• 17 Aprile 2024 11:53

Manca poco

DiDaniele Lugli

Gen 30, 2023

L’Orologio del Giudizio (Doomsday Clock) segna un minuto e mezzo alla mezzanotte. Negli ultimi due anni si è avvicinato di dieci secondi al momento finale. La guerra in Europa cresce per intensità e coinvolgimento. L’uso dell’atomica (tattica per carità!) non è più un tabù. La Francia – orgogliosa di essere una potenza di cui gli interessi vitali sono protetti dalla dissuasione nucleare, come ricorda il ministro della difesa – prepara sottomarini e missili per restare, così ritiene, con Stati Uniti e Cina, alla testa dei paesi nucleari.

Un’altra strada per la convivenza umana l’indica, all’indomani delle prime bombe atomiche, Aldo Capitini.

Non prenderei alla leggera la valutazione del Bulletin of Atomic Scientists, fondato nel 1945 da Albert Einstein, Robert Oppenheimer e altri scienziati che hanno lavorato alle prime bombe nucleari. Dal 1947 monitora la situazione: nel 1953, primo test di bomba all’idrogeno, segna due minuti alla mezzanotte. La lancetta arretra a diciassette minuti nel 1991, dissoluzione dell’Unione sovietica. Da allora si va solo avanti, verso la catastrofe. A questo risultato collaborano, con entusiasmo o con rassegnazione, tutti i governi. Se solo il possesso dell’atomica garantisce rispetto e protezione non resta che dotarsene. Così sembra pensarla, ad esempio, l’Iran.

E che ne è dell’esercito europeo del quale ogni tanto si parla? La Francia si accontenta, con forse un briciolo di residua grandeur, di restare una potenza mondiale, sempre secondo il ministro. La Germania investe cento miliardi di Euro per modernizzare la Bundeswehr. A partire dai paesi Baltici e dell’Europa centrale fino a tutta l’Europa è generale l’aumento della spesa militare, come attestano SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, e IISSS, International Institute for Strategic Studies, di Londra. La NATO non prevede che altri paesi aderenti, oltre USA, Francia e Regno Unito abbiano l’atomica. L’obiettivo sarebbe alla portata non dico dell’Italia, ma di molte sue Regioni e magari città, considerato il Pil della, rispettata e protetta, Corea del Nord.

Il 6 agosto 1945 su Hiroshima e il 9 su Nagasaki si sganciano due bombe dai nomi allegri, Little Boy” e Fat Man“. Il 17 agosto Capitini scrive, sul quotidiano romano “L’Epoca”, Più forte che la bomba. L’articolo è pubblicato anche in Svizzera da “L’Avvenire dei lavoratori”. Lo invia Silvano Balboni, che ne promuove la diffusione. Ne scrive a Capitini il 26 gennaio 1946: A parte, ti invio una copia del “Grido della folla” con il tuo appello… Del giornale sono state vendute, solo a Ferrara, 6.000 copie…“Più forte che la bomba” è stato riprodotto in centinaia di copie dattiloscritte e diffuso in tutta la provincia. Con il titolo Più forte che la forza atomica è poi in “Italia nonviolenta”, Libreria internazionale di avanguardia, Bologna, 1949, Quaderni di rinnovamento politico n.1. Il rinnovamento politico, come noto, non c’è stato. Il piccolo libro è ristampato nl 1981 a cura del Centro Studi Aldo Capitini, Perugia. Poiché, salvo che a Ferrara nel ’46, il testo ha avuto ben poca diffusione, sarei tentato di riprodurlo integralmente. Mi limito a proporne l’avvio e la chiusa.

“Questo tempo è tale che tutto in esso si riassume e culmina. Questo mondo distinto in continenti e in tante genti, ecco che si va unificando, e la resa del Giappone (una specie di Cartagine) è un altro passo. Ecco un cosmopolitismo crescente, macchine, film, edifici, che possono collocarsi indifferentemente in qualsiasi parte della terra; e infine ecco che la forza, invece di stare decentrata in migliaia e migliaia di industrie di guerra, si raccoglie in una bomba di sovraterrena potenza, che mette al bivio: o essere terribilmente violenti o essere inferiori sul piano della forza. La vittoria ha piegato le ali e ha scelto la sua dimora? L’imperium non gira più da popolo a popolo? Si torna effettivamente a riconoscere ad uno solo il diritto di far guerra, quell’uno che è potenzialmente il tutto, e non più ai singoli popoli, diritto riaffermato nel Rinascimento? Certamente, sorge il problema dell’uso della forza e della scelta del ‘mezzo’ per lottare, per affermare…

Entro la rivendicazione economica e politica del socialismo si attualizza oggi, con evidenza assoluta, una centralità etico-religiosa, con questi principi fondamentali:

1 – creazione di valori culturali e morali di altissima qualità (opere d’arte, di pensiero, di scienza; atti di bontà, di sacrificio, eccetera) per valere più di una civiltà che nella fiducia nella forza e nell’opulenza potrebbe avvitarsi nell’orgia e generalizzarsi nella semplice tutela dell’ordine pubblico;

2 – massimo rilievo dato, anche nell’educazione spicciola, alla noncollaborazione, al sabotaggio, alla propaganda, all’esempio;

3 – approfondendo il segno dell’umanità associando ai lavoratori oppressi tutti gli oppressi dal dolore, dalla morte, dalla insufficienza; in modo da convocare tutti i non fortunati dalla nostra parte, e farli presenti al nostro intimo;

4 – essere non solo più sociali, ma più liberali (nella destinazione del socialismo), più morali e più intrinsecamente religiosi degli altri; e allora, anche se da questa parte non vi saranno le bombe, ci sarà la storia avvenire.

E con questi principi, con queste armi, si deve costituire la generale internazionale dell’umanità lavoratrice, con comunisti, socialisti, liberalsocialisti, libertari. E allora, anche se useremo la nonviolenza, saremo più forti della bomba atomica”.

Le cose non vanno così. Tutti, proprio tutti, fanno la guerra, anche se il diritto internazionale e le costituzioni lo vietano. Anzi è difficile persino avanzare proposte di pace. Il Parlamento Europeo boccia (470 voti su 630) un emendamento a una risoluzione sulla politica estera dell’Unione per “sforzi diplomatici per mettere fine alla guerra in Ucraina e alle sofferenze del popolo ucraino”. La ricetta è invece più armi e più guerra – per la pace naturalmente – anche per quest’Europa, nata con l’ambizione di costruire la pace, a partire dalla CECA e vincitrice di un premio Nobel nel 2012. Addirittura si esclude ogni sforzo diplomatico, come se questo compromettesse la causa degli aggrediti. L’impegno necessario è invece per la pace e il disarmo. Nessuna “internazionale dell’umanità lavoratrice” è all’orizzonte. Non si vedono, forse non ci sono più, “comunisti, socialisti, liberalsocialisti, libertari”, possibili artefici, per Capitini, di un socialismo di liberazione “economica e politica”, La necessità, tuttavia, permane.

Di Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941, Lido di Spina 2923), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948

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