Qualche parola di Aldo Capitini

Qualche parola di Aldo Capitini

Ho in un post precedente evocato un testo di Aldo Capitini la cui lettura consiglio: Le tecniche della nonviolenza. L’azione diretta nonviolenta mi pare infatti un’aggiunta necessaria alla pratica elettorale per difendere almeno la democrazia costituzionale, sotto attacco nel nostro e in altri paesi. Le tecniche sono tante. Qui alcune vengono indicate e approfondite. Altre se ne possono aggiungere e nel tempo si sono aggiunte. Già negli anni ’70 Gene Sharp ne illustrava 198, sistematicamente suddivise secondo le loro caratteristiche. Non sto a riprenderle né a tentare aggiornamenti. Ripropongo una raccomandazione di Capitini, in quel piccolo libro edito nel 1967. Mi pare aiuti a rispondere al che fare? di fronte a un potere che rivela sempre più tratti autoritari.

“Che cosa fare? La risposta è questa: non isolarsi, non cercare di affrontare e risolvere i problemi importanti da isolati; da isolati non si risolvono che problemi di igiene, di salute personale e, se mai, di benessere ad un livello angusto. Per il problema sommo che è il potere, cioè la capacità di trasformare la società e di realizzare il permanente controllo di tutti, bisogna che l’individuo non resti solo, ma cerchi instancabilmente gli altri, e con gli altri crei modi di informazione, di controllo, di intervento. Ciò non può avvenire che con il metodo nonviolento, che è dell’apertura e del dialogo, senza la distruzione degli avversari, e influendo sulla società circostante per la progressiva sostituzione di strumenti di educazione a strumenti di coercizione”. L’invito è a un agire aperto, capace di coinvolgere e impegnare nella riflessione e nell’azione molte persone, attraverso l’esempio e la chiarezza della posizione assunta e proposta. Il potere appare sempre più miserabile, incapace di trasformazione della società verso eguaglianza e libertà, nella necessaria solidarietà dei cittadini. Il potere si incanaglisce piuttosto nell’esercizio sulle persone, colpendole pure nella loro dignità. Propongo tre passi da messaggi del dopoguerra che Aldo ci lascia, con un decennio di distanza l’uno dall’altro.

1948: La nonviolenza è lotta, ne Il problema religioso attuale, “La nonviolenza non è appoggio all’ingiustizia… Il nonviolento che si fa cortigiano è disgustoso: migliore è allora il tirannicida, Armodio, Aristogitone, Bruto. Due grandi nonviolenti come Gesù Cristo e san Francesco si collocarono dalla parte degli umiliati e degli offesi. La nonviolenza è il punto della tensione più profonda del sovvertimento di una società inadeguata”. La democrazia faticosamente conquistata appare già allora del tutto inadeguata rispetto all’esigenza di procedere in un percorso intravvisto nei momenti migliori dell’Antifascismo e della Resistenza. Procedere è sbilanciarsi, quasi cadere in avanti, ma ci si riesce solo muovendo, con attenzione, sempre la gamba che sta dietro. Il richiamo alla nonviolenza è richiamo alla tensione, all’azione, non alla passività. La nonviolenza è lotta.

  1. In Aggiunta religiosa all’opposizione scrive: “E se gli uomini colti, per decenni e decenni e in una società come la nostra, non hanno mai visto i poliziotti venire nella propria casa, debbono fare un attento esame di coscienza per cercare i propri peccati, se non altro, di inerzia, di viltà, di chiusura”. Questo l’ho sentito, con parole simili, ripetere da lui, mite e inflessibile sui principi. E non parla solo dei tempi neri della dittatura, ma di quelli grigi che sono seguiti. Penso a quanti giusti impegni ho evitato – ed evito – per quieto vivere. Provare ad essere anche solo un poco amici della nonviolenza comporta qualche disagio e sacrificio, che è però ben ricompensato. Perfino nella mia limitatissima esperienza ho potuto accertarlo.

1968: il giorno prima di essere ricoverato per un’operazione alla quale non sopravvive Aldo scrive la sua ultima Lettera di religione intitolata La forza preziosa dei piccoli gruppi. Ne riporto l’avvio “Il fatto dei gruppi di contestazione in atto è importante. Essi hanno la fiducia di essere efficienti, sia perché hanno il coraggio di scendere in piazza, specialmente nei luoghi di lavoro: università o fabbrica, sia perché urtano direttamente il sistema, rompendone delle parti, cose o persone.

Ma sono evidenti questi gravi limiti:

  1. l’attenzione dei gruppi è verso gli avversari con cui lottare (poliziotti, uomini del potere politico o economico), invece che alla solidarietà con le persone con cui e per cui operare: queste passano in seconda linea o non sono nel pensiero, perché interessa l’urto (e questa è la ragione per cui nei gruppi si mescolano persone che amano menar le mani, buttarsi al rischio, e non altro);
  2. manca talvolta nei gruppi una coscienza precisa dei perni guasti del sistema da mutare, dei fini e del rinnovamento da instaurare (non basta dire: contro il capitalismo, contro il potere, se poi si producono un capitalismo e un potere molto più duri);
  3. c’è spesso nei gruppi la tendenza a misconoscere o urtare i più, come se siano complici o addormentati nel sistema, e vadano spaventati (mentre bisogna fare come se potenzialmente siano dalla parte del rinnovamento)…”.

A me, abituato a ritrovarmi spesso in piccoli gruppi, un po’ consola pensare che essi possano essere davvero una forza preziosa. Lo sono stati e possono esserlo nuovamente. Magari nei piccoli gruppi nei quali mi ritrovo possiamo cominciare dalla lettura integrale di quest’ultimo messaggio di Aldo Capitini. Chi è interessato sa come trovarmi.

 

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