Chi è il proprietario di un bambino?

Chi è il proprietario di un bambino?

Se vi siete fermati per un attimo a cercare una risposta a questa domanda, come se la domanda avesse un senso, significa che è bene riflettere un momento.

Molto spesso gli adulti ragionano come se un bambino fosse proprietà privata dei genitori. Ed anche chi è genitore, quando dice “mio” figlio, usa l’aggettivo possessivo non soltanto in termini affettivi. Quel bambino è proprio “suo”, tanto che come genitore gli può fare qualsiasi cosa, e niente gli altri. Ci sono insegnanti che quando sgridano un alunno si beccano una denuncia, ci sono vicini di casa che se riprendono un ragazzino monello si sentono mangiare la faccia…

Okay, è un vecchio discorso e lo sappiamo tutti: l’educazione si è privatizzata, il familismo che impera… e in definitiva il senso di prorietà, l’idea che è un figlio è di chi lo ha messo al mondo e perciò lo possiede.

Nelle udienze che svolgo con le famiglie al Tribunale per i Minorenni di Bologna, a volte proprio me lo sento dire esplicitamente: “Mio figlio è mio e lo educo come voglio”. E pazienza se nel “come” sono comprese violenze o trascuratezze. Dietro la porta di casa sarebbe vietato ficcare il naso.

Nel 1874, a New York, per la prima volta una bambina venne salvata dai maltrattamenti degli adulti. Etta Wheeler, infermiera e missionaria metodista, venuto a sapere dei continui pianti e lamenti di una bambina che viveva non lontana da lei, si interessò alla cosa e riuscì dapprima a penetrare nell’abitazione della piccola, poi a raccogliere informazioni e infine a chiedere aiuto.
Sulle prime le dissero che non era possibile fare nulla perché secondo le leggi USA i genitori avevano diritto assoluto sui figli e potevano allevarli come meglio credevano.
Si rivolse allora a Mr. Bergh, referente per la Società per la protezione degli animali, già fiorente in America. L’associazione esaminò il caso e, riconoscendo che rientrava in quelli previsti dal proprio statuto, inviò in quella casa un proprio operatore sotto le mentite spoglie di un incaricato per il censimento. Trovarono Mary Ellen incatenata al letto con segni di frustate e di tagli, ematomi, ferite ed abrasioni su tutto il corpo e la Corte Suprema dispose immediatamente il suo allontanamento. La piccola, dell’apparente età di 5 anni, aveva in realtà 9 anni e non aveva mai conosciuto il gioco o la spensieratezza.
La stampa diede ampio risalto al caso di Mary Ellen e fu su quest’onda che nacque a New York la prima Società dedicata alla prevenzione dell’abuso all’infanzia.

Mentre si preparano riforme forse sulla giustizia minorile e della famiglia e mentre lobby di avvocati lottano per far prevalere il diritto dell’adulto a possedere il proprio bambino,e dunque a smarcarsi dagli operatori, dai giudici minorili e da tutto ciò che sa di controllo (ma potrebbe essere anche vissuto come aiuto), la storia di Mary Ellen e di Etta Wheeler resta un monito su come potremmo ridurci e su che significa una società dove i bambini hanno diritti soltanto sulla carta… e per andare in loro soccorso occorre pensare che non meritano di meno di un gattino.

Foto tratta da www.loritatinelli.it

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