#Balotellicapitano

#Balotellicapitano

Qualche mese fa un giornale dedicò la sua copertina al notevole aumento di turisti stranieri lungo la costa toscana e illustrò la notizia con una fotografia di tre ragazze sorridenti e dall’aspetto in apparenza esotico: due di pelle più o meno scura, la terza con gli occhi di taglio orientale.

Il giorno dopo arrivò in redazione una garbata letterina delle tre ragazze, che ringraziavano il giornale per la scelta della foto e precisavano d’essere tutte e tre italiane. Un errore innocente, quello del giornale, ma rivelatore di una resistenza ad accettare una realtà ormai consolidata: il popolo italiano è multicolore, multireligioso, multiculturale, così come tutti i popoli europei.

Insomma, persiste in molti ambienti un’immagine anacronistica di noi stessi, alimentata da venti xenofobi sempre più forti, e perciò ha ragione Mario Balotelli, campione del calcio mai davvero accettato nel suo stesso ambiente, a dire che la fascia di capitano della Nazionale, se fosse affidata a lui, sarebbe un bel segnale sia per il paese (che deve “svegliarsi”, secondo il centravanti nato a Palermo da genitori ghanesi) sia per gli immigrati e i migranti africani che vivono o arrivano nel nostro paese.

Balotelli ha “rischiato” d’essere il primo capitano di pelle nera della nostra Nazionale nella partita amichevole giocata il primo giugno a Nizza fra Italia e Francia: la ventilata assenza del capitano titolare Bonucci poi non c’è stata e l’appuntamento è saltato (forse solo rinviato). Peccato, perché la partita coincideva con la nascita del nuovo governo giallo-verde che include fra gli altri  Matteo Salvini, leader della Lega, alfiere del no all’immigrazione, entrato di recente in polemica proprio con Balotelli. Sarebbe stato un bel contrasto: mentre l’onda xenofoba portava al cambio di governo, un “italiano nero” rappresentava il paese nell’ambito più denso di significati simbolici, il calcio.

Oltretutto nel marzo scorso, all’indomani delle elezioni, Balotelli  aveva reagito con un intervento a gamba tesa – “non gliel’hanno detto ancora che è un nero? – alla notizia dell’arrivo in Senato di un esponente leghista immigrato dalla Nigeria (il senatore Toni Iwobi) e Salvini aveva replicato: “Balotelli non mi piaceva in campo, ancora meno fuori”, aggiungendo il suo nome agli innumerevoli detrattori del centravanti, un ragazzo protagonista a volte di comportamenti eccessivi (come altri suoi colleghi, peraltro) ma bersagliato come nessuno negli stadi italiani lungo tutta la sua carriera (frequenti gli striscioni con lo slogan “Non esistono italiani negri”).

Balotelli ha sempre reagito a insulti, sfottò e anche aggressioni rivendicando il suo senso di appartenenza alla comunità nera, senza tuttavia nascondere la sofferenza patita negli stadi e fuori. L’avversione per Balotelli è solitamente mascherata: si sostiene che si tratta di un’antipatia dovuta a certi comportamenti superbi o capricciosi del giocatore e non alla sua richiesta d’essere considerato per quel che è, un “italiano nero”.

Balotelli da qualche anno è un emigrato del pallone e la sua scelta di giocare all’estero non è probabilmente estranea al clima di ostilità che ha sempre incontrato in Italia; per quattro anni è stato escluso dalla Nazionale, ma ora che è tornato, chiamato dal nuovo commissario tecnico Roberto Mancini, potrebbe aprirsi una fase nuova – sportiva, sociale e politica.

In fondo Balotelli è il più famoso dei tanti ragazzi  relegati a un cittadinanza di serie B (anche lui ha dovuto attendere la maggiore età per essere dichiarato italiano) da quella xenofobia strisciante che ha indotto fra l’altro il nostro parlamento a non approvare la pur moderatissima legge sul cosiddetto “jus soli”: perciò il suo messaggio ha uno spessore civile e politico diretto e andrebbe quindi raccolto e rilanciato. Insomma, forse è arrivato il momento di condividere un hashtag: #Balotellicapitano.

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