• 2 Ottobre 2022 4:54

Giuditta Berardi e le altre

DiDaniele Lugli

Mag 10, 2021

Così comincia un articolo sull’Osservatore Romano di Enrica Riera, giovane giornalista cosentina. Su Marco — Re Marcone, Re dei Boschi, Re dei Monti — il materiale è vario, abbondante, di peso diverso. Mi riferisco a uno studioso serio, Antonio Piromalli che, a Ferrara, nei primi anni del dopoguerra ha lasciato un segno importante. Lo conosco per la testimonianza di amici — Italo Marighelli e Pino Inzerillo — e per uno scritto dedicato ad Agostino Buda.

“Negli ultimi anni del Cinquecento incontriamo Marco Berardi da Mangone che, a capo di un gruppo di banditi, assume il nome di Re Marcone, crea un piccolo stato presso Crotone e organizza una sterile sollevazione antispagnola, riuscendo a sconfiggere le truppe mandate contro di lui agli ordini di Fabrizio Pignatelli, marchese di Cerchiara. Molti elementi della personalità del Berardi sono diventati leggendari: pare che egli fosse stato educato dai Valdesi di S. Sisto, dopo la distruzione del paese e il massacro compiuto. Per questo motivo a taluni è sembrato un vendicatore, ad altri un paladino della libertà, ma occorre studiare i motivi di classe delle bande di Berardi”. I motivi li trova in uno storico contemporaneo al Berardi, Gabriele Barrio: estrema miseria e oppressione intollerabile. Li conferma pure Campanella. “In queste condizioni Marco Berardi si ritira sulle montagne opponendosi agli spagnoli, ai feudatari, ai gesuiti”.

Non trovo però nulla su Giuditta. È certo di S. Sisto e pure valdese. È per amore di lei, trovo scritto — in fonti diverse che non sto a citare per non togliere agli amici il gusto di una ricerca personale — che Marco si pose a capo “della rivolta, nella quale egli mostrò delle indiscusse capacità militari e organizzative… La risposta della Regia Corte e del Tribunale della Santa Inquisizione fu immediata e terribile, poiché si decise di estirpare definitivamente la razza degli eretici, un genocidio programmato e attuato con una ferocia inaudita… Marco Berardi riuscì fuggire a questo macello insieme con la sua amata e fidata Giuditta, e si rifugiò nei monti della Sila. La fama della sua audacia e delle sue capacità fece accorrere numerosa gente da tutte le parti della Calabria, disgustati dalla ferocia della repressione e dai soprusi, abusi e vessazioni che erano costretti a subire. Si trattò di una vera e propria rivolta popolare che aveva trovato in Marco Berardi il suo condottiero… La vicenda dei valdesi aveva lasciato una traccia indelebile nella sua vita, un ricordo perennemente rinnovato dalla presenza della sua Giuditta, che lo seguì sempre fedelmente, non distaccandosi mai da lui. Nella sua visione del mondo i due mali assoluti erano rappresentati dagli spagnoli, che imponevano condizione fiscali insopportabili ai poveri, e gli ecclesiastici, che tormentavano e torturavano la popolazione in nome di Dio. Il suo obiettivo era quello di liberare la Calabria dagli spagnoli insieme al Tribunale dell’Inquisizione”.

Si trovano descrizioni delle sue imprese sempre affiancato da Giuditta, la sola a non abbandonarlo mai. Ci si interroga sulle sue intenzioni e corrono voci: “Re Marcone si è unito ai pirati turcheschi? Sta tentando di riorganizzare i ribelli albanesi? È andato ad incontrare Marco Sciarra o è ritornato con la sua Giuditta a San Sisto per difendere i precetti valdesi?”. Sciarra è un bandito coi fiocchi, opera più a nord: Marcus Sciarra, flagellum Dei, et commissarius missus a Deo contra usurarios et detinentes pecunias otiosas. Ci sono scontri e battaglie campali. Forze crescenti gli sono inviate contro. Diverse sono le versioni sulla morte di Marco. Prevalgono quelle che lo fanno morire con Giuditta: di inedia, di freddo, di veleno? Riprendo dalla narrazione che ne fa Davide Andreotti in Storia dei cosentini, Napoli 30 novembre 1869. “Perdutosi dal Governo e dal Pignatelli di poterlo vincere in formali combattimenti – il Papa tolse a scomunicarlo da Roma; il duca d’Alcalà a prometter grosse taglie a chi l’uccidesse, il Tribunale dell’Inquisizione di Cosenza, ed il Santo Officio di Roma a promettere indulgenze plenarie a chi lo abbandonasse, il purgatorio a chi lo massacrasse, il Paradiso che vivo lo consegnasse alla forza. Un nugolo quindi di spioni e di delatori, rapporta tutto al Pignatelli – mille agguati gli sono tesi dai suoi stessi compagni – Di questi, molti, fidando delle promesse del Tribunale ritornano in casa, ove quietate le cose, ritrovano la morte e la tortura; altri temendo dell’esito dell’impresa emigrano e si cacciano chi in Sicilia e chi in Africa. Man mano Marco resta solo con Giuditta sua donna. Tratto a tanto, delibera di non sopravvivere alla sua propria sventura, e prega Giuditta che l’uccida. Però un Tommaso suo compagno, ch’egli sapea prigioniero a Cosenza, e ch’il raggiunse nella grotta dove s’era internato, dàgli speranza che il suo partito potesse risorgere. Egli corre ad abbracciare Tommaso, ma Tommaso comprato dall’Inquisizione cerca scannarlo. S’ingaggia una lotta terribile fra’ due; Tommaso cade spento sul suolo e Marco allontanatone il cadavere col piede forma il diffinitivo progetto di finire per fame una vita che gli era omai d’un peso insoffribile. Narra la cronaca del Frugali che Marco non ebbe modo a far sì che Giuditta l’avesse abbandonato al proprio destino. Dopo molto tempo che in Cosenza si diffuse la nuova della morte di questo bravo calabrese, che del suo nome riempì l’Europa tutta in que’ tempi, gli ufficiali del Governo tratti in quel luogo, rinvennero due cadaveri abbracciati senza ferite nel corpo, e senza che dir si potesse che di altro fossero periti”.

Vorremmo sapere di più di Giuditta. La storia di Marco e Giuditta è rievocata con varie iniziative nel comune di San Vincenzo La Costa. Nel piccolo Museo una stanza è a loro intestata. S. Sisto dei Valdesi, come ora è detto, ne è una frazione. Sappiamo che sono venuti fin dal 1200 e per tre secoli sono rimasti abbastanza indisturbati, L’altra frazione è Gesuiti, inviati a contrastare, nei modi che sappiamo, gli eretici.

L’articolo sull’Osservatore Romano ha una chiusa che riporto, in onore delle splendide donne di Calabria, native o acquisite, che ho conosciuto. “Le donne, si diceva, che la rivoluzione non l’hanno lasciata svilire. La Calabria ha ad esempio dato i natali a Caterina Tufarelli Palumbo, prima donna eletta sindaco in Italia (comune di San Sosti, 1946) o, ancora, a Rita Pisano, la jeune fille de Calabre per Picasso, la quale nel 1949, a soli 22 anni, partecipa al Congresso Mondiale della Pace di Parigi… dopo diviene sindaco a Pedace, e c’è pure Teresa Gullace dall’Aspromonte, simbolo della Resistenza: nel 1944 viene uccisa da un tedesco durante l’occupazione di Roma, ispirando Rossellini per il personaggio di Anna Magnani in Roma città aperta”.


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Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948

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