Confinati all’inferno: cronache sui rifugiati del campo di Moria

Confinati all’inferno: cronache sui rifugiati del campo di Moria

Minacciato il corrispondente franco-afgano Mortaza Behboudi – di Lisa Viola Rossi*

Confinati all’inferno. Mentre la maggior parte degli europei si trova rinchiuso in casa, a leggere un libro, a guardare un film, a navigare su internet o a pensare alla prossima ricetta, c’è gente che non ha tregua in un inferno alle porte d’Europa. Questo inferno si chiama Moria. Moria è il più grande campo di rifugiati d’Europa, sull’isola greca di Lesbo, dove da metà marzo ha deciso di confinarsi Mortaza Behboudi, giornalista afgano esiliato in Francia dal 2015.

Qui, ai giornalisti, è proibito l’accesso dal 2016. La polizia ha arrestato diversi giornalisti, sequestrando telecamere, macchine fotografiche e computer. « Il mio vantaggio è che mi faccio passare per un profugo. Filmo con il mio cellulare. Sono cosciente del rischio che corro, ma c’è bisogno che questa situazione inumana sia denunciata. Questo campo – spiega Mortaza Behboudi –  è una bidonville in piena Europa e questa non é l’Europa che immaginavo».

Ogni giorno questo giovane collaboratore della tv franco-tedesca Arte realizza innumerevoli video che posta sistematicamente sulla sua pagina facebook e invia a diversi media.

«Questo campo è una bomba sanitaria », ripete Mortaza, trattenendo la rabbia. « Non c’è alcun responsabile, non c’è nessuna strategia chiara per proteggere queste persone che vivono in una vera e propria discarica all’aria aperta».

Creato 4 anni fa per accogliere 2200 profughi, Moria conta oggi oltre 19mila persone. Intorno al campo, 12mila persone vivono in rifugi di fortuna, accampati tra gli olivi.

«Insieme contro il coronavirus, non abbiate paura del coronavirus» recitano i manifesti di sensibilizzazione sulla pandemia. Accanto, le baracche del campo si accavallano l’una sull’altra: in due metri quadri di tenda, si trovano cinque, sei, sette persone.

Di questi profughi, il 40% sono minori. Sono fuggiti dalla Siria, dall’Afganistan, dall‘Irak, ma anche dalla Libia, dalla Somalia, dal Congo, e ancora dalla Guinea e dal Ghana. La lista delle rappresentanze è senza fine. Ci sono anziani, bambini, donne sole e incinte. Persone vulnerabili, sopravvissute alla guerra e fuggite dalla disperazione che, dopo aver fatto tappa in Turchia, hanno deciso di attraversare il Mediterraneo per cercare un porto sicuro e sono invece approdate in questo limbo dai contorni instabili e precari. Un limbo,  dove la procedura di richiesta di asilo, lunghissima, può durare uno, due anni, senza alcun criterio certo.

Quello che era un paradiso tra il mare Egeo e gli uliveti, in un’isola da sempre meta di turisti, registra oggi migliaia di persone costrette a vivere in rifugi di plastica, senza accesso all’acqua corrente, né all’elettricità, tra fiumi di rifiuti, fango, escrementi. Un limbo trasformato in un inferno dantesco.

«Qualche settimana fa, durante uno dei tanti incendi, un neonato ha perso la vita tra queste tende» ricorda Mortaza. Le violenze e le aggressioni verso le donne sole sono all’ordine del giorno. Ma alcune giovani non si perdono d’animo e organizzano corsi di karaté e yoga, creando parentesi di apparente normalità. Altri giovani volenterosi si prestano come interpreti e traduttori, altri come fornai.

Per assicurarsi un pasto, la coda dura in media 4 ore sia per il pranzo, che per la cena. Un esempio ? Mortaza lo mostra in un video : in un sacchetto di plastica, due uova sode e due pezzi di pane vecchio.

Non c’é acqua, ed il wc chimico è condiviso da circa 2mila persone.

Intanto, la vita continua. «I bambini giocano in questo orrore di rifuti e escrementi – denuncia il giornalista – . Si contano almeno 1600 minori di 12 anni non accompagnati».

Per il momento, non sono stati registrati casi di Covid-19 ma ci sono persone che presentano febbre alta e altri sintomi sospetti. I medici, una decina, sono disponibili solo di giorno e unicamente in settimana, dal lunedi al venerdi, dalle ore 8 alle ore 16. Hanno da poco creato due zone per accogliere ogni giorno un centinaio di pazienti : una per zone pazienti sospetti e una per tutti gli altri. Per poter accedere ad un consulto, la coda é, se va bene, di 2 ore, ma in media bisogna aspettare il doppio, in piedi, all’aperto, l’uno accanto all’altro. D’altronde, le risorse medico-sanitarie sarebbero, a detta di diversi profughi intervistati, ampiamente insufficienti per curare le diverse patologie riscontrate nel campo. «In assenza di controlli clinici e strumentali – sostiene un interprete volontario che accompagna i pazienti che parlano persiano -, le raccomandazioni sono paracetamolo, ibuprofene, un bicchier d’acqua. Che non c’è. É tutto».

«A oltre 120 bambini – racconta Mortaza Behboudi – sono state diagnosticate malattie gravi e attendono, invano, una evacuazione urgente».

Ma le urgenze non sono trattate come tali : le ambulanze intervengono in non meno di un’ora e, di notte, i medici non possono accedere al campo. La polizia greca ne sorveglia giorno e notte i confini e non lesina l’uso delle armi. Diverse proteste sono state sedate in maniera violenta, diversi proiettili hanno tagliato la pesante aria di Moria. Il giovedi di Pasqua, durante una manifestazione, una persona ha perso la vita e tre sono rimaste ferite.

Nonostante tutto, il flusso dei profughi continua. A inizio marzo, fa sapere Mortaza Behboudi, quando il presidente turco Erdogan ha deciso di aprire le frontiere, «oltre 600 rifugiati sono approdati a Lesbo in un solo weekend. Per circa 10 giorni sono stati accolti in un edificio militare nei pressi del porto di Mytilene e poi ne è stato deciso il trasferimento verso un campo ad Atene dove, a inizio aprile, c’erano già 24 casi confermati positivi di Coronavirus». Mahmoud, giovane siriano, confessa al microfono del giornalista: « Non ci sono grandi differenze tra la Siria e Moria: in entrambe c’é sofferenza ».

Intanto, un giovane afgano appare con un cartello davanti all’obiettivo di Mortaza : « Italia, i nostri cuori sono sempre con te, sei sempre nelle nostre preghiere. Tieni duro » .

«C’è stata una decisione dell’UE – ricorda Mortaza Behboudi – per proteggere questi profughi, ma finora non c’è stato nulla di concreto. La Grecia – il giornalista lancia un appello  – non puo’ essere lasciata sola. Gli abitanti di Lesbo raccontano che il flusso di migranti è continuo dal 2015. Adesso gli hotel sono vuoti, qui, ma anche nel resto della Grecia e dell’Europa : occorre una decisione politica urgente per accoglierli. Ora.».

Intanto Reporters senza frontiere denuncia le minacce di cui Mortaza Behboudi è stato recentemente vittima. Per questo suo lavoro di corrispondente sul terreno, un deputato antimigranti del parlamento greco, Thanos Tzimeros, attraverso dei post sul suo canale facebook e twitter, lo ha accusato di « mostruose bugie » minacciandolo di rappresaglie.

Per seguire Mortaza Behboudi sui social network, di seguito i suoi contatti:

su Facebook: https://www.facebook.com/mortaza.behboudi

su Twitter: https://twitter.com/MortazaBehboudi

[*Lisa Viola Rossi è giornalista pubblicista, vive a Parigi dal 2012, dove lavora come responsabile alla comunicazione e sensibilizzazione della Maison des Journalistes, associazione che supporta i giornalisti rifugiati e promuove il diritto alla libertà di espressione]

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