Liberté, Égalité, Fraternité? Macché!

Liberté, Égalité, Fraternité? Macché!

Liberté, Égalité, Fraternité prese assieme sono alla base dei nostri diritti fondamentali.

Ferrajoli li articola in diritti politici, civili, di libertà e sociali: politici ovvero concorso nelle decisioni che ci riguardano; civili come autonomia contrattuale nel perseguimento dei nostri interessi; di libertà in primo luogo di coscienza, manifestazione del pensiero, riunione, associazione; sociali cioè sussistenza, salute, istruzione, previdenza. Libertà e eguaglianza hanno bisogno della solidarietà per non restare sulla carta. Diciamo solidarietà in luogo di fraternità, memori di Caino e Abele, Romolo e Remo. Nei trattati internazionali sono largamente riconosciuti, così nella carta europea e nelle costituzioni. Non altrettanto tradotti in pratica e pure bollati come occidentali e quasi, quasi, colonialisti. Ma un’insidia più grave viene proprio dal nocciolo occidentale. Ne scrive, molto bene, Orsetta Giolo ne Il diritto neoliberale.

C’è un pensiero che nella triade vede la prevalenza del principio di libertà, nella sua sola manifestazione civile: autonomia contrattuale nel perseguimento dei propri interessi, del proprio potere economico, l’unico che conti. Tutto il resto vi è subordinato e sacrificabile. Questo pensiero – partorito forse nella madrasa di Chicago – appare irresistibile. Non provo a riassumere il testo della Giolo, ricco e articolato. In esso si ripercorrono le trasformazioni del diritto nell’ordine neoliberale. Potere, legalità e forza ne escono trasformati. Così pure il lessico. La libertà si restringe a un solo aspetto e si emancipa dall’eguaglianza. L’opera si conclude col prospettare un’alternativa a un pensiero e a una prassi che appaiono dominanti. Si può pure cominciare la lettura da lì.

Nessuna responsabilità ha Orsetta nelle considerazioni che seguono, se non quella di averle stimolate. A regolare i rapporti tra persone e complessi, pubblici e privati, non è il diritto, ma il mercato. Solo il suo buon funzionamento può garantire diritti e convivenza. Concorrenza e competizione lo caratterizzano. Funziona grazie alle differenze, non all’eguaglianza. Le alternative tentate sono fallite. TINA: There is no alternative. Sulle sue esigenze il mercato modella il diritto. Il diritto pubblico è ridimensionato. Tutto può essere oggetto di proprietà, di disposizione contrattuale. La mercificazione non ha limite. Riguarda corpo e anima.

Sembra che la scelta individuale sia decisiva, senza tener conto delle condizioni nelle quali si esercita e della sua possibile irrilevanza, come in una storia da calendario di Bertold Brecht: Fu chiesto ad un proletario in tribunale se per il giuramento volesse servirsi della formula ecclesiastica o di quella laica. Quello rispose:  Io sono disoccupato.  Non fu solo distrazione la sua  disse il signor K.,  con questa risposta egli lasciò intendere di trovarsi in una situazione in cui tali domande, e forse tutta la procedura in quanto tale, non avevano più alcun senso. Se la nostra condizione è l’effetto delle nostre scelte la diseguaglianza sancita dal mercato è giusta, va accettata, come un tempo quando era decisa da Dio.

I mercanti, si sa, non rispettano la casa del Signore, perché dovrebbero rispettare i pretesi diritti degli umani? La cosa, come noto, provoca l’ira di Gesù che li caccia a frustate dal tempio, con buoi, pecore e colombe, rovesciando i banchi dei cambiavalute. Già un simile repulisti è prima compiuto da Neemia. Ora c’è un Papa che non sopporta la corruzione e l’illegalità finanziaria vaticana e non è d’accordo con l’ordine neoliberale, che polarizza ricchezza e povertà. Denuncia l’economia dello scarto. I sacerdoti del mercato sono un osso ben più duro dei mercanti nel tempio, loro alleati. Il fallimento delle loro ricette, anzi, li rafforza, se non appaiono – neppure vengono pensate – alternative.

Che a decidere siano i potenti – multinazionali, stati più o meno democratici, schiette dittature, federazioni e unioni, sultanati ed emirati – non è una novità. Ricordo spesso Lelio Basso. Mezzo secolo fa annota “nonostante Marx avesse lanciato il famoso appello ‘proletari di tutti i paesi unitevi’ i proletari se ne sono dimenticati, e i capitalisti se ne sono ricordati”. Il peso crescente delle loro organizzazioni diverse dagli Stati gli è pure presente: “La democrazia appare sotto assedio. Un pugno di manager di immense multinazionali fa e disfa quello che vuole. Gli altri miliardi di uomini sono complici o schiavi. Se si rifiutano, nella migliore delle ipotesi, sono emarginati e non contano niente”. Ma anche questi potenti hanno bisogno del diritto se non vogliono regolare i loro conti unicamente facendosi guerra. Tra loro vige la legge del mercato, con i mutevoli patti dettati dalle forze in campo e dalle loro alleanze. Tutto è merce, tutto liberamente si scambia. I traffici più lucrosi droga (per briciole di felicità), donne e uomini (qualcosa si può sempre spremere prima di scartarli), armi (per la sacrosanta difesa personale e non solo) – rendono obsoleta la distinzione tra legalità e illegalità.

Il diritto si plasma sugli interessi dei decisori. Sotto di loro stanno i loro guardiani, i clienti, i poveri, gli immigrati, tollerati o persone illegali, ciascuno con il suo diritto speciale, che tiene conto della collocazione. Di cittadini non se ne vedono. Già sono contenti i clienti di non essere puramente sudditi, anche se i sondaggi sul loro gradimento, condotti anche in forma di elezione, li stancano un po’. Possono comunque prendersela con chi sta peggio di loro. Agli immigrati è tolto un diritto da secoli riconosciuto e riaffermato dalle carte dei diritti, dai trattati, dalle costituzioni. E ci pare normale. La libertà neoliberale si mangia la libertà politica, insidia le coscienze e il pensiero, limita riunioni e associazioni, che possano ostacolare il libero mercato, di libere volpi in libero pollaio. I diritti sociali sono in regresso, con tutto lo stato che si è detto sociale.

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