• 25 Febbraio 2024 16:30

Discrezione, vi prego, sui neonati (e sulle loro madri)

DiElena Buccoliero

Mag 3, 2023

Il giorno di Pasqua un neonato di nome Enea è stato affidato dalla mamma alla Culla per la vita della Clinica “Mangiagalli” di Milano ed è ora in una famiglia affidataria, che in breve tempo potrebbe diventare adottiva, salvo che i genitori naturali ricompaiano entro due mesi dimostrando di volersi occupare di lui e di essere in grado di farlo, con gli aiuti del caso.

Pochi giorni dopo è stata diffusa la notizia di una bimba non riconosciuta alla nascita né dalla mamma né dal papà. La donna, che ha partorito senza assistenza sanitaria e risulterebbe trovarsi in serie condizioni di disagio, ha affidato la piccola ai medici dell’Ospedale dei Bambini “V. Buzzi” di Milano.

Pur nella loro drammaticità quelli che abbiamo appena ricordato sono due casi a lieto fine: i bambini stanno bene e cresceranno in una famiglia che si occuperà di loro. Questi esempi non oscurano un’altra vicenda milanese, quella di una piccolissima che il 28 aprile scorso è stata trovata morta in un cassonetto. Non è chiaro se la bimba sia spirata prima o dopo l’abbandono e per quali ragioni; per appurarlo la Procura ha disposto l’autopsia, indaga intanto per rintracciare la madre.

Posso sbagliarmi, ma quando ho saputo della tragedia non ho potuto evitare di pensare al can can infernale che si è scatenato, sui media e in rete, intorno alla notizia del piccolo Enea. E mi sono chiesta se il destino della bambina sarebbe stato identico qualora la scelta della madre di Enea (ma poi perché non ci si occupa anche del padre?) non fosse stata sbandierata, sovrainterpretata, giudicata, spettacolarizzata.

Non ho prove a suffragio di quanto sto scrivendo. Certo, però, la legge sul parto in anonimato – troppo poco conosciuta purtroppo – è stata emanata proprio per preservare i diritti di due persone vulnerabili: la madre e il bambino. Leggo sul sito del Ministero della Salute: “La donna che non riconosce, e il neonato, sono i due soggetti che la legge deve tutelare, intesi come persone distinte, ognuno con specifici diritti. La legge consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’ospedale in cui è nato (DPR 396/2000, art. 30, comma 2) affinché sia assicurata l’assistenza e anche la sua tutela giuridica. Il nome della madre rimane per sempre segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto: nato da donna che non consente di essere nominata”.

Subito sopra, nella stessa pagina web, viene descritta con la giusta delicatezza l’importanza di aiutare le donne in gravidanza e, per i casi di cui parliamo, si raccomanda: “In ospedale, al momento del parto, serve garantire la massima riservatezza, senza giudizi colpevolizzanti ma con interventi adeguati ed efficaci, per assicurare – anche dopo la dimissione – che il parto resti in anonimato”.

Tanta attenzione del legislatore e tante, giuste indicazioni ai sanitari, e poi una caccia al tesoro mediatica con contorno di consigli, richiami, proposte di aiuto e svilimento dei genitori adottivi, che non saranno mai paragonabili a quelli “veri”.

Trovo ci sia stata molta violenza nelle reazioni mediatiche cui abbiamo assistito. E mi sembra risibile la proposta di aiuto alla madre di Enea affinché torni a occuparsi del bambino, prima di tutto perché l’aiuto all’infanzia e alla maternità dovrebbe essere strutturale ed efficace, valido per tutte le famiglie in difficoltà e non condizionato alla visibilità mediatica di singoli casi; in secondo luogo, perché non ci è dato sapere se un portafogli ben fornito sarebbe bastato a risolvere tutti i problemi di quella mamma, di quel bambino.

Qualcosa di più sul fenomeno generale ricaviamo da un’indagine della Società Italiana di Neonatologia (S.I.N.), condotta – ahimè – tra il 2013 e il 2014 in 70 Centri nascita italiani. Apprendiamo così che i bambini non riconosciuti dopo il parto sono passati dai 3.000 del 2005 ai 56 dell’anno indagato (su 80.060 nati vivi di quell’anno, come dire 7 su diecimila). Si tratta probabilmente di una sottostima ma è in ogni caso un’ottima notizia.

In rete vi è traccia di un Osservatorio nazionale sui bambini non riconosciuti alla nascita istituito nel 2021 proprio dalla S.I.N., tuttavia non ho reperito report o ricerche più recenti ed è un peccato. Del resto, la mancanza di dati è strutturale in Italia su moltissimi fenomeni sociali rilevanti, e su tanti che riguardano proprio i bambini, e dovrebbe essere colmata non da un gruppo di professionisti ma da decisioni certe e costanti da parte della politica, con ricadute amministrative e organizzative.

Torno alla ricerca del 2013-14: su 56 registrati, 21 bambini sono nati da donne italiane e 35 da donne straniere. Circa la metà delle madri aveva tra i 18 e i 30 anni, 27 non avevano un compagno, 24 non lavoravano (per molte questo dato non è stato raccolto). Alla base dell’abbandono c’erano condizioni di disagio psichico e sociale (21), problemi economici e lavorativi (11) o connessi all’essere migrante (7), ma anche coercizione (4), giovane età (3), solitudine (3), violenza (1). In tanti (14) casi le ragioni del gesto non sono state registrate.

Soltanto 5 donne su 56 sono arrivate in ospedale insieme al partner. Anche questo non è indifferente, se è vero che per concepire un bambino ci vogliono due persone (in linea di massima), ed è una brutta retorica quella che spinge a imputare la responsabilità dell’abbandono alle sole donne. A questo proposito rimando a un bell’intervento su Facebook di Elvira Zaccagnino, direttrice editoriale della meridiana, datato 11 aprile 2023, che dice così: Enea comunque ha anche un padre. Il biglietto scritto dalla mamma non lo menziona. Non c’è scritto: mamma e papà. Non è stato usato il plurale. Ma Enea ha reso madre una donna e padre un uomo, che forse lo ha abbandonato molto ma molto prima sapendolo al sicuro nel grembo della donna che aveva fecondato. Le avrà lasciato un biglietto o avrà sbattuto la porta andando via? Chissà! I titoloni da ieri non lo citano, menzionano solo lei: “Il piccolo abbandonato dalla madre”, “La madre ha abbandonato il piccolo Enea”. Gli appelli alla madre. I giudizi sulla madre. I padri no: quelli non si giudicano. Non si menzionano. Quelli possono. In questa storia prima di Enea abbandonato dalla mamma, c’è un uomo che ha abbandonato una donna con un bambino in grembo. Un uomo diventato padre. Che ferita enorme si cela nel cuore di una donna che sceglie di dare alla vita il suo bambino e di affidarlo alle cure di altri? Forse anche lei è una Addolorata. Ai piedi di una culla invece che di una croce, nel suo dolore e nella sua decisione anche lei “Stabat Mater”.

L’ultima riflessione riguarda le culle termiche come quella che ha accolto il piccolo Enea. In Italia ce ne sono una sessantina e si trovano in luoghi facili da raggiungere, come appunto l’ingresso della Clinica Mangiagalli. Garantiscono accoglienza sicura per il neonato, che viene immediatamente segnalato grazie a una videosorveglianza interna alla culla e a un citofono collegato con la Terapia Intensiva Neonatale, mentre non registrano immagini esterne, ad esempio quelle di chi affida il bambino. Leggere che dal 1993 a oggi hanno accolto in tutto 13 bambini non mi sembra una buona notizia. Mi mancano le statistiche, ma sono certamente più di 13 i neonati che negli ultimi trent’anni sono stati abbandonati nei luoghi più diversi, dagli istituti religiosi ai cassonetti della Caritas, e non sempre sono stati ritrovati in tempo utile.

Il parto in anonimato e le culle termiche sono opportunità a protezione dell’infanzia, e delle donne. Risulterebbero più efficaci se fossero meglio conosciute. Accompagnate magari dalla discrezione, dal rispetto, dalla sospensione del giudizio dovute al caso, e che aiuterebbero le donne a cogliere quelle opportunità, senza sentirsi alla gogna.

(Una mamma adottiva molto nota, Luciana Littizzetto, ha scritto una bella lettera al piccolo Enea che si può ascoltare al minuto 21’30” di questo link).

 

 

Di Elena Buccoliero

Faccio parte del Movimento Nonviolento dalla fine degli anni Novanta e collaboro con la rivista Azione nonviolenta. La mia formazione sta tra la sociologia e la psicologia. Mi occupo da molti anni di bullismo scolastico, di violenza intrafamiliare e più in generale di diritti e tutela dei minori. Su questi temi svolgo attività di formazione, ricerca, divulgazione. Passione e professione sono strettamente intrecciate nell'ascoltare e raccontare storie. Sui temi che frequento maggiormente preparo racconti, fumetti o video didattici per i ragazzi, laboratori narrativi e letture teatrali per gli adulti. Ho prestato servizio come giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna dal 2008 al 2019, e come direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati dal 2014 al 2021.