• 30 Giugno 2022 14:36

Diversamente Russi

DiDaniele Lugli

Apr 11, 2022

Una notizia da The Guardian “Bare in Buriazia: l’invasione dell’Ucraina mette a dura prova le regioni remote della Russia” mi dice di un paese che ignoro, mi ricorda il complesso carattere federale della Russia, la sua smisurata estensione. Buriazia non arriva al milione di abitanti ed è ben più grande dell’Italia. È una delle 22 repubbliche federate, contando anche la Crimea. Il sistema è complesso con 85 soggetti federali. Ci sono le repubbliche, le regioni, i territori, le città come Mosca e San Pietroburgo, con l’aggiunta di Sebastopoli e anche altri soggetti. Buriazia è lontana, tra il lago Baikal e la Mongolia, all’estremità orientale della Siberia.

Il funerale di quattro giovani buriati, officiato da monaci buddisti, induce a pensare al lungo viaggio, migliaia e migliaia di chilometri fatti dai ragazzi per andare lontano e tornare morti. Di buriati morti come loro in Ucraina, un giornale locale ne ha indentificati 45. Non sappiamo quanti siano in realtà L’arruolamento è la scelta di sopravvivenza per molti giovani, in una terra dall’economia povera, nonostante la presenza grandi giacimenti di oro, tungsteno, molibdeno, zinco, uranio. I buriati, discendenti da una delle tribù mongole insediatesi attorno al lago Baikal, rappresentano la parte più povera della popolazione. Secondo il censimento del 1989 il paese sarebbe abitato da oltre 100 nazionalità e gruppi etnici: russi (69,9%), buriati (24%), ucraini (2,2%),

tatari (1%), bielorussi (0,5%).

Non è la prima volta che combattenti buriati sono in Ucraina. Nel 2015 si è detto di un battaglione di carri armati della Buriazia nel Donbas. Può averlo presente Anton Gerashchenko, consigliere del Ministro dell’Interno, nella sfida lanciata, all’inizio di marzo, al presidente ceceno Ramzan Kadyrov a guidare di persona i suoi famigerati kadyrovtsy. “Cadrà qui come una lurida locusta”, e aggiunge: “Siamo tutti mortali. Soltanto che i militari ucraini muoiono da eroi, invece i russi, i ceceni e i buriati moriranno come luride locuste”. Sempre all’inizio di marzo sotto il monumento di Lenin, in una piazza centrale di Ulan-Ude, capitale della Buriazia, Irina Ochirova srotola un cartello “No alla guerra”. Ha saputo del figlio prigioniero: ha 25 anni, 7 trascorsi nell’esercito russo. Buriati all’estero lanciano una campagna “Buriati contro la guerra”, per ora senza seguito nella regione.

Vicina alla Buriazia, con un territorio di circa la metà, è Tuva, con 300mila abitanti. Sarebbero 96 i tuvani, etnia di origine turca, identificati, morti in Ucraina. È nota per essere la patria dello sciamanesimo, seguita dal buddismo tibetano. Per i buriati la precedenza tra le due religioni è invertita. Nell’operazione speciale offre un contributo sproporzionato alle sue dimensioni. È tuvano Sergej Shojgu, ministro della Difesa, lo stratega dell’invasione dell’Ucraina, a Putin vicinissimo. Lo ha accompagnato ad ammirare l’aspra natura del suo paese, fatto ferie pescando e facendo rafting assieme. Ora circolano notizie su un suo possibile allontanamento, salvo che sia lui a detronizzare Putin. La bassa forza dell’armata russa proverrebbe da repubbliche per così dire marginali.

Anche secondo la BBC il contributo di sangue maggiore verrebbe, tenuto conto della popolazione da Daghestan, Calmucchia, Abkhazia e Ossezia del Sud. Il Daghestan, 3 milioni di abitanti, conterebbe 130 morti. È un paese musulmano. Sembra aver respinto il lungo attacco dell’islamismo radicale. I Calmucchi, 270 mila, sono buddisti di rito tibetano. Anche l’Abkhazia (200 – 250 mila abitanti, popolazione dimezzata per l’abbandono da parte dei georgiani dopo la sanguinosa guerra di secessione) è chiamata a dare il proprio contributo, come l’altra secessionista dalla Georgia, l’Ossezia del Sud, con una popolazione che vedo stimata tra 50 e 100 mila. Questi sono in maggioranza cristiani ortodossi. Una conferma di questa suddivisione di status nell’armata viene dal rilievo che dei russi morti uno su cinque è un ufficiale. Stupisce anche il numero tra questi dei generali. Leggo diverse ipotesi sull’inconsueto fenomeno. Una potrebbe essere l’aver preso esempio, senza giungere a quegli estremi, nella distribuzione dei gradi da I ragazzi della Via Pal: Boka, da Capitano a Generale, tutti gli altri ufficiali e graduati, unico soldato semplice Nemecsek, dalla fine tragica.

Questa è una guerra matrioska. Ne contiene altre. Capita spesso alle guerre. A questa poi… C’è quella cecena ad esempio. Anton Gerashchenko sfida Ramzan Kadyrov a venire con tutti i suoi kadyrovtsy. E Ramnzan ci viene. Ora minaccia l’attacco finale a Mariupol. C’è chi dice si sia portato dietro il figlio quattordicenne. Ha l’età giusta per assaggiare il sangue. Ci sono i suoi fidi commilitoni. Il capo commilitone, Ruslan Geremaiev, è ferito. Kadirov, taumaturgo, gli fa visita. Sull’altro fronte è Adam Osmaev, scampato a un attentato nel quale è morta la moglie, con i ceceni veri. Già si sono scontrati, i veri e i falsi, in Ucraina nel 2014. Adam ha almeno due battaglioni: Sheikh Mansur, intitolato all’eroe nazionale che si oppose alla grande Caterina, e Dzhokhar Dudayev, il presidente ceceno centrato da un missile. Una guerra cecena in territorio ucraino. L’eroico Kadyrov potrebbe vincerla da solo. Diffonde una foto dove cattura un mezzo militare ucraino. Sull’Avvenire Nello Scavo, sempre molto attento, rileva che si scorgono le cupole dorate del suo palazzo, a Grozny, in Cecenia, quasi 1.800 chilometri da Kiev.

 

Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948

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