La fine del trattato INF: tra nuove paure ed equilibri

La fine del trattato INF:  tra nuove paure ed equilibri

Quali nuovi scenari di difesa strategica – di Giulia Putzolu*

Il trattato INF al centro di una bufera internazionale

 Il trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treat), firmato nel 1987 dal Segretario Generale del PCUS Michail Gorbaciov e dal Presidente americano Ronald Reagan durante il vertice organizzato a Washington, proibisce per la prima volta la produzione e il possesso di missili cruise e balistici di corto e medio raggio con una gittata compresa tra i 500 e 5.000 km, lasciando intatte le forze nucleari inglesi e francesi. Diventato un simbolo della Guerra fredda e della sua fase finale così come della ritrovata détente tra il blocco occidentale e orientale, il trattato INF ricopre oggi un significato nuovo, prodotto di un contesto internazionale radicalmente diverso rispetto al passato, in cui gli accordi storici come l’INF sono percepiti dagli USA, ma anche dalla Russia, come degli elementi scomodi, capaci solo di limitare le loro nuove politiche strategiche.

Il 4 dicembre 2018 il Segretario di Stato americano Mike Pompeo chiarifica a Bruxelles la posizione americana riguardo il trattato INF a seguito della dichiarazione fatta dal presidente Trump il 20 ottobre dello stesso anno, nella quale annuncia di volersi ritirare dall’accordo. La procedura e il calendario da seguire per il ritiro degli Stati Uniti dal trattato è stato ufficialmente annunciato il 2 febbraio 2019. Il loro ritiro sarà effettivo dopo un preavviso di 6 mesi se la Russia non decide di conformarsi di nuovo alle regole dell’accordo.

La mela della discordia che avrebbe scatenato questa nuova tempesta internazionale sarebbe il nuovo missile da crociera russo SSC-8 o 9M729 secondo la denominazione del Cremlino (Maitre, 2019). Tale missile, il quale è una versione aggiornata dell’attuale missile da crociera russo 9M728, avrebbe una gittata di circa 2.000-2.500 km, superiore ai limiti previsti dall’INF. Ciò che distingue il missile SSC-8 dal suo predecessore SSC-7 è la maggiore sofisticatezza del sistema di guida, la potenza della sua testata convenzionale e una maggiore lunghezza del vettore di circa 53 cm (Crippa, 2019) per una lunghezza totale che andrebbe dai 6 agli 8 metri con un diametro di 0,533 metri (Maitre, 2019). Sono stati proprio questi cm in più ad aver destato i sospetti dell’intelligence americana dal momento che una maggiore lunghezza del missile potrebbe significare un aumento della sua autonomia. I Russi, al contrario, affermano che l’aggiunta dei 53 cm serve per una sezione del missile destinata ad ospitare le ingombranti componenti elettroniche dell’aggiornato sistema di guida di cui è dotato il missile. Inoltre l’aumento del peso del missile ridurrebbe, secondo il Ministero della Difesa russo, la portata del medesimo, il quale sarebbe quindi dotato di una gittata di 480 km, ben al di sotto delle stime fatte dall’Intelligence americana (Crippa, 2019).

Questo nuovo missile, che porta la marca Novator, potrebbe trasportare delle testate convenzionali, ma anche nucleari, capacità che desta probabilmente le vere preoccupazioni degli States e della NATO. Anche la questione del lanciatore è importante. Quest’ultimo assomiglierebbe al Trasportatore Elevatore Lanciatore (TEL) della famiglia di missili tattici 9K720 Iskander, un sistema balistico ad alta precisione e dotato di una piattaforma ruotata, capace di colpire in pochi minuti (16 minuti o 4 minuti in caso di prontezza operativa) dei bersagli di alta sensibilità. I brevi tempi di lancio permettono di rendere la prevedibilità dei lanci e la reperibilità del missile altamente impossibili. Attualmente l’arsenale russo possiede due varianti di questi sistemi Iskander, uno balistico e un altro destinato ai missili da crociera. Proprio quest’ultima variante potrebbe essere la piattaforma TEL designata per lanciare il missile SSC-8.

Nel caso in cui tali missili dovessero essere dispiegati nel confine russo occidentale, tale schieramento costituirebbe una seria minaccia per la sicurezza europea, dal momento che la natura degli SSC-8 permetterebbe alla Russia di colpire, senza preavviso e con estrema precisione, tutte le principali città europee e il sistema di difesa antibalistico NATO situato in Polonia e Romania, mettendo fuori uso il principale scudo antimissile europeo.

Perché la Russia “provoca” gli Stati Uniti

Gli ultimi eventi possono essere tradotti come la conseguenza di tre fattori principali. L’attuale strategia farebbe parte di una nuova politica che permetterebbe di ridare importanza e nuova vitalità all’industria militare russa e ai suoi istituti di ricerca, grazie allo sviluppo di nuove tecnologie convenzionali e nucleari. Lo sviluppo di nuove armi, come i missili SSC-8, è anche una chiara risposta alla moltiplicazione dei missili tattici e strategici della Cina e della potenziale minaccia iraniana. Questi nuovi asset strategici spiegano, in parte, la proposta fatta da Mosca negli anni precedenti di attuare sia un ritiro congiunto con gli Stati Uniti dal trattato INF sia la multilateralizzazione di quest’ultimo, inglobando quei rogue states (India, Pakistan, Cina etc.) che, pur avendo dei missili INF, non sono firmatari del trattato (Tertrais, 2019). Tuttavia, la “provocazione” russa potrebbe anche essere interpretata come una risposta a un evento geostrategico rilevante avvenuto negli ultimi decenni: il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM (Anti Ballistic Missile).

La ricercatrice senior della Fondation pour la recherche stratégique di Parigi, Isabelle Facon, ipotizza in un’intervista rilasciata a France Culture il 2 febbraio 2019, che il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ABM possa aver influenzato la politica russa e spinto quest’ultima a sviluppare dei nuovi missili INF. Infatti, da quel poco che sappiamo, afferma sempre Isabelle Facon, la Russia avrebbe iniziato a progettare i nuovi missili proprio durante gli anni 2001-2002. Non bisogna dimenticare anche la grande influenza dell’industria di armamenti russi e del suo potere di lobbying, che di certo ha avuto un ruolo importante nella decisione russa di sviluppare i nuovi INF.

 

Il sistema EPAA sotto accusa e non solo…

Anche la Russia accusa gli Stati Uniti di aver violato il trattato INF. Infatti, il Cremlino potrebbe non essere l’unico ad aver progettato dei sistemi d’arma non conformi con l’accordo firmato nel 1987. È quanto evidenziato da alcuni analisti o ricercatori, come ad esempio Theodore A. Postol nel Bulletin of the Atomic Scientists, il quale afferma che gli USA potrebbero essere stati i primi a violare l’INF. Infatti, il sistema EPAA (European Phased Adaptive Approach) se equipaggiato con missili da crociera potrebbe violare il trattato. Anche il Congressional Research Service, nel suo rapporto del febbraio 2019, sottolinea come questo sistema schierato in Europa abbia risvegliato i timori della Russia di una probabile espansione militare americana vicino alle sue aree di influenza, giustificando lo sviluppo dei missili SSC-8.  Ma che cos’è il sistema EPAA?

Con la nascita delle nuove minacce poste dai missili a corto e medio raggio iraniano, l’amministrazione Obama prese la decisione di sviluppare un sistema difensivo antimissile imbarcato noto con il nome di Aegis. Venne inoltre promosso l’European Phased Adaptive Approach (EPAA) volto ad assicurare una protezione immediata contro un attacco svolto con missili balistici a corto e medio raggio. Il programma EPAA è ancora in costruzione in Polonia ed è già operativo in Romania. Il governo russo percepì quasi subito l’EPAA come una minaccia e iniziò a chiedere agli Stati Uniti delle garanzie legali con lo scopo di escludere l’utilizzo dei futuri sistemi antimissile contro i propri vettori intercontinentali. Tuttavia l’amministrazione Obama, pur mostrandosi disponibile al dialogo, fece di tutto per evitare di concludere un vero e proprio accordo formale.

Per quale motivo tale sistema potrebbe essere un pericolo per la Russia? Prima di tutto i componenti elettronici e meccanici installati sui siti Aegis in Romania e Polonia sono gli stessi di quelli installati sulle US Navy che furono realizzate fin dal principio con lo scopo di abbattere i missili da crociera e gli anti-air missiles. Ciò costituirebbe una minaccia per la Russia in quanto avrebbe una limitata capacità di manovra durante l’attacco proprio a causa di queste componenti tecniche. Inoltre se il sistema Aegis situato nell’Europa orientale fosse equipaggiato con dei missili da crociera, sia con quelli già esistenti (i Tomahawk) sia con dei nuovi missili americani che violano, secondo la Russia, l’accordo INF, tale apparato militare costituirebbe un’enorme minaccia schierata lungo le frontiere russe.  Gli Stati Uniti insistono nel dire che il sistema EPAA non sarà un problema per le forze nucleari russe, senza però riuscire a convincere la parte avversaria che percepisce sempre di più il sistema Aegis e l’avanzata della NATO nell’est Europa come una spada di Damocle per la propria sicurezza.

 

Il sistema EPAA non è tuttavia il solo ad essere stato messo sotto accusa dalla Russia. In effetti gli Stati Uniti sono stati accusati dal Cremlino di aver violato il trattato INF anche relativamente allo sviluppo di alcuni target missiles e droni armati. Per quanto concerne i target missile la Russia accusa gli Stati Uniti di averne prodotti alcuni utilizzando delle vecchie componenti dei missili a lungo raggio Minuteman II, ormai da anni fuori mercato. Secondo il governo russo tali target missiles violerebbero il trattato INF poiché hanno delle caratteristiche simili ai missili INF. Di avviso contrario, il governo americano risponde alle accuse affermando che i target missiles non sono altro che dei booster system, creati con l’unico scopo di fare ricerca e non per essere utilizzati come una vera e propria arma pronta al lancio (CRS Report, 2019).

Per quanto riguarda i droni, gli USA utilizzano già da tempo differenti tipi unmanned aerial vehicles in vari tipi di operazioni che variano da quelle di intelligence alle missioni di riconoscimento. Alcuni di questi droni possono essere dotati di armi e coprire delle distanze che vanno dai 500 km fino a 5.500 km. Proprio per queste caratteristiche la Russia ha affermato che questa tipologia di droni violerebbe il tratto INF, rientrando nella definizione che il suddetto trattato dà dei ground-launched cruise missile (GLCM). Il trattato INF definisce i missili da crociera come dei veicoli non pilotati che volano grazie a una spinta aerodinamica e che costituiscono una vera e propria arma pronta all’uso. Ora, i droni non rientrano necessariamente nella definizione di missili GLCM data dal tratto INF. Infatti questi nuovi vettori, sebbene non abbiano dei piloti a bordo, sono comunque guidati a distanza da un vero equipaggio. Infine, anche se alcuni droni sono dotati di armi, quest’ultime non sono altro che trasportate dal vettore-drone cosicché il drone non risulta essere un’arma a sé stante.

 

L’Europa sotto scacco?

Il ritiro dal trattato INF delle due ex superpotenze mondiali ha senza dubbio risvegliato alcuni timori e paure in Europa. Il supporto europeo per la decisione presa dagli Stati Uniti è stato tardivo anche per questo motivo, suscitando una generale preoccupazione alla NATO, per la quale un fronte compatto contro la Russia avrebbe esercitato maggiori pressioni politiche e diplomatiche su quest’ultima. Ad ogni modo, secondo l’analisi fatta da B. Tertrais, la crisi del trattato INF non sarebbe, oggi, una questione strategica centrale per l’Europa. Il nuovo missile russo, con molta probabilità, non è stato sviluppato con l’intento di cambiare e stravolgere gli equilibri strategici del Vecchio Continente. Inoltre l’Europa conviverebbe già da anni con dei missili russi operativi, come i missili balistici a corto raggio Iskander-M o i missili da crociera SS-N-27 o SS-N-30. La principale conseguenza per l’Europa, sempre secondo l’analisi di Tertrais, avrebbe un carattere prettamente politico, in quanto la fine del trattato INF significherebbe la fine di un’era, quella della Guerra fredda, e metterebbe le due potenze, americana e russa, su uno stesso piano di parità. Le conseguenze per i rapporti transatlantici non sarebbero quindi positivi.

Diversa è l’analisi fatta da Crippa, secondo il quale la fine del trattato INF avrebbe delle ripercussioni politiche, ma anche strategiche, in quanto l’Europa e la NATO nel suo complesso saranno costrette a pensare a delle soluzioni tecniche e politiche per il riequilibrio strategico del territorio che saranno senza dubbio onerose non solo in termini di sforzi diplomatici, ma anche dal punto di vista finanziario. La NATO dovrà quindi rispondere a delle domande importanti e reagire di conseguenza: per rafforzare la propria sicurezza la NATO dovrà dispiegare dei missili sul suolo europeo, rischiando un riarmo generale estremamente pericoloso? Bisogna o no modificare la struttura della difesa antimissile della NATO? Che tipo di partnership creare e con quali paesi?

Ognuna delle risposte che la NATO e in primis l’Europa daranno modificherà gli attuali asset strategici e i rapporti di forza tra Europa, Stati Uniti e Russia, dando vita ad un futuro framework internazionale caratterizzato probabilmente da una nuova e pericolosa proliferazione nucleare.

 

* Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università degli studi Roma Tre e sta conseguendo una laurea magistrale a Montpellier (Francia) in Studi Europei e Internazionali. Da marzo 2019 svolge uno stage di ricerca presso l’IRIAD.

 

 

 

 

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