La mia nascita è quando dico un tu

La mia nascita è quando dico un tu

Il 23 dicembre 1899, 120 anni fa, nasce Aldo Capitini.

Così lo ricorda in Attraverso due terzi del secolo.Sono nato a Perugia il 23 dicembre 1899, in una casa nell’interno povera, ma in una posizione stupenda, perché sotto la torre campanaria del palazzo comunale, con la vista, sopra i tetti, della campagna e dell’orizzonte umbro, specialmente del monte di Assisi, di una bellezza ineffabile. Mio padre era un modesto impiegato comunale, e custode del campanile; suonava anche le campane comunali, e tutti noi in casa sapevamo farlo. Mia madre, che veniva dal vicino villaggio di Brufa, lavorava instancabile per la casa e come sarta, per altri. Avevo un fratello, maggiore di me”. Il ricordo di Capitini mi accompagna, spesso anche in questa rubrica. Ho ripercorso scritti precedenti. Con queste due ultime le citazioni sono proprio 120: gli anni anche della vita di Mosè. Centoventi è pure il valore dell’ebraico milim che significa parole e userò quasi solo parole di Capitini. Buon compleanno, Aldo!

Abbiamo un modo per condividere la sua nascita. Non quella lontana nel tempo, ma quella che lui considera la sua vera nascita e può essere ripetuta. Basta dire un tu come lo diceva lui: il tu d’affetto. In Colloquio corale: “La mia nascita è quando dico un tu / Mentre aspetto, l’animo già tende. / Andando verso un tu, ho pensato gli universi. / Non intuisco dintorno similitudini pari a quando penso alle persone… Prima che tu sorridi, ti ho sorriso”. Non è facile però. Qualche volta mi è sembrato di essermi avvicinato, ma non è durato, non dura. Suoi scritti, la sua presenza me ne hanno dato una percezione. La lettura al ginnasio di Vita religiosa, del 1942, mi colpisce e mi suggerisce che la religione possa essere altra cosa della pratica sempre più estranea e della narrazione leggendaria, che rifiuto.

Mi possono mancare tante cose, ma il tu, no. È una possibilità dentro la mia vita, unita ad essa. Che importa del tempo e dello spazio? Come nell’empireo del Paradiso dantesco la distanza non toglie nulla, così, io posso egualmente volgere tutto il mio animo a te, dirti il tu, dove tu sia, comunque tu sia, o singola persona. Se te lo dicessi limitatamente, con delle condizioni sarebbe allora un contratto, e resterei nel cerchio del mondo. Ma te lo dico da un intimo infinito, con assoluta iniziativa, come libera offerta che aggiungo alla tua vita, e che si aggiunge, per un di più che balza dal di dentro, alla mia vita. Potrei restare nei miei limiti individuali e invece ti volgo il tu; questo è l’incondizionato, e che non si spiega né con quello che sono io, né con quello che sei tu: non è un bisogno, una necessità, un imperativo. Perché se guardo quello che sono io da me, quello che sei tu da te, vedo due cerchi limitati, due movimenti chiusi entro confini, ma ecco il di più e ti dico il tu. Non credere che sia un mio merito, come se avessi fatto uno sforzo verso di te e tu me ne dovessi compensare; non attribuirlo alla mia persona col suo corpo modesto, col povero volto, col tormentato e insufficiente animo: non cercarne la causa. Come io non la cerco; ma nell’offrirti il tu, in questa libera aggiunta, vedo che esso è più di tutta la mia persona, e da ciò deriva la solennità intima in cui mi vengo a trovare”. È il tu rivolto all’amico del cuore, alla prima amata. È molto, ma non può, per me, andare oltre.

Capitini va molto, molto oltre. “Tutti è il plurale di tu”. Sostituisce all’Uno-Tutto l’Uno-Tutti. Invita all’apertura verso molteplicità e unità del tu-tutti. Lo fa anche nell’opera ultima, non rifinita, pubblicata postuma Omnicrazia: il potere di tutti. È un testo in cui esprime compiutamente la sua posizione religiosa-etico-politica. Ha ispirato l’iscrizione sulla sua tomba dettata da Walter Binni “Libero religioso e rivoluzionario nonviolento / pensò e attivamente promosse l’avvento / di una società senza oppressi / e l’apertura di una realtà liberata”. Ed è dal tu che bisogna cominciare.

Bisogna, invece, muovere da ogni essere a cui possiamo dire un tu, dargli un’infinita importanza, un suo posto, una sua considerazione, un suo rispetto ed affetto. Finora non si è mai fatta veramente questa apertura ad ogni essere, un singolo essere e un altro singolo essere, con l’animo di non interrompere mai. […] l’apertura nonviolenta è la rivendicazione dell’esistenza, della libertà, dello sviluppo di ogni essere; è nella direzione del tu e non dell’io, come invece si è mossa tanta rivolta contro le istituzioni”.

Un soccorso in questo compito impegnativo – si tratta di sovvertire l’intera realtà inadeguata – viene dalla compresenza, che conclude il suo scritto testamentario Attraverso due terzi del secolo: “Ho insistito per decenni ad imparare e a dire che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte

Daniele e Rossana Lugli con Aldo Capitini

interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro «puro dopo» la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata la compresenza”.

Così in Omnicrazia: il potere di tutti scrive: “l’individuo accerta il suo rapporto con la compresenza mediante l’infinita apertura al tu-tutti; e cosi egli esce dall’angoscia di vedersi solo e improduttivo” e può procedere verso la meta: “attraverso i tutti arrivare ad un tutto migliore”.

Bello il ricordo di Capitini di Alessandro Leogrande, straordinario giornalista e scrittore, collaboratore nella sua breve vita del capitiniano Goffredo Fofi. Vale la pena prendersi un po’ di tempo per ascoltare. 

 

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