Il canto delle sirene

Il canto delle sirene

Faccio letture sempre più attuali. È la volta dell’Odissea, con testo a fronte. È forse solo per ricordarmi la traduzione all’esame di maturità, senza usare il vocabolario. Ora stento, e quanto, solo a leggerlo e pronunciarlo, il greco. Vado all’episodio delle sirene, che mi è caro per letture successive – M. Horkheimer e Th. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo – compiute con l’amico, fratello maggiore, Neno Azzaroli.

Nel testo dei due è indicata l’incapacità dell’illuminismo di fare i conti con il mito e con la forza della natura, nel mito accolta e trasfigurata. Così il pensiero non riesce nel suo compito di liberazione, ma si trasforma in mito conservatore, quando non reazionario, nella sua pretesa razionalità, che non sente ragioni, necessità, che non conosce alternative, organizzazione, che non consente libertà. Horkheimer e Adorno scrivono nel 1944, esuli negli Stati Uniti. Cercano un’alternativa e ne trovano una traccia nel comportamento di Ulisse con le sirene.

Ulisse non tenta di seguire un’altra via da quella che passa davanti all’isola delle Sirene. E non tenta neppure di fare assegnamento sul suo sapere superiore, e di porgere libero ascolto alle maliarde, nell’illusione che gli basti come scudo la sua libertà. Egli si fa piccolo piccolo, la sua nave segue il suo corso fatale e prestabilito, ed egli comprende che, per quanto possa distanziarsi consapevolmente dalla natura, le rimane, come ascoltatore, asservito… Proprio in quanto – tecnicamente illuminato – si fa legare, Ulisse riconosce la strapotenza arcaica del canto. Egli si china al canto del piacere, e lo sventa, così come la morte”.

Andiamo al testo allora, qui nella traduzione di Vincenzo Di Benedetto, Odissea XII 39-46: “Dapprima giungerai dove sono le Sirene, che ammaliano tutti gli uomini, chiunque sia che a loro arrivi. Chiunque, non sapendo, a loro si accosti e oda la voce delle Sirene, mai più ritorna a casa, né giulivi la moglie e i teneri figli gli si mettono accanto. Le Sirene lo ammaliano con il loro canto armonioso, stando in un prato. Intorno c’è un gran mucchio di ossa di uomini in putrefazione: sulle ossa si disfa la pelle”.

Subito mi vengono domande: quante sono le sirene, che aspetto hanno, cosa cantano, dov’è l’isola del prato fiorito? Le Sirene sono due per l’orecchio fino di Ulisse (v. 167 “all’isola delle due Sirene”). Da Apollonio Rodio sappiamo che sono tre e ne conosciamo pure i nomi: Thelxìope (che ammalia con la voce), Molpe (canto e danza), Aglaòphonos (dalla voce splendida). Una doveva mancare a quel passaggio. Quanto all’aspetto nulla dice Ulisse. Le code non so quando siano spuntate. Erano invece probabilmente alate, volate all’isola Fiorita (nel Tirreno), maledette da Afrodite per il loro voto di verginità. Non sto a parlare della famiglia d’origine. Hanno un repertorio adatto a tutti o, forse, tutti ascoltano la canzone che è per loro. Quella per Ulisse attacca così:

Su, vieni qui, molto famoso Ulisse, grande vanto degli Achei: arresta la nave perché tu possa udire la nostra voce. Ancora nessuno è passato di qui con una nera nave senza aver ascoltato dalle nostre bocche la voce melodiosa: e quando poi va via, diletto ha fruito e conosce più cose. Noi sappiamo tutto ciò che nell’ampia piana di Troia gli Argivi e i Troiani soffrirono per volontà degli dèi: noi sappiamo tutto ciò che avviene sulla terra nutrice di genti” (v. 184-191).

Doveva essere il tono, che come è noto fa la canzone, a renderne l’attrazione, sicuramente erotica, irresistibile.

L’isola Fiorita è quella con più fiori del Tirreno. Non mi risulta sia stata fatta una ricerca approfondita.

La triste fine che i visitatori dell’isola fanno non è spiegata ma solo indicata. Che “il verde prato dell’amore”, soprattutto se fiorito, possa essere insidioso, anche in assenza di sirene, è attestato nei versi di un autore meritatamente sconosciuto. “Il prato dell’amore sempre verde/ nasconde tra l’erbetta molte merde”. Ipotizzo che il canto delle sirene avesse più o meno questa conclusione

 

La lettura del testo non mi è spiaciuta, ma non ha aggiunto molto a come fare per andare oltre la mentalità mitica, offrendole uno spazio accogliente di riflessione razionale. Intravvedo che un compito ci sarebbe: contribuire a rimettere in moto – come si riesce, come si può – il pensiero illuminista, consapevole che illuminare non basta – “la Terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura” – purgato della propensione al dominio, libero da sudditanza a falsità e superstizioni, ma anche rivedere la struttura economica sociale, carica di violenza. Rimettere in moto magari anche una prassi a quel pensiero critico ispirata.

Intanto “riconoscere il dominio, fin addentro al pensiero, come natura inconciliata, potrebbe smuovere quella necessità, di cui lo stesso socialismo ha ammesso troppo presto l’eternità in omaggio al common sense reazionario. Elevando la necessità a ‘base’ per tutti i tempi avvenire, e degradando lo spirito – alla maniera idealistica – a vetta suprema, esso ha conservato troppo rigidamente l’eredità della filosofia borghese. Così il rapporto della necessità al regno della libertà resterebbe puramente quantitativo, meccanico, e la natura, posta come affatto estranea, come nella prima mitologia, diventerebbe totalitaria e finirebbe per assorbire la libertà insieme con il socialismo. Rinunciando al pensiero, che si vendica, nella sua forma reificata – come matematica, macchina, organizzazione – dell’uomo immemore di esso, l’illuminismo ha rinunciato alla sua stessa realizzazione”. 

Provo a rileggere un libro che in gioventù mi piacque. Negli anni la mia capacità di leggere e comprendere non ha certo guadagnato. Sono però più consapevole di essere piccolo, piccolo, di essere avvinto da legami tenaci e che bisogna porgere orecchio attento anche all’inatteso. Potrebbe essere un vantaggio.

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