C’era una volta Edmondo Marcucci… e ora?

C’era una volta Edmondo Marcucci… e ora?

Venerdì scorso è stato ricordato, nella sua Jesi, nel modo migliore, Edmondo Marcucci. Lo hanno fatto docenti dell’Università di Urbino: Amoreno Martellini, che particolarmente stimo, certamente il maggiore esperto in materia, e Marco Labbate, giovane studioso, che ha dedicato all’obiezione di coscienza un recente libro.

Ho ripensato a Marcucci, alla mia breve conoscenza e frequentazione. L’ho incontrato a Perugia al COR, in via dei filosofi, con Aldo Capitini il 22 settembre 1962. La data può considerarsi come nascita del Movimento nonviolento (per la pace). La seconda parte della denominazione è nel tempo caduta in disuso. Era stato annunciato con un manifesto all’inizio dell’anno, ma nulla era seguito fuori della ristretta cerchia perugina. Ero andato con altri tre amici di Ferrara. Conoscevamo Capitini solo per letture. È stato il primo contatto diretto con lui. C’era pure Marcucci.

Edmondo Marcucci a me sembrava uscito da un film inglese, colonnello della riserva di un qualche corpo, per la postura, l’abbigliamento, i baffetti… Così nel ricordo di Capitini nella commemorazione a pochi mesi dalla morte: “Poteva accadere nei molti nostri convegni a Roma, a Firenze, a Perugia e altrove di arrivare prima dell’inizio e trovare già nella sala un amico di media statura e di aspetto vigoroso che passeggiava su e giù, toccandosi i piccoli baffi che ricordavano un po’ l’800 e i primi decenni del secolo”.

Pochi interventi hanno reso chiara la sua conoscenza, profonda e aggiornata, in materia di pacifismo e religioni. È stato l’incontro di un giorno, ma la sua presenza è di quelle che non si scordano. Con Capitini e con Ganduscio – non l’ho rivisto, è morto l’anno dopo – mi ha colpito di più tra tutti i convenuti.

È stato un piacere ritrovarlo l’anno seguente, prima settimana d’agosto, sempre a Perugia al Seminario sulle tecniche della nonviolenza. Sono stati giorni intensi, anche al di là dell’impegnativo programma del convegno. Edmondo interveniva nelle conversazioni spesso con citazioni, per nulla pedanti e sempre appropriate, di Tolstoj e non solo. Sempre Capitini sottolinea: “In Italia, dove Tolstoi ha influito meno che in ogni altro grande paese europeo e dove il suo appassionato superamento del tradizionalismo religioso ha insegnato ben poco, il Marcucci è stato invece lo studioso che è scolaro, che penetra tutta l’opera, che cerca i discepoli, i parenti stessi dell’autore.

Era un devoto amico della figlia di Tolstoi, Tatiana, che viveva a Roma. Il poderoso costruttore di una vita religiosa razionale, concreta ed aperta, che si articola nell’amore universale, nella fiducia nel bene, nel rifiuto dell’autoritarismo statale, nella fedeltà alla nonviolenza e al vegetarianesimo, ha avuto in Marcucci il discepolo di maggiore rilievo in Italia”.

Ho conservato a lungo – ora che le cerco non le rintraccio – cartoline con disegni e brevi scritti che mi ha donato. Ne ricordo un paio: un mondo che esplode con la bomba atomica, un gatto che succhia una lima, illudendosi di avere un boccone succoso mentre è il suo sangue quello che inghiotte. Così facciamo noi con guerra e armi. La sua morte è avvenuta in un incidente al ritorno appunto da quel seminario. Ha dato notizia della scomparsa dell’amico Capitini, con la lettera circolare, solo forma di collegamento del nascente Movimento.

Piero Pinna, che da allora ho frequentato fino a quando ne ho portato con altri la bara, me ne ha parlato con affetto e considerazione. Era stato, con Capitini e Calosso, testimone al suo processo a Torino. Della vicenda aveva fatto partecipe Tatiana Tolstoj che così gli scriveva il 9 novembre 1949: “Io ho pianto di gioia leggendo ciò che questi coraggiosi giovani fanno. Il solo mezzo di combattere la guerra consiste nel rifiuto di parteciparvi…Io morrò più tranquilla sapendo che esistono persone simili”. Morrà nel novembre dell’anno successivo.

Del processo ricorda, con le testimonianze sua e degli altri due, la difesa degli avvocati. Erano il tuttora vivente, ultracentenario, Bruno Segre e Agostino Buda, amico di Capitini, di Marcucci e di Silvano Balboni. Al funerale di questi Buda aveva tenuto nel novembre del ’48 la commemorazione a nome degli amici. Buda nel processo, scrive Marcucci, “sostenne la liceità dell’obbiezione di coscienza, su base legale, come diritto della personalità (art. 2 della Costituzione) non costituente reato”. Di tutte le vicende dell’obiezione è stato attento partecipe. Il libro che raccoglie le sue memorie è un prezioso documento del suo lungo e poco conosciuto impegno anche in questo campo.

A me è particolarmente caro per il ricordo accorato e affettuoso di Silvano Balboni, scritto al momento della sua morte a soli 26 anni. Nella mia ricerca sul giovane ferrarese ho incontrato spesso il nome di Marcucci, accanto a quello di Capitini nelle più diverse iniziative e nella collaborazione diretta con Silvano, in attività organizzative e di segreteria. Grazie ad Amoreno ho potuto rintracciare tra i suoi documenti una bella lettera di Silvano – Natale 1947 – nella quale lo ringrazia dei suoi Studi su Tolstoj. D’ora in poi sostituiranno il libro di Stefan Zweig usato sul tema da Balboni nelle sue lezioni e conferenze. Gli parla pure del suo interesse al buddismo e del tentativo di coinvolgere i buddisti italiani nell’impegno per una riforma religiosa e civile. Anche qui Marcucci è particolarmente preparato.

Dice Capitini: “Ed ancora, più alto di Tolstoi, per l’importanza universale, il liberato ed il liberatore per eccellenza, Budda. Il Marcucci, coltissimo nella storia critica delle religioni, aveva studiato sempre il Buddismo ed il maestro di questa religione tutta filosofica, tutta etica, tutta pratica; l’aveva studiato con quell’attenzione anche alla lingua originaria che egli aveva sempre nello studiare una grande personalità. Ha scritto pagine molto acute sul Nirvana, sull’amore buddistico. La sua vicinanza a tanto maestro era per quel così antico superamento dei mitologismi, degli istituzionalismi, delle prepotenze dogmatiche, per quello smontare l’io e le sue anguste pretese, per l’infinita nonviolenza che è nella sua vitae nel suo insegnamento, per l’estraneità assoluta del migliore buddismo ad ogni lotta religiosa, ad ogni antagonismo violento ereticizzante verso gli altri religiosi… Si capisce che egli risalisse indietro volentieri ad un insegnamento tanto solenne quanto aperto, tanto vicino al dolore di tutti gli esseri, quanto sgombro da ogni volerli giudicare e punire”.

Trovo difficile questo tempo e rischio di rifugiarmi nel passato. Un ammonimento di Marcucci potrebbe aiutare me, e non solo: “Le nostre menti restano ancora obnubilate da preconcetti, si guarda troppo il passato dimenticando che proprio il passato è il nostro vero nemico, quando non se ne traggono elementi ed insegnamenti per superarlo. Certo, il passato è una forza, non si può cancellarlo ad un tratto, ma, per scarsa illuminazione, per pigrizia, noi ci arrestiamo davanti a quelle che sembrano novità perturbanti il consueto andare delle cose “. Possono aiutarci il suo metodo, secondo Capitini, “che cerca tutto sull’argomento che affronta”, la sua coscienziosità “calda di chi simpatizza con il tema… per chiarire il proprio orientamento”.

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