C’era una volta un socialista così

C’era una volta un socialista così

Andrea Caffi (San Pietroburgo, 1º maggio 1887 – Parigi, 22 luglio 1955) italiano, russo, francese, socialista a quattordici anni, cospiratore a sedici, in Russia per la rivoluzione ma non con i bolscevichi, volontario nella Prima guerra pronto a morire ma non a uccidere, attivo in Giustizia e Libertà ma in polemica col suo leader, nemico di ogni totalitarismo ma profondamente critico dei regimi liberali.

Era uno strano tipo (Prezzolini) ma anche personaggio socratico (Spaini), l’uomo più straordinario e dello spirito più eletto (Salvemini), l’uomo migliore e il più savio e il più giusto, affabile e amabile, delicato e nobile, di generosità spensierata e stupefacente cultura (Chiaromonte), spirito arcangelo, cavaliere errante delle guerre e delle rivoluzioni, umanitario ribelle, raffinato e semplice, poliglotta e colto all’estremo, arguto ed entusiasta (Banfi).

Chi lo ha incontrato ne è rimasto colpito. Credo lo stesso avvenga a chi lo incontra attraverso gli scritti. Meglio ancora se questi sono illustrati ottimamente, come avvenuto a Ferrara il 5 marzo scorso, da Alberto Castelli, docente di storia delle dottrine politiche, che ha presentato “Critica della violenza” di Andrea Caffi, a cura e con postfazione proprio di Alberto Castelli, introduzione di Nicola Chiaromonte.

In tutti i temi di cui si è occupato Caffi ha fornito prospettive feconde. Su due questioni di grande peso Castelli richiama la nostra attenzione: l’interpretazione e la critica della democrazia, e l’uso della violenza con scopi di progresso sociale. Sono temi cari agli amici della nonviolenza, al centro della riflessione di Capitini, specialmente nel postumo scritto “Omnicrazia: il potere di tutti”. Fino ad ora di Caffi avevo letto “Critica della violenza”, proposto credo da Fofi. Dà il nome all’assieme degli scritti, tutti interessanti, dei quali il libro è composto. Di Caffi conoscevo inoltre quanto letto, in anni lontani, su “Tempo presente” e, in tempi più vicini, su “Una Città”. Vorrò leggere ancora sue opere.

Quanto alla democrazia – compresa quella che esportiamo magari con le armi – sembra ridursi a riti elettorali. In situazioni di privilegio è una scelta tra zuppa e pan bagnato, in situazioni più difficili – che si vanno estendendo – tra peste e colera. E ci viene da tenercela cara questa democrazia stante l’orrore della sua alternativa. Il solo modo di difenderla è però farla progredire. Il suo progresso – io come Caffi lo chiamerei socialismo – “non consiste tanto in un determinato assetto politico o economico da porre in essere attraverso l’esercizio del potere, quanto nello sviluppo della socievolezza, dell’umanità e della cultura”. L’ha detto Capitini, “Si è visto che voler fare il socialismo dall’alto conduce all’autoritarismo tirannico”, e prima di lui in tutti i modi Caffi. L’alternativa è da ricercarsi in quello che Caffi indica come “società”, cioè “l’insieme di quei rapporti umani che si possono definire spontanei, e in certo qual modo gratuiti, nel senso che hanno almeno l’apparenza della libertà nella scelta delle relazioni, nella loro durata e nella loro rottura: le pressioni non vi si esercitano che con mezzi ‘morali’, mentre i moventi utilitari sono o realmente subordinati, oppure mascherati dalla politesse, dal piacere che si ha a trovarsi in mezzo ai propri simili, dalla solidarietà affettiva che si stabilisce naturalmente fra i membri di un medesimo gruppo.

Intesa in questo senso, la ‘società’ esclude per principio ogni costrizione, e soprattutto ogni violenza. Apparirà allora chiaro che la forza, la continuità, i successi almeno parziali (giacché le forze oppressive possono certo essere schiaccianti) di un movimento d’emancipazione umana saranno in funzione diretta del grado di sviluppo e di consistenza della ‘società’ mentre nessuna organizzazione armata potrà aumentare le chances, né tanto meno i progressi reali di un tale movimento”.

Già così è evidente l’incoerenza dell’uso della violenza a fini di progresso sociale. Come Capitini sempre ci ricorda, non il fine giustifica i mezzi, ma questi pregiudicano il fine. Non è solo una ripetuta lezione della storia dalla quale come è noto nulla si impara – ma quotidiana esperienza. Inoltre sempre Capitini scriveva “Il rifiuto della guerra è la condizione preliminare per un nuovo orientamento”. E Critica della violenza si apre con il netto rifiuto della guerra e della violenza organizzata: insurrezione armata, guerra civile, guerra internazionale, regime di dittatura e di terrore per “consolidare” l’ordine nuovo. Di tanta consonanza resta solo, a mia conoscenza, una bella lettera, nel dopoguerra, di Caffi a Capitini in risposta a un “amichevole cenno di solidarietà spirituale”. In essa Andrea Caffi aveva letto già nel ’39 “Elementi di un’esperienza religiosa” – scrive di conoscere di Capitini anche l’attività attuale, condotta “con ammirevole tenacia”, per cui “deve essere sostenuto (da tutti i non completamente ciechi) dalla più incondizionata e fattiva simpatia”. Oltre questo non crede di poter andare, per un assieme i ragioni che succintamente espone. In quegli anni si stringerà invece la collaborazione, nell’iniziativa politica, di Aldo Capitini con Nicola Chiaromonte, la persona certamente più vicina ad Andrea Caffi.

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