Congo. L’inferno in luogo del paradiso

Congo. L’inferno in luogo del paradiso

Leggo che il nord est del Congo è un inferno di dolore. Lo scrive nei giorni scorsi sull’Osservatore romano Giulio Albanese, giornalista e comboniano ben informato sui fatti. Ebola e ferocissime milizie martirizzano la popolazione.

Nella regione ci sarebbero 160 formazioni ribelli, con oltre 20 mila combattenti. Nel solo territorio di Beni (Nord Kivu) dall’ottobre 2013, prima che scoppiasse l’epidemia di ebola, sono state massacrate più di 2 mila persone. Per organizzazione, collegamenti, malvagità si distinguono le Forze democratiche alleate, con origine nel confinante Uganda. Hanno assunto il nome di Madinat Tawhid wa-l-Muwahidin, “La città del monoteismo e dei monoteisti”, una sorta di Stato islamico quindi. Hanno istituito un sistema scolastico perché i bambini apprendano il Corano e l’uso delle armi. Da vent’anni controllano un territorio, significativamente chiamato “triangolo della morte”, che fa capo a Medina. Proprio Medina è stata ripresa dall’Esercito congolese. Sembrerebbe una buona notizia. Inoltre si confida in una maggiore efficacia delle forze dell’ONU, presenti da anni, con 14 mila militari, 660 osservatori, 591 agenti di polizia e 1.050 poliziotti formati che hanno per obiettivo prioritario la protezione dei civili. La più costosa missione di peacekeeping nel mondo: un miliardo di dollari l’anno.

L’ebola ha colpito, dall’agosto del 2018 agli ultimi mesi del 2019, almeno 373 persone e ne sono morte 223, due su tre! Sono solo i casi registrati. Potrebbero essere molti di più. Per i bambini la mortalità è più pesante: tre su quattro. L’epidemia è particolarmente presente in questa zona del paese. Le milizie sono alleate dell’ebola. Attaccano le strutture sanitarie che intervengono per prevenire e curare. La popolazione non si fida di nessuno. Guarda con diffidenza non solo i ribelli, ma l’esercito regolare e perfino i caschi blu dell’Onu, accusati di inerzia e pure di complicità con i miliziani. Si diffonde anche la voce che la malattia sia opera del Governo o di potenze occulte per sterminare la popolazione locale. Nonostante ciò risultati importanti si sono ottenuti nel contenimento del focolaio dell’epidemia, grazie a misure profilattiche e a un nuovo vaccino che ha dato incoraggianti risultati.

Di questo grande e sventurato paese ho scritto in un post precedente, Bingo, Bango, Bongo, del 9 ottobre 2017. Aggiungo solo qualcosa che mi viene suggerito da un articolo sempre di Albanese, su l’Avvenire del 25 gennaio 2018, giusto due anni fa: “La Repubblica Democratica del Congo (Rdc), nel cuore vitale dell’Africa subsahariana, potrebbe essere un autentico paradiso terreste. Crogiuolo di popoli con straordinarie culture ancestrali – quasi 82 milioni gli abitanti divisi in trecento principali etnie –, è un Paese attraversato da immense foreste equatoriali con una vegetazione spontanea che si manifesta, a quelle latitudini, nelle forme più esuberanti, tra cui spiccano i palmizi e i legni più pregiati, quali l’ebano e il mogano. Per non parlare dei suoi grandi fiumi o degli struggenti tramonti che rendono questo vastissimo territorio un concentrato di bellezze paesaggistiche che vanno al di là di ogni fantasia e immaginazione. E cosa dire delle immense ricchezze del sottosuolo che accolgono l’intera gamma dei minerali del nostro pianeta?”. Possiede metà della riserva mondiale di cobalto (fibre ottiche, armamenti), è il quarto produttore di diamanti, ha immense riserve di uranio, oro, coltan, rame e petrolio. Scatena gli appetiti di ogni tipo di potentati stranieri e dei loro alleati all’interno, con saccheggio delle ricchezze e conflitti disgregatori.

Patrice Lumumba

Dopo la luminosa meteora di Patrice Lumumba il paese non ha avuto un governo degno di questo nome e all’altezza dei suoi problemi. Giusto 60 anni fa, 21 gennaio 1960, Lumumba, fondatore e capo Movimento Nazionale Congolese, è condannato a 6 mesi di prigione, ma il 26 gennaio è rimesso in libertà. Il Belgio accorda l’indipendenza a partire dal 30 giugno. Le elezioni del maggio sono vinte dal suo partito e dagli alleati. Il 23 giugno Lumumba è Primo ministro. Il 30 giugno tiene il discorso dell’indipendenza. Già l’11 luglio Ciombè proclama la secessione del Katanga, con l’appoggio del Belgio e delle compagnie minerarie. A settembre, il presidente delle Repubblica Kasavubu revoca Lumumba, che resta in carica e, con l’appoggio del Parlamento, revoca Kasavubu. A dicembre il generale Mobutu con un colpo di Stato va al potere. Fa arrestare Lumumba e lo consegna con Mpolo, ministro degli interni e Okito, presidente del Senato, a Ciombè. È il 17 gennaio 1961. I tre vengono assassinati. Si parla di corpi squartati, sepolti, dissepolti, sciolti nell’acido…

Di Patrice Lumumba restano i discorsi, il ricordo di una nobile e bella figura, della speranza del Congo e dell’Africa uccisa con lui. Muore dunque a 35 anni per aver creduto in un Congo finalmente libero da colonizzatori e sfruttatori, esempio per i paesi vicini di superamento del tribalismo e di impegno nella giustizia sociale. Alla Perugia Assisi del 1961 un suo grande ritratto è portato dai marciatori. È bellissimo come bella è sempre la Liberazione.

Il nostro popolo, libero e felice, vivrà e trionferà nel nostro Congo. Qui, nel cuore della grande Africa.

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