Le leggi razziali (razziste) sono ancora fra noi

Le leggi razziali (razziste) sono ancora fra noi

Ottant’anni fa, era di luglio, sul quotidiano “Il Giornale d’Italia” fu pubblicato il Manifesto della razza, fortemente voluto da Benito Mussolini e propedeutico all’emanazione, nel settembre 1938, delle cosiddette leggi razziali contro gli ebrei, leggi che sarebbe meglio definire razziste, per allontanare ogni equivoco, anche lessicale, sulla natura dei provvedimenti.

A distanza di tanto tempo, scopriamo che non stiamo parlando di un tragico passato del nostro paese, bensì di un’eredità etica e culturale che continua a pesare; non abbiamo davvero e seriamente cancellato quell’onta.

E’ un argomento che viene affrontato poco volentieri: nei media, sulla carta stampata, in assenza di un vero dibattito culturale, si preferisce stigmatizzare quella pagina nerissima della già nera storia del fascismo contando di finirla lì, magari lasciando a qualche nostalgico digiuno di ricerca storica la favoletta delle leggi imposte da Hitler contro la volontà del Duce.

Pochi hanno osato legare le leggi razziste del ’38 alla fase storica presente. Lo ha fatto Liliana Segre, ebrea scampata ad Auschwitz e senatrice a vita, nel discorso pronunciato all’insediamento del governo Conte, e lo ha fatto il presidente Sergio Mattarella. Entrambi hanno fatto riferimento al popolo rom, vittima di un progetto di annientamento da parte della Germania nazista (il cosiddetto “Porrajmos”) e oggi preso di mira in tutta Europa, con accenti acuti proprio nel nostro paese, dove un politico della destra radicale dall’indole incendiaria come Matteo Salvini, per quanto divenuto ministro dell’Interno, non smette di additare e  minacciare la piccola minoranza rom e sinta del paese:  dalla retorica delle ruspe si è arrivati al popolo “parassita”, termine preso pari pari dal lessico nazista, passando per i rom di passaporto italiano apostrofati con uno sprezzante “purtroppo ce li dobbiamo tenere”.

Lo spirito, se non la lettera, delle leggi razziste di ottant’anni or sono  è dunque ancora fra noi.

Ma c’è dell’altro, qualcosa di più sottile ma non meno insidioso. Il Manifesto del ’38 fu firmato da una decina di esperti e professori di biologia, antropologia e materie affini, a conferire una parvenza di scientificità al terribile documento, che di scientifico non aveva ovviamente alcunché. Ma quelle firme, e la sorte toccata a quegli esperti e professori, tutti rimasti ai loro posti anche a  fascismo finito (qualcuno anche celebrato come grande scienziato), ci obbligano a fare alcune considerazioni sul rapporto fra “scienza”, intellettuali e potere, guardando al presente.

Nel romanzo di I.J. Singer “La famiglia  Karnowski”, dedicato all’avventura di una famiglia ebrea polacca immigrata in Germania, alcune pagine memorabili sono dedicate alla figura del professor Kirchenmeyer, docente di scienze di qualche valore ma frustrato dai propri insuccessi in termini di carriera. L’avvento dei nazisti permette al rancoroso professore di diventare preside del suo liceo. E’ il suo momento.

Quando entrano in vigore le leggi antiebraiche il preside sceglie di mettersi in mostra con un coup de theatre: proprio lui, scienziato scrupoloso e ben cosciente dell’infondatezza delle “teorie razziali” del regime, decide di convocare tutti gli studenti e i professori per una lezione sulla missione redentrice della stirpe ariana e l’irredimibile inferiorità della razza giudea. Il messaggio di Singer è chiaro: la tempesta è rovinosa se la relazione col potere soffoca la conoscenza scientifica, se il desiderio d’ascesa conduce conduce alla malafede.

Oggi non si parla di leggi razziste in senso biologico: nessuno scriverà un manifesto sull’inferiorità di rom e senti e nemmeno un documento per sostenere che la Dichiarazione universale dei diritti umani solennemente sottoscritta nel 1947 non include gli immigrati o i richiedenti asilo in arrivo dall’Africa e dal Vicino Oriente .

E tuttavia dovremmo chiederci se non stia circolando negli ambienti intellettuali, fra i “colti” che hanno accesso ai media e scrivono sui giornali, lo  “spirito di Kirchenmeyer”, cioè una certa disponibilità ad accantonare i dati di realtà  a vantaggio di ciò che conviene dire e sostenere in ragione  di una sorta di pragmatica relazione col potere.

Non aleggia forse lo spirito dello scaltro preside di I. J. Singer quando sentiamo parlare della distinzione fra “immigrati legali” e “clandestini” in un paese che non ammette forme legali di immigrazione? Quando si sostiene la differenza radicale fra “rifugiati veri” e “rifugiati economici”? Quando si afferma che le Ong nel Mediterraneo sono in combutta con gli scafisti al fine di riempire l’Europa di immigrati e cambiarne i connotati demografici? 

Sono passati ottant’anni e dobbiamo stare in guardia, forse anche ribellarci – ciascuno a suo modo – a questo insopportabile ordine delle cose. 

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