• 15 Luglio 2024 8:14

Che cos’è la politica

DiDaniele Lugli

Mag 2, 2023

Frutto di una riflessione che viene da lontano – fattasi più compatta in tempi di covid – è “Una teoria della politica” di Gianpiero Magnani. In apertura fa i conti con la posizione di Carl Schmitt, fondata sulla distinzione amico-nemico, posta a fondamento della politica e della sua intensità. La massima intensità si raggiunge con la guerra. Non vi è dubbio – lo attesta la guerra in Ucraina – che anche oggi la distinzione si ponga come decisiva. Dalla parte giusta ci sono gli amici (Usa e subalterni alleati), dall’altra i nemici, l’asse del male, con la Russia in evidenza. Alle sue spalle si intravede la Cina.

Non conta – come in altri teatri di guerra passati, presenti, futuri (?) – che nella fondazione dell’Onu, 25 giugno 1945, i popoli si dicano decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che nella nostra Costituzione, 22 dicembre del 1947, la guerra sia ripudiata, che le istituzioni europee abbiano a fondamento la pace. Tutti risultano incapaci di intervento efficace, diverso dal sostegno militare a uno stato aggredito. Scrive Capitini: “Il rifiuto della guerra è la condizione preliminare per un nuovo orientamento”.

Solo se viene compiuto questo passo, nella teoria e nella prassi, sono possibili le argomentazioni per un diverso approccio all’agire politico, quale espone Magnani in una rassegna di autori interessanti e acutamente interpellati. In bibliografia ne ho contati, salvo omissioni, sessantasei. Gli consiglio di aggiungere Capitini, in particolare “Omnicrazia. Il Potere di tutti”. Ha grande considerazione di Erich Fromm, che la merita. Io, tra i francofortesi, preferisco Adorno, Horkheimer, Marcuse, meno ottimisti.

Un punto che preme molto all’autore è la possibilità di un’incisiva e profonda azione politica, senza uso della violenza, per via di riforma e non di rivoluzione: Roosevelt piuttosto che Stalin. Interessante è la dissociazione tra violenza e rivoluzione svolta da Hannah Arendt, citata nel libro, nel suo saggio “Sulla rivoluzione”. È del 1963. In Italia arriva vent’anni dopo nelle edizioni di Comunità. Sempre del ’63 è il breve scritto di Aldo Capitini “Per una corrente rivoluzionaria nonviolenta”. La Arendt vede nella dichiarazione di indipendenza la rivoluzione. Rendersi indipendenti dalla corona si fonda su una pratica di autonomia vissuta dai coloni. Ha dunque un fondamento più solido e migliore della rivoluzione francese, fondata sulle speculazioni dei filosofi.

Notevole che nei diritti inalienabili, oltre alla vita, vi siano la libertà ed il perseguimento della felicità. La libertà è il fine della politica. Nell’esercizio della politica sta la felicità pubblica. Arendt rimprovera agli Stati Uniti di aver dimenticato le origini rivoluzionarie, di non aver dato continuità alla partecipazione consapevole dei cittadini. La politica è affidata solo ai rappresentanti, non a libere, diffuse assemblee, come nel momento fondante della democrazia americana. È un tema caro anche a Capitini. Cerca di dare stabilità, proponendone inutilmente l’inserimento in Costituzione, all’esperienza dei COS, libere assemblee da diffondere ovunque: quartieri, frazioni, parrocchie, carceri, manicomi, a integrazione della democrazia rappresentativa. Il motto è Ascoltare e Parlare, di patate e di ideali, non l’uno senza l’altro.

Nel suo saggio del ’63 Capitini scrive: “La situazione politica italiana presenta un vuoto di esercizio rivoluzionario: i partiti stanno o su posizioni conservatrici o su posizioni riformistiche, prive di tensione e di forza educatrice e propulsiva nelle moltitudini. Così si va perdendo anche l’esatta prospettiva che pone come finalità decisiva della lotta politica il superamento del capitalismo, dell’imperialismo, dell’autoritarismo. Vi sono tuttavia delle minoranze che vedono chiaro, ma tali minoranze devono giungere ad un’azione organica nella situazione italiana, per cui, da una società dominata da pochi, si passi ad una società di tutti nel campo del potere, della economia, della libertà, della cultura”.

Pochi anni dopo – siamo nel Sessantotto, portatore di speranze – è più ottimista: “Quando vedo lo sviluppo che hanno preso oggi tre temi a me cari e congiunti in unità: il rifiuto di ogni guerra, la democrazia diretta con il controllo dal basso, la proprietà resa pubblica e aperta a tutti; e vedo le crescenti discussioni circa i temi cattolici, penso che avessi ragione ad aspettare da un periodo post-fascista la piena utilizzazione del mio contributo… la democrazia diretta (o omnicrazia, come la chiamo), il controllo dal basso in ogni località e in ogni ente, i consigli di quartiere e i centri sociali, i comitati e le assemblee, la libertà di informazione e di critica, permanente e per tutti”.

È un ottimismo che allora non condivido. Ma, considerato quel che è seguito, non è stato un brutto momento. Allora, a sinistra, il dibattito sembra tornare tra riformisti e rivoluzionari. Ho imparato a distinguerli: i rivoluzionari non fanno la rivoluzione, i riformisti non fanno le riforme. Magnani ha giusto vent’anni meno di me. È un adolescente quando Berlinguer, 1976, scopre che si è più sicuri sotto l’ombrello della Nato. Ha vent’anni quando il dirigente comunista dichiara esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre. Altre spinte, da dentro, da fuori, non mi sono accorto siano arrivate. Mi colpisce che l’autore abbia maturato, in tempi difficili, interesse per la politica e un orientamento socialista e federalista, con la positiva valutazione di forme partecipate di garanzia dei diritti, come Amnesty International. Spero che questo avvenga per molti giovani anche ora. Non mancano i motivi di impegno e persone ed iniziative che possono essere di riferimento. Non ne vedo nei partiti, che della politica, stando alla Costituzione, dovrebbero essere protagonisti. Il solo profondo, positivo mutamento che ho visto, anch’esso sempre in pericolo, è quello che riguarda la condizione delle donne. È frutto di una lotta lunga e complessa condotta senza violenza.

Chissà che la lettera agli amici, sollecitante all’impegno politico, di Giacomo Ulivi – studente, partigiano, torturato e fucilato a 19 anni – non possa dire qualcosa ai giovani di oggi. Mi sembrano comprensibilmente lontanissimi dalla politica. Appare una branca della pubblicità, dove si propinano consigli per gli acquisti di prodotti politici, sempre più scadenti e inquietanti. Le maggiori conquiste, come scuola e sanità pubbliche, sono preda di interessi speculativi privati. Di tendenze naziste scrive, in un saggio del 2006 ripubblicato più di recente, Pontara, massimo studioso di Gandhi, abituato a un uso sorvegliato del linguaggio. A me sembrano tendenze conclamate nel nostro paese, nel nostro continente, nel paese guida dell’occidente. Nel resto del mondo, per quel che posso capire, è anche peggio.

Ciò rende anche più necessaria e urgente una buona politica e prezioso ogni passo in questa direzione. Un passo, al quale Magnani si applica, è la “piena comprensione collettiva dei fenomeni politici, delle loro caratteristiche, delle loro conseguenze e della loro importanza per l’intera nostra specie”. Così si chiede “se all’origine dei fenomeni politici vi fossero non atti di obbedienza bensì di disobbedienza, una disobbedienza non individuale (che si risolve in mera violazione delle leggi vigenti, cioè in un delitto penalmente perseguibile) ma collettiva, di gruppi, classi o dell’intero corpo sociale”. Certo: è l’obiezione di coscienza – non a caso in primo luogo alla guerra – il momento di avvio per la trasformazione di una realtà inadeguata. Capitini ci invita a riflettere su quel che facciamo e su quel che omettiamo: “Da quanto tempo la polizia non bussa alla tua porta?”

Un altro elemento mi pare colleghi la ricerca di Magnani al pensiero di Capitini. È il rilievo dato alle religioni. Scrive Gianpiero: “nel momento in cui, per definire cosa è politico e cosa non lo è, applichiamo il criterio del cambiamento per via soggettiva delle regole dei comportamenti collettivi, possiamo riscontrare altresì che non solo il cristianesimo, ma tutte le religioni universali costituiscono in realtà i maggiori fenomeni politici della storia umana”. Sulla tomba di Aldo Capitini è un’epigrafe dettata da Binni: Libero religioso e rivoluzionario nonviolento / pensò e attivamente promosse l’avvento / di una società senza oppressi / e l’apertura di una realtà liberata.

I presagi non sembrano favorevoli a una politica per il bene comune. L’idea di bene comune torna all’attenzione, grazie alla minaccia di estinzione di un’umanità che fa di tutto per meritarselo. La Costituzione contiene preziose, non seguite, indicazioni per un percorso politico coerente. Fin dal primo articolo: la Repubblica, il bene comune, è fondata sul lavoro, attività per il progresso materiale, spirituale, della società. La politica è il lavoro più significativo. Che possa essere svolto è cura di tutti gli articoli successivi, a partire dal terzo. La sovranità appartiene al popolo, cioè ognuno ne ha una parte inalienabile, da esercitare in ogni circostanza. È una sovranità che non si esaurisce in un voto, sempre più svogliato, né nel pagamento delle tasse da parte di chi non può proprio evitarlo. L’art. 11 ripudiando la guerra, con l’apertura a istituzioni di più ampio respiro, pone le basi per una Costituzione e una federazione, almeno europee.

Possiamo accettare l’idea che i ragazzi di Barbiana, con la guida di don Milani, si sono fatti: il problema degli altri è eguale al mio, uscirne assieme è la politica, da soli è l’avarizia? L’avarizia di pochi costa la miseria e l’irrilevanza dei più. Negli anni Settanta scrive Lelio Basso: “La democrazia appare sotto assedio. Un pugno di manager di immense multinazionali fa e disfa quello che vuole. Gli altri miliardi sono complici o schiavi. Se si rifiutano, nella migliore delle ipotesi, sono emarginati e non contano niente”.

La politica non è una scienza, ma può essere un’arte, sempre secondo i ragazzi di Barbiana. “Così abbiamo capito cos’è l’arte. È voler male a qualcuno o a qualche cosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in un paziente lavoro di squadra. Nasce l’opera d’arte: una mano tesa al nemico perché cambi”.

La presentazione del libro “Una teoria della politica” (Biblioteca Ariostea, Ferrara, 12 aprile 2023) è disponibile a questo link.

Di Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941, Lido di Spina 2923), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948