Io, tu, lui, lei, noi, voi, loro

Io, tu, lui, lei, noi, voi, loro

C’è un piccolo esperimento suggerito dalla lettura di Norberto Elias, “Che cos’è la sociologia”, Rosenberg & Sellier, Torino, 1990. L’ho trovato istruttivo e spesso negli anni riproposto. Si tratta di rappresentare, nel modo più semplice e schematico, in un unico disegno IO, FAMIGLIA, SCUOLA, LAVORO. SOCIETA’, STATO. Consiglio di proseguire la lettura solo dopo aver eseguito il compito.

Le esecuzioni possono essere diverse ma quasi sempre ho trovato un’immagine egocentrica della società, spesso un bersaglio con IO al centro. L’avrei fatto così io pure se l’introduzione di Elias non mi avesse messo sull’avviso. Magari avrei detto che intendevo, capitinianamente, farmi centro, dal basso… Sempre ho riscontrato un IO e forme, gruppi sociali visti come oggetti a lui estranei, anche se magari lo circondano. Un primo passo è percepirsi “come una persona tra le altre persone”, un passaggio dall’io al noi. Inoltre ricordare che strutture, istituzioni, ruoli non sono oggetti fisici, statici, esterni a noi. Si evolvono continuamente, configurano differenti tipologie di legami sociali, in una interconnessione che produciamo e ci produce.

Ci viene facile oggettivare, e vedere come estranei a noi, processi dei quali siamo intensamente partecipi, con diverso peso e responsabilità. Diciamo – io no, ma solo perché non guido – “Scusate il ritardo: ho trovato un ingorgo”. Il nemico della fluidità del traffico si è materializzato inatteso davanti a noi. Poi, quando ha voluto, se ne è andato. Sappiamo bene che siamo noi tutti – con le nostre azioni, le nostre reazioni, le nostre relazioni – a produrre quella situazione e anche a superarla. Ci viene però più facile indicare come cose i processi e i rapporti dei quali siamo parte. Il cosiddetto ingorgo è, lo sappiamo, il necessario risultato del nostro modo di muoverci: produzione ed uso di veicoli, viabilità, regolamentazione del traffico, nostra scelta più o meno libera ed informata. Un po’ sarà anche per non assumerci responsabilità. Come quando il tavolo era cattivo perché ci faceva male alla testa colpendoci.

Il periodo che stiamo attraversando, se non stiamo attenti, può indurci ulteriormente a percepirci come oggetti statici, cosa tra le cose, da tenersi tra loro a debita distanza. Anche alle più care – a noi stessi – chiediamo prima di tutto del loro stare, non del loro fare, del loro sentire: “Come stai?”, poi “Cosa fai?” o addirittura “Come passi il tempo?”. A me accade di usare l’intera gamma. Possiamo sentirci immersi in un tempo inutile, pure pericoloso. Sarebbe bello addormentarci ed essere svegliati da un bacio – da parte di chi? – quando il male sarà passato. Un metro almeno di distanza non mi infastidisce. Era quella praticata nella mia famiglia di origine, tra adulti. E io a tre anni ero grande, per la nascita di un fratello minore. Una vicinanza maggiore era segno di straordinaria, rara amicizia o di, altrettanto raro, amore. Solo dagli amici calabresi ho conosciuto il calore degli abbracci.

C’è una tabella – la debbo sempre al libro citato – che mostra il crescere delle relazioni possibili con il crescere del gruppo del quale si fa parte. Ancora più rapido è l’accrescimento se si considera che ciascuno vede le relazioni dalla propria prospettiva, moltiplicandole quindi.

*x è il numero delle relazioni che gli individui possono formare tra loro ed n è il numero dei componenti del gruppo

Basta crescere, non di tanto, i componenti perché le relazioni possibili diventino migliaia, centinaia di migliaia, milioni. Provate a applicare le formule! Questo può dare un’idea, schematica e parziale, della complessità della società, anche limitandosi a considerare esistente una sola possibile relazione da persona a persona. Sappiamo essere molte di più e tra loro intricate e permanenti, anche se i soggetti non sono più tutti presenti. A me, scrivendo Sociologia, sono venute in mente persone (colleghi e studenti), in un tempo (anni Settanta) in un luogo (Università di Ferrara) vive e vicine, in così stretta relazione da averla provata raramente prima e poi.

C’è un ultimo suggerimento che prendo dallo stesso libro – si sarà capito che ne consiglio la lettura – quello di considerare la ricchezza dei pronomi personali. Io e gli altri è una formulazione comune. La realtà esperita è invece fatta di io, tu, lui, lei, esso, noi, voi, loro. Senza gli altri pronomi neppure è concepibile l’io. Siamo plurali e processuali, costituiti di relazioni in mutamento, parti interdipendenti di figurazioni dinamiche. Non insisto. Entreremmo nel cuore del pensiero di Elias e non sono in grado di farlo concisamente, semplicemente, leggermente.

Mi limito a qualche osservazione sui pronomi stessi. Un amico spesso mi fa osservare che quando siamo piccoli usiamo la terza persona in luogo della prima, per indicare noi stessi e gli altri: “Daniele ha fame” (io) “Carlo è cattivo” (lui). Questo impersonale sarebbe un indice della nostra unione fondamentale, della non dualità. Da Capitini ho appreso un virtuoso – a esserne capaci – uso del TU: “al Tu del teismo e del culto viene, per più o meno larga parte, sostituito il tu di infinita apertura a tutti… il tu che diciamo ad ognuno apre una crisi nella realtà com’è, che chiude gli individui nella morte, mentre tendiamo alla compresenza di tutti… l’apertura vede oltre il tu, gli altri, tutti, il suo diventa un tu-tutti”, insomma “tutti è il plurale di tu”. Il suo approdo non scontenta l’amico non dualista: “Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro puro dopo la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata la compresenza”.

A me è venuto in mente l’uso della prima persona plurale in luogo della prima. Ci sono esempi classici: pluralis maiestatis, pluralis (falsae) modestiae e il pluralis sociativus. Di quest’ultimo vi sono esempi continui e disdicevoli. Si vogliono associare abusivamente gli ascoltatori, i lettori, alle proprie nefandezze, ai propri peggiori propositi: prima i nostri – prima me – ad esempio. Vedo che anch’io ho adoperato la prima persona plurale, in luogo della singolare, nell’esprimere considerazioni delle quali solo io porto la responsabilità. È il meglio che so scrivere e mi piace pensarvi associati compagne e compagni, amiche ed amici.

C’è un esempio illustre di quest’uso da parte di un poeta amato. L’ho ricordato con l’arrivo a Ferrara delle salme da Bergamo, “a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura”. Non è facilissimo affrontare questo momento. Anche Elias ce lo dice: “quanto più una certa sfera di fatti è incontrollabile per gli uomini, tanto più emotivo è il loro modo di pensare questa sfera; quanto più emotivo e imbevuto di fantasia è il loro modo di pensare questa sfera, tanto meno essi sono in grado di costruire dei modelli che siano più congruenti alla realtà di questi contesti, e quindi di controllarli più efficacemente”. Io, tu, lui, lei, noi, voi, loro ce la possiamo fare.

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    Caro Daniele, come tu ben sai, Elias ha scritto molte altre cose di rilievo. Mi piace qui ricordarne una delle più significative; attualissima, visto il momento che stiamo attraversando. Essa ha per titolo “La solitudine del morente” e porta al centro della riflessione proprio la solitudine di chi ci lascia e, soprattutto, come la nostra civiltà abbia allontanato dal quotidiano il fatto che si può morire in ogni momento. Consiglio di leggerlo perché ci fa riflettere su chi siamo e cosa vogliamo.

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