I corpi degli altri

I corpi degli altri

Un recente incontro, “I corpi degli altri”, mi ha visto in ascolto di donne giovani e sapienti.

Monica Massari ha aperto parlando di “Corpi infranti: memorie migranti e processi di rappresentazione nel dibattito pubblico”, incontrati come sociologa nella sua ricerca degli ultimi 15 anni. Ha portato all’attenzione il corpo acquistato, altro, assediato, commerciato, denigrato, denudato, distante, esotico, ferito, inciso, inconciliabile, oltraggiato, relegato, respinto, silente, sofferente, sottomesso, subalterno, tacitato, temuto, venduto, vilipeso, violentato, di richiedenti asilo. Solo al corpo nella sua materialità e valenza simbolica sono ridotte persone dai diritti negati. A me ha richiamato l’attenzione ai corpi offesi e diminuiti di Capitini, che ha operato per la realizzazione di una comunità aperta e sommamente accogliente: nessuno escluso, anche chi appare “insufficiente (relativo e assoluto: morto)”, duramente e diversamente colpito nel corpo. Ne avevo accennato in una breve introduzione. Nel suo “La compresenza dei morti e dei viventi” trovo sessantacinque appellativi diversi, se non mi è sfuggito qualcosa, da “ammalati” a “zoppi”. È un aspetto che ritrovo nel bel libro “Migranti con disabilità e vulnerabilità” curato da Maria Giulia Bernardini, che ha aperto brevemente l’incontro. Mi ha fatto piacere che il finanziamento della pubblicazione sia stato a cura del Difensore civico regionale, con una sensibilità che trovo confermata rispetto a quanto ho cercato di fare in quel ruolo in passato.

Orsetta Giolo, in “Diritto al viaggio? Habeas corpus e migrazioni”, ci dice della negazione di un diritto scritto fin dal 1948 tra i diritti umani – art. 13, comma 2 “Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese” e art. 14, comma 1 “Ogni individuo ha diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni” – nelle convenzioni internazionali e nella “legge del mare” – obbligo del più sollecito soccorso e sbarco in luogo sicuro di chi in mare sia in pericolo –, come nell’ art. 10 comma 3 della nostra Costituzione, “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. È una patente violazione che colpisce addirittura l’Habeas corpus, principio alla base dei diritti fondamentali. Ci riguarda tutti quanti: vittime, carnefici, complici. Neppure padroni dei loro corpi sono i richiedenti asilo. Possono infatti essere spostati, trasferiti, tenuti in ostaggio, offerti (ma nessuno li vuole), collocati come si crede.

Con Rosa Maria Gaudio, “I segni sul corpo: valutazione medico legale e tutela dei diritti delle persone migranti”, conosciamo il ruolo cruciale della certificazione specialistica per la protezione del richiedente. L’accertamento delle torture, che si dichiarano subite, presenta notevoli complessità per il suo avvenire a distanza di tempo e per le diverse situazioni affrontate. Risulta la sottoposizione generalizzata a torture di ogni tipo durante il percorso migratorio e la sosta in Libia: otto o nove casi su dieci. La lesione può dunque essere ritenuta non compatibile con la narrazione, sia pure in pochi casi. Potrebbe essere, secondo una scala di progressiva sicurezza, compatibile, altamente compatibile, tipica, specifica (diagnostica). Se ho ben capito su 20 casi abbiamo – al lavoro della nostra esperta guardata con molta attenzione in ambito internazionale – 1 non compatibile, 7 compatibili, 8 altamente compatibili, 3 tipiche, 1 specifica. Sono stati elementi decisivi per il riconoscimento nella maggioranza dei casi di protezione umanitaria.

È stata abolita – mantenuta solo per più ristretti casi specifici – la protezione umanitaria, troppo generosa per i migranti e onerosa per italiani ed europei che non potrebbero concedersi il lusso di restare umani. Eppure solo con i migranti, con la loro esperienza, con la loro resistenza sarà possibile costruire una convivenza accettabile nel nostro paese, in Europa, nel mondo. Nel nostro continente abbiamo invece celebrato l’anniversario dell’abbattimento del muro di Berlino costruendone altri, violando ogni norma dell’Unione Europea. Ha ragione Guido Viale quando scrive di “Rifondare l’Europa insieme a profughi e migranti”. Sono sempre attuali le parole di Alex Langer nel suo “Tentativo di decalogo per una convivenza interetnica”. Cittadini, degni di questo nome, sanno che la quotidiana costruzione di relazioni tra pari e di democrazia vissuta è il modo giusto per essere sicuri e padroni in casa propria, in una casa “che è mezzo ad ospitare”, come dice Capitini. Non è cosa facile dopo anni di chiusura mentale, sociale, politica, esaltata in nome di una miserabile identità data dalla nascita in un luogo piuttosto che in un altro.

Anche di questo Aldo Capitini ci aveva avvertiti. Su Azione nonviolenta del settembre 1968, muore nell’ottobre, scrive infatti: “il metodo nonviolento… rende presenti moltitudini di donne, giovinetti, folle del Terzo Mondo, che entrano nel meglio della civiltà, che è l’apertura amorevole alla liberazione di tutti. E allora perché essere così esclusivi (razzisti) verso altre genti? Ormai non è meglio insegnare, sì, l’affetto per la propria terra dove si nasce, ma anche tener pronti strutture e mezzi per accogliere fraternamente altri, se si presenta questo fatto?”

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