• 23 Maggio 2024 22:14

I figli degli altri

DiElena Buccoliero

Lug 5, 2023

Di bambini e ragazzi fuori famiglia sentiamo parlare a intermittenza e quasi sempre a colpi di luoghi comuni, invettive, generalizzazioni. Per questo i contributi seri sono benvenuti e utili a capire percorsi di vita per nulla lineari, quasi mai per volontà dei più diretti protagonisti che sono appunto i minorenni.

Un inquadramento generale sul tema lo ritroviamo nel Quaderno della Ricerca Sociale n. 53 edito nel 2023 dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. La pubblicazione, curata dall’Istituto degli Innocenti, riporta i dati aggiornati al 31.12.2020: 13.408 minorenni accolti in struttura e 12.815 in affido familiare, in tutto 26.223 bambini e ragazzi. È un dato in decremento rispetto al 31.12.2019 quando il Ministero parlava di 14.053 accolti in struttura residenziale e 13.555 in affido familiare per un totale di 27.608.

Gli attuali 26mila e rotti sono pochi? Sono molti?

Dipende. Una vecchia indagine governativa riferita a dati del 2008 e riportata sul sito del Tribunale per i Minorenni di Milano ci dice ad esempio che in quegli anni i bambini fuori famiglia in Italia erano più di adesso (30.700 persone, il 17% in più rispetto al 2020) ed era come dire 3 ogni 1.000 residenti, molto meno della Francia (8 ogni 1.000) e della Germania (8,5 ogni 1.000), la metà dell’Inghilterra (5,9 ogni 1.000) e meno anche di un paese culturalmente più assimilabile come la Spagna (4,9 ogni 1.000).

Il tema, però, non si gioca tanto sulla quantità ma sull’appropriatezza degli interventi e sul modo in cui vengono decisi, accompagnati e portati a compimento. Le stesse difformità tra diversi Paesi europei si devono anche al modo in cui viene inteso l’allontanamento, se come ultima spiaggia quando molto è già compromesso (così in Italia) o come parte di un percorso di aiuto che contempla fasi diverse ed è bene si svolga quando i margini di recuperabilità sono maggiori (come nel nord Europa). Se il periodo trascorso dal minorenne fuori dalla famiglia d’origine sia uno strappo o una protezione, se abbia lo scopo di punire genitori e bambini o di prevenire ulteriori degenerazioni.

Di certo, quando in famiglia si vivono situazioni esistenziali drammatiche quali la tossicodipendenza, oppure è necessario interrompere e trasformare agiti violenti a carico dei bambini, abbandoni o gravi trascuratezze, diventano necessari interventi a volte terapeutici, sempre di ricostruzione delle relazioni familiari. Si tratta di capire se questi percorsi – non scontati, delicatissimi – richiedono un periodo di distanza o, invece, possono svilupparsi mantenendo unito il nucleo familiare.

Per la mia esperienza l’emergenza viene affrontata con grande sforzo di tutti, il sostegno ai figli in protezione ha diverse falle, ma il lavoro di rielaborazione con i genitori per rendere possibile il ricongiungimento familiare resta la vera nota dolente. L’intero sistema avrebbe bisogno di un rinnovato impegno, di personale formato e dedicato, di supervisione costante. Uno scenario che al momento non sembra realizzarsi.

Del lavoro con i ragazzi in protezione ci parla “I figli degli altri” (ed. meridiana, 2023), libro scritto da Saverio Abruzzese, psicologo e psicoterapeuta, che ho conosciuto e apprezzato come giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Bari. Saverio ha concluso il suo servizio e insegna psicologia nelle scuole secondarie di secondo grado, ma esperienze di docenza ha avuto anche all’Università di Bari, oltre a collaborazioni su progetti che hanno a che fare con l’educazione e la protezione dei più giovani. Il suo punto di vista è quello di chi ha accompagnato processi di accoglienza per minorenni in diverse vesti: certamente prestando servizio per la giustizia e contribuendo all’adozione di decisioni sugli allontanamenti, ma anche come psicoterapeuta e come supervisore di educatori di comunità.

È a quest’ultima esperienza che il suo libro fa riferimento, con l’introduzione di Grazia Vulpis, presidente della cooperativa sociale Gea di Bari presso cui l’autore ha operato, e con una nota conclusiva sulla cooperativa stessa, ma mi è facile ritenere che in quelle supervisioni l’esperienza giudiziaria abbia rafforzato la sua capacità di entrare nei percorsi di vita in profondità.

Doti del testo sono il realismo e l’ampiezza di sguardo. Il realismo, perché non vengono nascoste le difficoltà, le incertezze, le incomprensioni, le contraddizioni. Quelle che gli educatori vivono dentro di sé o con i familiari («Già, e poi succede che trascuriamo i nostri figli. Se sentiste mio marito…» è la prima battuta di un dialogo in equipe), o si snodano tra la comunità e gli altri attori della tutela quali il tribunale per i minorenni e il servizio sociale o, ancora, si annidano nella relazione con i giovani accolti, che per fase di crescita ed esperienza pregressa sono – almeno inizialmente – poco propensi a concedere fiducia a chi si occupa di loro. Ampiezza di sguardo, perché il vissuto dell’equipe è esaminato criticamente dall’interno, come raramente accade in testi divulgativi, ma a questo si giustappongono scritti autobiografici di adolescenti, o di madri accolte con i loro bambini, offrendo una visione corale rispettosa della complessità.

“I figli degli altri” ci propone una chiave di volta nella relazione. Quando quei ragazzi così restii ad affidarsi scoprono la possibilità di essere ascoltati, qualcosa di buono si innesca. È un ascolto inteso non in senso terapeutico classicamente inteso (non richiede per forza lo psicologo e il lettino) ma come azione educativa che si sviluppa nella quotidianità e si rinnova ogni giorno, intessendo legami che inizialmente assomigliano alla dipendenza, oppure al ricatto («ora che sai quanto ho sofferto, come puoi chiedermi di rispettare le regole?»), ma diventano il balsamo per lenire le ferite e preparare personalità più mature e consapevoli. Ragazzi, ragazze, genitori, grazie ai sostegni che il percorso può comportare, riprendono in mano le proprie vite sconquassate e provano a starci dentro, nel rispetto di sé e degli altri, un passo dopo l’altro.

Di Elena Buccoliero

Faccio parte del Movimento Nonviolento dalla fine degli anni Novanta e collaboro con la rivista Azione nonviolenta. La mia formazione sta tra la sociologia e la psicologia. Mi occupo da molti anni di bullismo scolastico, di violenza intrafamiliare e più in generale di diritti e tutela dei minori. Su questi temi svolgo attività di formazione, ricerca, divulgazione. Passione e professione sono strettamente intrecciate nell'ascoltare e raccontare storie. Sui temi che frequento maggiormente preparo racconti, fumetti o video didattici per i ragazzi, laboratori narrativi e letture teatrali per gli adulti. Ho prestato servizio come giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna dal 2008 al 2019 e come direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati dal 2014 al 2021. Svolgo una borsa di ricerca presso l’Università di Ferrara sulla storia del Movimento Nonviolento e collaboro come docente a contratto con l’Università di Parma, sulla violenza di genere e sulla gestione nonviolenta dei conflitti.