orientamento. Durante la prima guerra si interessa di decrittazione, avvalendosi della consulenza di un tenente enigmista senza grandi risultati. Intercetta tutti i messaggi criptati austriaci ma non ne interpreta alcuno. L’assenza di sue notizie negli anni ’30 mi fa pensare che abbia, segretamente si intende, contribuito alla nascita della Settimana Enigmistica il 28 gennaio 1932.

Quanto alla democratizzazione delle Forze armate sappiamo sono andate le cose. Nessuno dei pericoli paventati si è avverato, anche se, in ogni campo, «l’obbedienza e la subordinazione» sono abbondantemente scosse. Resta però fondamentale la ricerca del «riposo dello spirito, liberato dal tormento del dubbio e del gravame della responsabilità». Sentiamo infatti invocare l’esercito come risposta a piccoli e grandi problemi, dal degrado urbano, ai comportamenti dei minori, ai disagi di un’immigrazione che non ha risposte sociali adeguate. Ruspe e vaffa sono sfogo e soluzione di problemi complessi, che vorrebbero risposte politiche difficili e coerenti. Meglio prendersela con chi sta sotto, gli ultimi arrivati, o con chi la Costituzione colloca a garanzia dell’ordinamento, il Presidente della Repubblica. Pretende di comportarsi come il suo mandato richiede e non secondo il volere della ggente.

Il Rapporto Eurispes, “Italia 2018. Fiducia nelle Istituzioni”, segnala una lenta e faticosa ripresa, affidata soprattutto a Intelligence, Forze armate e Forze di polizia. Sette persone su 10 hanno fiducia nell’Esercito, 2 in Governo e Parlamento. Va detto però che lo spirito democratico della Repubblica se non ha informato le Forze Armate ha però da tempo disertato le istituzioni che più dovrebbero incarnarlo. Forze vive si contrappongono a elementi antinazionali che si annidano ovunque, ora come ai tempi del colonnello Camillo. Il governo del cambiamento di queste forze condurrebbe, si dice, all’agognato riposo dello spirito, affrancato da ogni tormento e peso del dubbio e della responsabilità, inevitabili in questa vecchia democrazia costituzionale. L’aveva capito il generale Caleffi.

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