Da Monte Sole a Sant’Anna di Stazzema, piccole capitali morali d’Italia

Da Monte Sole a Sant’Anna di Stazzema, piccole capitali morali d’Italia

Monte Sole e Sant’Anna di Stazzema sono piccole capitali d’Italia. Capitali in senso morale, per ciò che rappresentano nella nostra storia collettiva. Sono luoghi di tragedia, di sofferenza indicibile, luoghi emblematici di che cos’è davvero la guerra, di che cosa può accadere quando la vita umana è declassificata a vita di scarto. Sono luoghi da conoscere e rispettare,  ai quali sarebbe bene avvicinarsi con circospezione, passo dopo passo, pronti ad accogliere il doloroso messaggio che trasmettono. Le case spesso abbandonate o diroccate, i campi poco o punto coltivati, i boschi inselvatichiti, i silenzi di Monte Sole e Sant’Anna di Stazzema parlano, in qualche modo urlano, più di qualsiasi cippo o monumento. Sono testimonianza di un’interruzione brutale del flusso d’umanità che avevano ospitato fino all’estate del ’44, quando centinaia di vite furono spazzate via senza riguardo e senza rimorso. Quell’interruzione perdura ancora e  lascia in uno stato di sospensione chiunque si avvicini a questi luoghi. 

Sono passati 75 anni e tutto nel mondo è cambiato, tutto tranne la tendenza a dividere l’umanità fra vite degne d’essere vissute (e tutelate) e vite “inutili”, vite esposte alla morte dicono i filosofi, vite passibili d’annientamento. Camminare lungo i sentieri che legano fra loro le molte località di Monte Sole, teatro della più vasta strage di civili compiuta dai nazifascisti durante l’ultima guerra, è un’esperienza innanzitutto interiore. Un invito alla meditazione sul senso di quelle morti, sul significato che possono avere per noi. E salire, a Sant’Anna di Stazzema, dalla piazzola antistante la chiesa fino all’ossario in cima al colle, lungo la via crucis religiosa e civile creata qualche decennio fa, può servire a calarsi nei panni di chi si sente inseguito dalla storia e dalla sua violenza: Sant’Anna nell’estate del ’44 era un luogo abitato da molti rifugiati in fuga dal conflitto (all’epoca si diceva sfollati) e molti di loro, anziché salvezza, trovarono la morte.

Se poi si cammina da un luogo all’altro, da Monte Sole a Sant’Anna di Stazzema, ecco che la storia d’Italia, o un suo pezzo importante, si ricompone sotto i piedi di chi si mette in marcia. Ed è una storia ricca di molte sfaccettature. Perché lungo quel tratto d’Appennino, a cavallo fra Emilia e Toscana, nei cruciali anni ’43-’45, si sono giocate davvero le sorti del nostro paese. Fra una montagna e l’altra, dal Tirreno all’Adriatico, correva la Linea Gotica, presidio allestito dall’esercito tedesco per ritardare l’avanzata da Sud degli angloamericani, ma l’azione dell’esercito occupante e della repubblica fascista creata per volontà di Berlino e affidata alla guida di un ormai smunto Benito Mussolini, era contrastata dalle bande partigiane, i “banditen” che tanto infastidivano le truppe tedesche. Come direbbe Piero Calamandrei, per citare un suo celebre discorso a una scolaresca, sono montagne sulle quali si è scritta (anche) col sangue la nostra Costituzione.

Gli organizzatori – Anpi di Monzuno, Cai di Bologna con la collaborazione di numerose associazioni emiliane e toscane – hanno chiamato Camminata per la pace il percorso che impegnerà i partecipanti fra il 7 e il 12 agosto, perché la pace è sì l’approdo raggiunto in Italia con la fine della guerra e la nascita della repubblica, ma anche un’aspirazione per la quale vale la pena impegnarsi nel presente, visto che le guerre nel mondo continuano e le Monte Sole e le Sant’Anna non sono un incidente della storia, ma un elemento tipico di tutte le guerre moderne.

Se è vero che camminare può essere un atto politico, partire da Monte Sole per giungere a Sant’Anna proprio il 12 agosto, ricorrenza dell’eccidio, è una scelta che implica la volontà di mettere letteralmente i piedi nelle politiche della memoria. Si cammina per riflettere, per porsi delle domande, per abbozzare alcune risposte, tutto intorno a  un doppio nodo: da un lato il lascito delle stragi, l’annientamento programmato di persone inermi; dall’altro la scelta di chi salì in montagna o si oppose in altro modo all’occupazione nazista e al risorgere del fascismo. La domanda è in apparenza semplice ma in verità complessa e sfuggente: a che serve ricordare quei fatti? In che modo incidono sulla nostra percezione del mondo? Come influenzano le nostre azioni?

Durante le ore di cammino ci sarà modo di approfondire tutto, ma il programma prevede anche una giornata a parte, un giorno di sosta – il 9 agosto a Campotizzoro sulla montagna pistoiese – dedicato a un convegno che è anche un seminario. I fatti di quel periodo decisivo (’43-’45) saranno analizzati secondo un’angolatura ancora poco esplorata: le forme della resistenza nonviolenta, la prospettiva della disobbedienza civile. E’ uno dei possibili spunti offerti dalla memoria di quel drammatico ma anche esaltante periodo, forse uno spunto fra i più incisivi e promettenti per chi oggi considera il passato, il nostro migliore passato, come possibile orientamento per l’azione nel presente.

A che serve la memoria, ci chiedevamo. Una prima risposta si può rintracciare nel programma dell’ultimo giorno, il 12 agosto a Sant’Anna: all’alba i partecipanti si riuniranno vicino a un’installazione artistica di Carlo Molinero, intitolata “HELP! Un hommage aux frères morts en mer”. Nel luogo del primo grande eccidio “eliminazionista” attuato in Italia durante la seconda guerra mondiale, in una delle capitali morali della nostra repubblica, il pensiero andrà alle migliaia di persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo in questi anni, vittime del cinismo e dell’indifferenza di un’Italia e di un’Europa tragicamente lontane dalle proprie radici storiche e morali.   

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