Gli occhi di capitan Toni

Gli occhi di capitan Toni

Antonio Giuriolo (1912-1944), comandante partigiano e maestro di vita buona

Da anni voglio recarmi a Lizzano al cippo che ricorda l’uccisione di Antonio Giuriolo (1912-1944), comandante partigiano e maestro di vita buona. Avevo trovato ottime guida e compagnia, ma l’occasione estiva è sfumata e ora non si può. Appena si potrà andrò. Cercate, trovate, leggete di lui. Ne vale la pena. Sarà un piacere rintracciare sue notizie. A chi fosse interessato sarò lieto di fornire qualche indirizzo.

Io solo aggiungo pochi cenni ai rapporti con Aldo Capitini e con il gruppo Ferrarese. Già nel 1935 Giuriolo viene a contatto, tramite Francesco Flora, con la cospirazione antifascista. Seguono Luigi Russo. Ludovico Ragghianti, Aldo Capitini. Giuriolo legge – appena usciti, 1937 – “Elementi di un’esperienza religiosa” e li fa leggere alla madre. Aprile del ’39 è a Perugia in lungo colloquio con Capitini, che ne rileva la pacatezza del ragionare, l’impegno nelle problematiche poste sia dalla nonviolenza che dal liberalsocialismo. Ancora incontra Capitini nell’estate del ‘40 alla stazione di Padova, con Niccolini e Opocher. Parlano dei fuorusciti, della necessità di attuare in Italia l’opposizione.

I contatti li tiene principalmente Agostino Buda, legatissimo a Silvano Balboni, muovendo spesso da Ferrara, già almeno dall’ottobre del ’39. Dell’attività di Giuriolo Silvano è ben informato. Degli incontri, nei quali non manca Giuriolo e il suo gruppo (la rivendita vicentina), scrive in una lettera a Gianfranco Contini, 13.06.44. “Illustre Professore, sento il bisogno di esprimerle la mia gioia per avere ascoltato la sua conferenza di giovedì scorso; m’è parso davvero di rivivere gli intermezzi letterari delle discussioni politiche con gli amici delle varie rivendite ferraresi, sarde, bolognesi, fiorentine, vicentine. Ho riveduto mentalmente tutti gli amici che dovevano ai punti fissati per gli appuntamenti tenere come me sotto il braccio i rossi fascicoli di Letteratura…”

Anche penso a incontri di Balboni mancati e sfiorati. Con Giuriolo in primo luogo. Metà maggio del ’43 Antonio Giuriolo è al reggimento Alpini in Belluno. In una breve licenza incontra gli antifascisti a Firenze raccolti attorno a Ragghianti. Dovrebbe raggiungere, come capitano, il suo reparto in Slovenia, ma è l’8 settembre e inizia l’impegno partigiano. Sempre a metà maggio del ’43 Silvano Balboni è mobilitato, come caporale, nella 36ma compagnia presidiaria destinata ad attività di polizia in Slovenia. Diserta immediatamente e inizia l’attività di partigiano senza armi, non meno pericolosa.

Penso all’incontro impossibile con Luigi Meneghello, discepolo di Giuriolo dal ’41, ma nel ’40 agli ultimi littoriali del regime, Bologna 25 aprile – 6 maggio. Studente universitario brillantissimo e in anticipo di due anni, diviene Littore in Dottrina fascista. Non partecipa ai clandestini contro littoriali che Buda, Capitini, Gnudi, Ragghianti hanno, in concomitanza, organizzato per aprire gli occhi alla meglio gioventù. Mentre gran parte degli studenti di Ferrara manifesta per la guerra Balboni è già da tempo impegnato nell’attività clandestina. Meneghello nell’estate vuole arruolarsi, paracadutista, pilota d’aereo. Il posto giusto è Ferrara. Balbo, il trasvolatore, nel frattempo si schianta. Non lo prendono. Prendono invece il suo amico Gigi Ghirotti. Di lui aggiungerò qualcosa. Intanto Balboni è rimandato a ottobre latino, greco, matematica e fisica. Dei sette rimandati è il solo respinto.

Mi piace pensare che negli anni successivi, in visita alla “rivendita vicentina” Silvano abbia incontrato Giuriolo e i giovani, da Ghirotti a Magagnato a Meneghello a Niccolini…. Ghirotti, che condivide in modo profondo gli ideali di Silvano. Gigi Ghirotti, al termine del corso di addestramento, fa il primo lancio e si rompe le gambe. Fratture provvidenziali. Gigi scrive a Meneghello su una cartolina militare “Domande mai più, son tanti pugnali nel cuore di Gesù”. È sull’altopiano con capitan Toni, ma “una notte che siamo andati a ammazzare, Gigi portava solo la vanga per seppellirlo, perché era un po’ antimilitarista, e sceglieva i lavori non-violenti”. Ce ne sono: sabotaggi con esplosivo alla ferrovia (“mandammo Gigi e Marietto per fargli fare pratica”, perché Marietto era inesperto e Gigi pacifista), incontri difficili (“i seccatori, le anime in pena, li davamo a Gigi, che era paziente e tollerante”).

E poi vanno tutti in bicicletta. Giuriolo negli anni ’30 viaggia in bicicletta non solo sui monti di casa, ma nel Nord Europa. Quando non sa dove dormire – i soldi sono pochi – si fa ospitare in carcere. Meneghello è praticamente un corridore. Enrico Niccolini, come Silvano, da Capitini a Perugia ci va in bici. Licisco Magagnato (il più importante per Meneghello: lo ritrae con il nome di Franco) percorre tutto il Veneto e dintorni con l’inseparabile bicicletta, alla quale lo legano anche i postumi della polio contratta a un anno. Silvano Balboni in bicicletta va ovunque.

Se di Silvano tutti ricordano il sorriso, di capitan Toni tutti ricordano gli occhi. Così Remo Baccelli, partigiano della Brigata “Matteotti”, annota: “Orsigna. Sedici luglio 1944. È venuto fin qui questo capitano vicentino che rifiuta di portare i galloni e dorme sulle foglie secche per sollevare dalla crisi ed amalgamare la “Matteotti” la quale non è ancora una brigata ma piuttosto un nucleo di renitenti alla leva associati ai montanari più arditi dell’Appennino tosco-emiliano. Antonio Giuriolo, capitano Toni, è il comandante designato. I partigiani lo guardano un po’ stupiti. Un viso giovanile e distinto, la fronte altissima. Un corpo duro, massiccio, come conviene ad un alpino, due occhi pensosi, trasognati, degni piuttosto di un poeta”. Anche Bobbio dice dei suoi occhi chiari, chiarissimi, della limpidezza dello sguardo.

Meneghello in una lettera del 1945 al fratello maggiore Libero Giuriolo, lo definisce come “il capitano con gli occhi di bambino”. Scrive “gli occhi azzurri chiari” in “I piccoli maestri”. Ma precisa in “Fiori italiani” “Non c’è ricordo o ritratto di lui in cui non si parli dei suoi occhi. Sono diventati un emblema. ‘Un amico dagli occhi veramente azzurri’ aveva scritto Barolini in un’affettuosa poesia di prima della guerra: dove credo che ‘veramente’ sia un modo alla Barolini per dire ‘diversi’ da quelli che normalmente si chiamano così. Infatti non erano azzurri, ma celestini, molto chiari. Spiccavano come un tratto somatico insolito, in contrasto con il fisico robusto e vigoroso, e con l’impianto possente del viso e della fronte. Riesce impossibile non associarli con ciò che vi era di più distintivo nel suo carattere e non sentirsi, scrivendo, davanti al suo sguardo severo e innocente”.

Ho pensato al maestro: sapeva parlare con tutti, italiani e no. Frequentarlo era divenirne discepolo, magari pure convitato: buone le bottiglie della sua cantina di Arzignano. Quanto bisogno avrebbero i nostri giovani del suo sguardo. Anche per nostra responsabilità sono stati educati in una scuola inadeguata, sono cresciuti in una società corrotta e corruttrice. I suoi occhi mi pare di ritrovarli però in quelli di un amico della nonviolenza e mio, Enzo Bellettato, abituato a guardare i giovani e le stelle con la stessa limpidezza. Sono passati quasi sessanta anni dal nostro primo incontro, da Capitini a Perugia, siamo invecchiati. I suoi occhi sono rimasti giovani. Di bambino addirittura.

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