Dante l’europeo

Dante l’europeo

Tutti gli anni a ferragosto c’è una maratona di letture alla biblioteca Bassani di Ferrara. Un amico, come me federalista e più di me attivo, aveva proposto di dedicarla alla costruzione dell’unità europea. Il tema scelto è stato un altro: Mi ritrovai per una selva oscura – in cammino con Dante. Ho pensato che le cose potessero stare assieme e ho scritto un breve testo. La lettura non doveva superare i cinque minuti e così è stato.

Il bosco, che è selva, si fa labirinto dal quale si vorrebbe uscire… mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. Se poi la selva è selvaggia e aspra e forte… da neun sentiero… segnata, neppure si può tornare indietro. Anche un abile stratagemma può fallire. Rideva quand’era piccola, ne ride ancora, mia nipote a un mio rigo: I fratellini procedevano nel bosco. In coda Pollicino spargeva sassolini. Li seguiva uno struzzo, dall’impercettibile sorriso.

Nel labirinto delle istituzioni e dei poteri oscuri, che ci opprimono, difficile è ritrovare, come sarebbe necessario, l’ispirazione originale, la diritta via. “Dante è il poeta più universale che abbia scritto in una lingua moderna. Dante, pur essendo italiano, è prima di tutto europeo” dice Thomas Eliot. Alle miserie politiche del proprio tempo Dante risponde guardando dall’alto con sguardo europeo, dell’aquila dell’Impero. Ne parla diffusamente nel Monarchia. Primum igitur videndum quid est quod temporalis Monarchia dicitur… Mi e vi risparmio il latino e traduco.
Prima è da vedere brevemente cosa sia la monarchia temporale: si chiama Impero, è un principato unico, e sopra tutti gli altri principati. Tre dubbi: primo, se è necessaria al bene essere del mondo; secondo, se il popolo romano ragionevolmente s’attribuì l’ufficio della monarchia; terzo, se l’autorità dipenda direttamente da Dio, o da qualche suo ministro, o vicario.

Teniamoci solo al primo dubbio per rispondere positivamente e attualmente. Un’Europa, federale, unita, ad bene esse mundi necessaria est, è necessaria al bene essere del mondo. Non è l’Impero ed è anzi riparo agli imperialismi. Ma sentiamo Dante nella Divina Commedia. Alessandro Masi, Segretario della Dante Alighieri aggiunge a Eliot il dantista sud-coreano Han Hyeong Kon “per conoscere l’Europa di oggi, bisogna leggere la Divina Commedia”. Masi nota che il poeta sembra trovare piacere a nominare Europa in più punti e dedica i canti sesto e settimo del Paradiso alla nascita dell’idea d’Europa.
Leggo poco poco del sesto. Sesto non per caso: nel sesto dell’Inferno c’è un’invettiva contro Firenze; il sesto del Purgatorio riguarda l’Italia. Il sesto per l’Europa è in Paradiso! Del canto gemello, settimo, propongo solo l’attacco, recuperando il trascurato latino, con qualche parola di ebraico. Osanna, sanctus Deus sabaòth, /superillustrans caritate tua/ felices ignes horum malacòth.

Propongo l’avvio del racconto di Giustiniano (seguirà la sintesi della storia dell’Impero, dalle origini fino a lui e oltre), il trionfo nelle guerre civili di Giulio Cesare, fondatore dell’Impero, e l’elogio di Romeo di Villeneuve, con il quale l’esule Dante si identifica. ll Corpus iuris civilis ci ha lasciato Giustiniano. È la vocazione dell’Europa. Il suo vanto, il suo senso stanno nella pace, nella difesa e nella crescita dei diritti per tutti. In primo luogo per gli esuli che vi cercano rifugio e vengono respinti. L’Europa unita è, può essere, rimedio a l’aiuola che ci fa tanto feroci.
Dice Giustiniano: Poscia che Costantin l’aquila volse contr’al corso del ciel, ch’ella seguio dietro a l’antico che Lavina tolse, cento e cent’anni e più l’uccel di Dio ne lo stremo d’Europa si ritenne, vicino a’ monti de’ quai prima uscìo; e sotto l’ombra de le sacre penne governò ‘l mondo lì di mano in mano, e, sì cangiando, in su la mia pervenne. Cesare fui e son Iustinïano, che, per voler del primo amor ch’i’ sento, d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.
Cesare unifica l’Europa e oltre. A me richiama l’epopea napoleonica nelle rime del Manzoni. Poi, presso al tempo che tutto ‘l ciel volle redur lo mondo a suo modo sereno, Cesare per voler di Roma il tolle E quel che fé da Varo infino a Reno, Isara vide ed Era e vide Senna e ogne valle onde Rodano è pieno. Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna e saltò Rubicon, fu di tal volo, che nol seguiteria lingua né penna. Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo. Antandro e Simeonta, onde si mosse, rivide e là dov’Ettore si cuba; e mal per Tolomeo poscia si scosse. Da indi scese folgorando a Iuba; onde si volse nel vostro occidente, ove sentia la pompeana tuba.

Infine ecco Romeo: E dentro a la presente margarita luce la luce di Romeo, di cui fu l’ovra grande e bella mal gradita… Indi partissi povero e vetusto; e se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe mendicando sua vita a frusto a frusto, assai lo loda, e più lo loderebbe

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